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Library: Trauma e Dissociazione

Opporsi a Trauma/Abuso
di Antonio Sammartino    05/06/2018

Metafora sulla difficoltà al cambiamento: Quando ci chiudiamo in una stanza e apriamo una finestra, improvvisamente entra aria gelida che ci fa morire di freddo, ma se lasciamo la finestra aperta, l’aria nella nostra stanza si rinnova e ci abituiamo e poi… non vogliamo più chiudere la finestra. Quando si percepisce di essere soli, è tempo di guardarsi dentro.

Generalmente i ricordi e i pensieri associati agli eventi traumatici non svaniscono da soli, perché in modo inconsapevole sono alimentati da un sistema di protezione inconscio. Un modo per potersi riconciliare con l’evento traumatico e quindi disattivare le sensazioni disturbanti, occorre rivivere con l’immaginazione l’evento traumatico, in una condizione di Sicurezza e Comprensione, per desensibilizzare il potenziale del trauma, facendogli perdere gradualmente le sue caratteristiche terrificanti. 

Importante, durante questo processo di guarigione, è importante trovare le parole giuste per raccontare la storia in modo coerente. Tuttavia, esistono anche tecniche che non richiedono di rivivere un trauma per poterlo rielaborare, perché i sintomi non sono generati dall’evento in sé, ma sono gli effetti collaterali di uno stato di coscienza alterato, indotto da comportamenti automatici e dal modo con cui l’individuo gestisce le esperienze fonte di angoscia. 
Una persona entra in questo stato alterato quando gli eventi della vita o le sensazioni prodotte dai suoi pensieri, attivano le strutture neuronali formatosi per effetto del trauma, che inducono la sensazione di potenziale pericolo. E’ come se la mente fosse stata rapita dal tempo, in modo da fargli rivivere come attuale l’evento del lontano passato. 
Lo stato di eccitazione che ne deriva, ha nell’immediato lo scopo di attivare azioni difensive, anche se sono razionalmente irragionevoli in quel particolare contesto, perché il sistema emotivo utilizza una logica di associazione piuttosto grossolana, che generalmente è utile ed essenziale, ma è disfunzionale quando è stata definita da eventi traumatici. 
Le reazioni umane di fronte al pericolo reale o presunto sono, in una prima istanza, istintiva e biologica, per trasformarsi poi in psicologiche e cognitive. Infatti, l’individuo inizia ad avvertire il disagio quando il controllo della coscienza è soffocato dalle sensazioni involontarie inconsce. A causa di questi timori, il sistema nervoso resta nello stato di allerta, perché il processo di elaborazione pilotato dalla coscienza non riesce a completare il processo, per cui, anche se il pericolo è scomparso il sistema corpo/cervello reagisce come se fosse ancora presente e quindi continua a comandare la produzione dei messaggeri chimici che alimentano il sistema di allarme. 
Ciò che è rimasto capito male ritorna sempre, come un’anima in pena non ha pace finché non ottiene soluzione e liberazione (Freud). 
Le esperienze traumatiche potrebbero bloccare alcuni meccanismi della memoria esplicita e inibire le funzioni dell’Ippocampo. In seguito di ciò la persona, nel tentativo di sfuggire, almeno in parte dalla situazione traumatica, potrebbe spostare la sua attenzione su aspetti non-traumatici dell’ambiente o su un qualcosa prodotto dalla sua immaginazione. In questi casi, alcuni elementi dell’esperienza potrebbero memorizzarsi solo a livello implicito. Inoltre la secrezione di grande quantità di glucocorticoidi (cortisolo) indotta dallo stress intenso potrebbe inibire alcune attività dell’Ippocampo. Ciò potrebbe tradursi in una dissociazione tra memoria implicita ed esplicita, con conseguente alterazione della memoria autobiografica nei confronti dell’evento o di alcune sue componenti. 
Il ricordo implicito dell’evento invece resta integro e potrebbe comprendere elementi comportamentali, come impulsi alla fuga, reazioni emozionali, sensazioni corporee e immagini correlate al trauma. Un trauma che compromette le attività della memoria esplicita, ha effetti negativi anche sulla capacità dell’individuo di consolidare il ricordo dell’esperienza. 
In altri termini, le esperienze traumatiche non elaborate potrebbero essere legate a un mancato funzionamento di questi meccanismi, per cui i ricordi associati all’evento potrebbero non entrare a far parte della memoria a lungo termine. Nello stesso tempo l’individuo che ha subito il trauma, potrebbe continuare a evocare immagini implicite che si riferiscono agli orrori dell’esperienza traumatica. 
Ciò accade perché durante l’esperienza traumatica il centro del linguaggio e la Corteccia Prefrontale Mediale, che controllano l’esperienza nel momento presente si spengono, mentre le reti neuronali proposte al ricordare si bloccano, tuttavia nulla si perde. Inoltre i processi mentali si disorganizzano e le parole, gli impulsi e le immagini si presentano frammentate e si esprimono mediante il linguaggio della sofferenza. 
La persona quindi è incapace di pensare, di spiegare cosa accade e di riconoscere determinati ricordi come parte dell’evento traumatico originale. In un certo senso è come se la persona fosse stata trasportata nel tempo del trauma originario, per cui potrebbe inconsapevolmente reagire a eventi, situazioni o persone, in un modo che si richiama ad alcuni aspetti del trauma originario. La dissociazione, in questo caso è un meccanismo di difesa dell’emisfero destro che consente alla persona di difendersi dalle esperienze emotive sconvolgenti. 
Le emozioni intense possono dissociarsi dalla coscienza e memorizzate sotto forma di sensazioni viscerali (ansia, panico, ecc.) o d’immagini visive (incubi, flashback, ecc.). In questi casi, l’essenza del panico e della paura estrema diventa viscerale e s’inscrive nel corpo, per cui il terrore, l’impotenza e la disconnessione vengono conservati all’interno dei tessuti e delle cellule della vittima. 
Se la sofferenza psichica diventa troppo intensa e l’individuo non riesce a individuare espressioni simboliche in grado di Mentalizzare le emozioni e il disagio psicologico, è possibile che si attivino le forme più arcaiche dei meccanismi di difesa, manifestando in modo diretto il disagio psichico attraverso il corpo, perché la persona non riesce a far emergere le emozioni (insoddisfazione, rabbia, paura, delusione) perché esercitano un forte controllo razionale, per cui attraverso il corpo tendono a tenere lontano i contenuti psichici inaccettabili. 
In questi casi può accadere che l’intensa emozione non possa essere espressa dall’individuo mediante le parole, per cui le sensazioni potrebbero bloccarsi e le emozioni catturate da una parte del corpo, che le congela e le blocca. La mentre è in grado di rimuovere il ricordo, spingendolo nell’inconscio, mentre il corpo non possiede la capacità di dimenticarlo, per cui la memoria di questi eventi s’iscrive in una parte del corpo e si manifesta come sintomo fisico, ciò significa che la memoria non è solo un riferimento cognitivo. 
Se i pensieri diventano ossessivi e ripetitivi, si alterano anche le funzioni biologiche, perché l’intero organismo riceve continui messaggi terrorizzanti cui non corrisponde alcuna minaccia reale. Poiché questi messaggi sono prodotti quasi esclusivamente da pensieri automatici, sfuggono alla consapevolezza, per cui la persona si trova a combattere contro fantasmi che deformano la sua percezione della realtà, obbligandola ad adottare comportamenti disfunzionali. Le continue frustrazioni che ne derivano, si traducono in stress, che nei tempi lunghi possono anche compromettere il sistema immunitario. 
Gli effetti sullo sviluppo evolutivo potrebbero determinare deficit nelle esperienze d’intimità, disregolazione psicobiologica, comportamenti sessuali distorti, convinzioni e credenze che contribuiscono, attraverso i pensieri, a sostenere nel tempo l’abuso. Ciò comporta la perdita di fiducia negli altri e compromette il senso dell’intimità, che trasforma le relazioni e influenza profondamente il comportamento, rendendo la persona spesso incomprensibilmente arrabbiata. Non sono quindi i fatti oggettivi che determinano se un evento è traumatico, ma l’esperienza emotiva soggettiva dell'evento. Infatti, maggiore è la percezione del sentirsi indifeso e spaventato, maggiore è la probabilità che si è traumatizzati. 
Un evento si definisce traumatico quando costituisce una minaccia che eccede le normali risorse della persona, un qualcosa d’imprevedibile da cui la persona non è in grado di fuggire. Tuttavia non è il dolore a essere traumatico, ma la percezione dell’impotenza. 
Se il trauma si verifica all’interno della famiglia (non vi è sostanziale differenza se l’abusante è il genitore biologico o il partner di uno dei due genitori) non è un EVENTO a causarlo, ma una RELAZIONE con un’alta probabilità di autoperpetuarsi e di essere resistente alla cura. In questi casi il trauma rompe i legami di attaccamento e di sicurezza, che costituiscono le fondamenta di un senso di sé stabile e coerente. 
Nei bambini, i traumi, gli abusi sessuali, fisici e psicologici, l’aver assistito a episodi di violenza, alterano direttamente il loro sistema nervoso, determinano nella loro memoria procedurale stili comportamentali che persistono e vengono reiterati nel tempo, continuando a causare sofferenza e una vulnerabilità che si esprime nella forma difensiva della DISSOCIAZIONE. La scissione che ne deriva è il naturale tentativo di suddividere il trauma in frammenti separati, in modo da renderlo contenibile. Il dissociarsi dall’esperienza consente alla persona di renderla meno personale e in un certo senso non-reale. Purtroppo con il trascorrere del tempo queste PARTI si cristallizzano e s’isolano, fornendo alla persona una forma di sollievo, di contro determina un deficit di chiarezza e coerenza. Il processo di frammentazione si verifica sia livello fisiologico che psicologico e relazionale, compromettendo anche la connettività dello stesso cervello. Il trauma quindi dissocia la persona da ciò che preferisce non conoscere di sé stessa, isolandolo.
L’integrazione non è una semplice riconnessione di parti rotte, ma occorre individuare il modo di differenziare l’esperienza, ma per fare questo è necessario comprendere l’organizzazione delle reazioni e le connessioni tra le parti. 
Secondo Janet un trauma psicologico è un evento che per le sue caratteristiche Non è Integrabile nel sistema psichico della persona. L’esperienza traumatica resta così dissociata dal resto dell'esperienza psichica, causando una sintomatologia psicopatologica nota come dissociazione, cioè esclusione dalla consapevolezza cosciente, a scopo difensivo, degli elementi disturbanti. Questi contenuti mentali risultano non associati o non integrati e custoditi in un sistema di memoria che è differente da quello che sottende la coscienza. Vengono tipicamente memorizzati come fatti, non come episodi. I fatti del trauma riguardano attribuzioni di valori, il cui fine è di informare l’individuo che è cattivo, brutto, incompetente, stupido, in rapporto ad un altro che è critico, controllante, svalutante. Poiché questa memoria non comprende l’evento, la persona non lo riconosce come ricordo e quindi lo vive come appartenente al presente, quando viene scatenato da stimoli contingenti.
Cambiare il passato, ricollocare il passato nel passato non significa dimenticare o rimuovere, ma modificare le reazioni e i comportamenti che ancora oggi rendono attuale le sensazioni e le emozioni legate all’evento traumatico. Le difese adottate da una persona abusata sono molto rigide e funzionali durante l’infanzia, ma possono creare seri problemi nell’età adulta, perché non più adeguate. 
Un’infanzia di abuso o maltrattamenti può determinare credenze negative su sé stesse e sugli altri. Infatti, un bambino maltrattato da un genitore potrebbe interiorizzare la credenza che la violenza può essere giustificata in nome dell’amore oppure tendere a temere il rifiuto o la critica da parte degli altri e quindi per reazione attacca per primo, assumendo comportamenti aggressivi. 
Una bambina (o bambino) potrebbe negare o alterare la realtà, allo scopo adattativo di proteggere il rapporto con le persone che sono emotivamente importanti per lei. Ad esempio una bambina, vittima di abuso sessuale da parte di un genitore, rimprovererà se stessa per la violenza subita e proverà vergogna. Se l’abuso viene negato dall’ambiente in cui vive e viene coperto da una barriera di silenzi, la bambina potrebbe trarre la conclusione che deve dimenticarlo, in questo caso il suo senso della realtà potrebbe danneggiarsi. 
Se l’abuso è avvenuto nella prima infanzia, la bambina deve dimenticare l’abuso subito per potersi adattare al suo ambiente, ma nello stesso tempo lo deve ricordare sia per prepararsi a gestire eventuali violenze future, sia perché non può essere affettuosa con una persona che gli ha usato violenza. In questi casi la ragazza vive una complessa relazione odio/amore con la persona che l'ha abusata ed eventualmente proiettarla anche sull’altro genitore che non l’ha protetta o peggio ha fatto finta di non vedere. 
La bambina potrebbe risolvere questo conflitto mediante la dissociazione o sviluppare una doppia personalità, in cui una personalità non ha ricordi della violenza, mentre l’altra la ricorda. La ricostruzione dei traumi infantili è di fondamentale importanza, perché se non si è consapevole da dove deriva il disagio, è impossibile individuare le credenze disfunzionali e le motivazioni che le determinano. 
Una ragazza che ha subito un abuso sessuale (intro/extra-familiare) potrebbe sviluppare una tendenza alla negatività o all’ostilità, per lottare contro l’arrendevolezza nei confronti della persona che l’abusava, per cui difficilmente rinuncerà a comportamenti di rabbia, ostilità, ecc., di cui ha bisogno per proteggersi dall’eventualità di essere ancora abusata oppure potrebbe ricorrere a difese dissociative e scegliere, per esempio, di non guardarsi allo specchio, in modo reale o simbolico, per non vedere quelle parti del suo corpo associate alla violenza subita da bambina. Se non ha potuto esprimere la rabbia che provava verso la persona che l’abusava, per motivi di attaccamento, potrebbe manifestare una complessa relazione odio/amore nei confronti della persona che l’ha abusata e percepire una ridotta sensazione di controllo su ciò che accade al suo corpo. 
Potrebbe non sentirsi sicura all’interno del suo corpo e quindi percepire la sensazione di vivere i suoi pensieri e le sue emozioni fuori dal suo controllo, impedendole di potersi fidare delle relazioni con gli altri e quindi attuare meccanismi di difesa psichici o psicosomatici, al fine di rimuoverli o meglio si dissocia, per evitare di pensarci e di percepire l’intenso dolore che quei ricordi potrebbero generare. Queste esperienze sono difficili da raccontare perché la persona viene travolta dall’ansia, dalla paura, dalla vergogna, dal senso di colpa, da dolori psicosomatici percepiti in zone del corpo che hanno un riferimento simbolico con l’evento traumatico. 
Ad esempio una bambina abusa potrebbe avvertire, quando tenta di accedere a questi ricordi, intensi dolori nel basso ventre o percepire un senso di soffocamento, tuttavia il ricordo inevitabilmente potrebbe riemerge con le relative emozioni, per cui la ragazza potrebbe essere costretta a inibirle, a controllare i pensieri e i comportamenti. Se non vi riesce, potrebbe reagire aggredendo il suo corpo (con disturbi dell’alimentazione, anoressia, ecc.) ritenendolo inconsciamente responsabile del suo dolore, un’aggressione che costituisce una difesa a un’immaginaria minaccia esterna oppure potrebbe autolesionarsi per impadronirsi del suo corpo, per sentirlo suo attraverso il dolore, un corpo che specialmente durante i rapporti intimi con il partner potrebbe non riuscire a controllare. Entro certi limiti potrebbe non sentire che il suo corpo gli appartiene perché è stato violato contro il suo volere, per cui spesso non sperimentano il confine oppure potrebbe percepire un attenuato senso di controllo di quello che succede dentro. Se è stata abusata con penetrazione, potrebbe anche soffrire di vaginismo psicogeno oppure potrebbe avere difficoltà nel relazionarsi sessualmente (frigidità, anorgasmia, fastidio nella continuazione del rapporto, ecc.). 
Nelle relazioni affettive potrebbe incontrare grosse difficoltà nell’avere fiducia in se stessa e negli altri, per cui potrebbe attivare diversi meccanismi psichici quali ad esempio la repressione, la negazione, il distacco dall'affetto, l’intransigenza relazionale, è come se dicesse a se stessa se mi ubbidisci significa che riesco a controllarti, per cui generalmente scelgono partner che le assecondano, ma spesso il lupo cattivo si traveste da agnello per poter ingannare e divorare la sua vittima. Tuttavia l’aspetto più devastante, è che in diversi casi la vittima dell’abuso ha amato e idealizzato chi l’abusava, perché era anche la persona che gli manifestava maggiore affetto. Paradossalmente la faceva sentire protetta, per cui diventa difficile per lei immaginare l’amore senza assumere il ruolo di vittime e quindi spesso potrebbe tendere a negare o ignorare i suoi desideri, perché a livello inconscio crede di dover soddisfare al bisogno degli altri, per cui potrebbe tendere a creare legami con persone che abusano o approfittano di lei. 
Fra le possibili difese che una persona potrebbe erige verso gli altri è quella di porre in essere un comportamento provocatorio e aggressivo; in questi casi il comportamento non è manifestazione di sicurezza, ma di estrema fragilità e paura, perché avverte un bisogno di protezione e di aiuto nelle decisioni. 
In questi casi il primo obiettivo è che la ragazza o la donna acquisisca il senso della sicurezza e del controllo, affinché possa riuscire a raccontare le esperienze di violenza subita, perché il ricordare intenzionale induce un effetto positivo sul benessere psicologico e fisico della persona abusata, perché esiste una connessione tra ricordi, emozioni e stato di salute. Infatti, quando si traduce un’esperienza in parole, diventa inevitabile per la mente esplorare il significato emotivo degli eventi e quindi compiere un’elaborazione cognitiva che consente di dare un significato ai ricordi, rendendoli non frammentati e coerenti, in modo da poter essere inseriti nella storia personale, perché se si è disconnessi dalla propria storia, si agisce come se l’antico trauma si verificasse nel momento presente. Riviverlo è un riconoscimento corticale che integra sensazioni e sentimenti originari, collegandoli nel loro contesto storico e non nella realtà attuale. 
Una persona che ha vissuto un'esperienza traumatica potrebbe non cogliere la connessione tra l'evento e i sintomi, per cui diventa difficile per lei adottare un’adeguata strategia risolutiva. E’ fondamentale quindi individuare innanzitutto la relazione tra l'evento traumatico e i sintomi, in modo da fornire un giusto significato alla sintomatologia. In seguito occorre comprendere le reazioni partendo dal sintomo che è l'espressione disfunzionale della risposta fisiologica al pericolo, indotta da iper-arousal o ipo-arousal, questa eccitazione ha il fine di attivare una risposta adeguata (attacco, fuga, congelamento, ecc.). Se la persona non riesce ad attuare questa risposta, s’instaura il trauma che comporta una disorganizzazione del normale stato di coscienza. Il fallimento del sistema difensivo, induce la persona ad attuare una persistente azione di evitamento, consistente in un continuo sforzo per evitare i pensieri o l’attività associata al trauma, con la conseguente impossibilità di ricordare e di stabilire rapporti affettivi. 
Chi ha vissuto un evento traumatico percepisce sempre viva o come appena conclusa, una situazione di pericolo imminente, indotta da ricordi, pensieri e flashback relativi all’evento traumatico, perché non riesce a integrare l’esperienza in strutture mentali coerenti. Ciò causa la dissociazione della coscienza. 
Nelle persone sono presenti due sistemi emozionali/motivazionali. Il sistema neurobiologico di difesa (Attacco-Fuga) di fronte alle minacce ambientali, che determina emozioni di paura estrema (Sistema Simpatico) e impotenza o congelamento (nucleo dorsale del vago). Inoltre causa amnesia, intrusione di ricordi mnestici, incapacità a riconoscere e nominare le emozioni, perché l’area di Broca (area del cervello associata al linguaggio) durante il trauma smette di funzionare, determinando così un deficit di mentalizzazione e di regolazione emozionali. L’Ippocampo, la cui funzione è di costruire i ricordi coscienti, si blocca. In queste condizioni non è possibile associare alle memorie del trauma i riferimenti del linguaggio verbale, per cui i ricordi non possono emergere a livello cosciente. Tuttavia, i riferimenti del linguaggio verbale continuano a persistere sotto forma di diffuse sensazioni di disagio e di pericolo, in uno stato non controllabile, che determina disfunzioni e disregolazione. In queste condizioni il sistema produce un eccesso di ormoni dello stress, che nel tempo riducono la dimensione dell’Ippocampo. La vittima quindi non è in grado di pensare, ma solo di fuggire o attaccare. 
In seguito il sistema di difesa attivato dal trauma, attiva a sua volta il sistema di attaccamento. Se la figura di attaccamento è anche la fonte di minaccia, il sistema di attaccamento si disorganizza e induce processi dissociativi. 
Conseguenza di ciò è che il sistema di difesa resta attivo, per un certo tempo, anche dopo la fine dell’evento traumatico, continuando così a inibire le attività mentali superiori, impedendo l’integrazione dell’esperienza nella storia autobiografica della persona, creando anche a un processo dissociativo. Un’importante conseguenza dell’esperienza traumatica è che la persona non è una protagonista attiva nella costruzione del significato della propria vita. 
Se l’esperienza dell’emozione è troppo intensa da sopportare, questa è suddivisa in parti. Se la vittima è un bambino, il suo mondo interno sarà rappresentato da emozioni arcaiche non verbalizzate, sconnesse dal significato personale, perché l’esperienza non viene vissuta in modo riflessivo e non assume significato attraverso un processo cognitivo, per cui diventa impossibile prendere coscienza dell’evento, ciò compromette anche la capacità di elaborazione dell’esperienza dolorosa, con un conseguente isolamento all’interno della personalità, che impedisce il pieno sviluppo del sé. In una persona vittima di abusi, potrebbe anche alterarsi la naturale evoluzione della sessualità, in una forma lieve o più o meno grave. Questa disfunzionalità potrebbe essere costante nel tempo oppure presentarsi in particolari condizioni, in forme diverse, perché si crea un vincolo tra una naturale esperienza che si evolve nella mente e un’esperienza traumatica di costrizione. In questo modo si associa alla sessualità una componente negativa che normalmente non ha, se ciò accade, avrà conseguenze nella vita sessuale della persona. 
Purtroppo non è possibile prevedere come un abuso inciderà sullo sviluppo della personalità della vittima, perché ogni abuso esiste in un contesto di vita e ogni reazione è personale e su di essa incidono le risorse personali e l’ambiente in cui la vittima vive. Inoltre il legame di attaccamento è un elemento importante nel predire gli effetti a lungo termine dell’abuso. Maggiore è la paura associata al trauma, tanto più necessaria è la presenza di figure che salvino la vittima da un vissuto di abbandono, indotto dal vivere in solitudine il proprio disagio e le proprie paure. Nell’attaccamento di tipo insicuro, privo degli aspetti terrorizzanti, la vittima potrebbe costruire un Sé non frammentato, caratterizzato da convincimenti di non possedere valore, predisponendola a una probabile ripetizione di esperienze di vittimizzazione. 
La ricerca ha evidenziato che le problematiche generalmente coinvolgono lo sviluppo cognitivo e le capacità relazionali che vengono compromesse dal rapporto disfunzionale tra la figura di accudimento e il bambino abusato. Ovviamente il tutto dipende dalla storia del singolo e dalle risorse fornite dal sistema dell’attaccamento, sia da parte del genitore protettivo che dall’abusante, in rapporto alla dimensione della paura suscitata dall’evento traumatico, dalla vergogna, dal senso di colpa e dalla solitudine che potrebbero ostacolare l’aiuto psicologico ed emotivo necessario. 
Nell’ascolto delle narrative traumatiche, a livello emotivo intenso e abusante, è importante determinare se il ricordo è vero, parzialmente vero o totalmente falso, perché nella costruzione di un ricordo le informazioni vere possono combinarsi con contenuti immaginativi. Quando l’immaginazione anticipa la percezione, la fantasia diventa l’essenza dell’immaginazione. Ciò accade perché un ricordo potrebbe non essere un’esatta riproduzione, ma una costruzione non-fedele di un fatto, specialmente nei bambini che facilmente combinano insieme sogni e fantasie, che interpretano come fatti realmente accaduti o frammenti di eventi che si sono verificati in tempi diversi, che in seguito riproducono come se fossero accaduti nel medesimo tempo. Occorre quindi prestare particolare attenzione, ricercare riscontri specialmente quando si devono valutare memorie traumatiche. Ovviante, ciò non significa sminuire l’importanza e la veridicità dell’abuso infantile, che costituisce una pesante eredità. Tuttavia è importante la veridicità del recupero dei ricordi traumatici, soprattutto per il bambino o la bambina che ha vissuto l’abuso e per le implicazioni che comportano nel futuro adulto. 
Una ragazza che ha subito un abuso sessuale potrebbe ricorrere a difese dissociative e scegliere per esempio, di non guardarsi allo specchio (in modo reale o simbolico) per non vedere quelle parti del suo corpo associate alla violenza subita da bambina. Inoltre potrebbe manifestare una complessa relazione odio/amore nei confronti della persona che l’ha abusata e percepire una ridotta sensazione di controllo su ciò che accade al suo corpo, fino a spingerla all’autolesionismo o alla perversione. Potrebbe avere difficoltà a relazionarsi sessualmente (vaginismo, frigidità, ecc.), mentre nelle relazioni affettive potrebbe incontrare grosse difficoltà nell’avere fiducia in se stessa e negli altri, per cui potrebbe attivare diversi meccanismi psichici quali ad esempio la repressione, la negazione, il distacco dall'affetto, ecc., perché si percepiscono prive di valore, cattive e colpevoli. 
E’ importante fornire anche un messaggio di speranza e certezza a chi durante l’infanzia ha subito maltrattamenti e abusi. E’ vero che i primi anni di vita sono fondamentali, perché si costruiscono le fondamenta della propria esistenza, ma il nostro cervello è plastico e quindi è sempre possibile cambiare. Il presente dipende da noi, dalla nostra capacità a capire i limiti dei propri genitori e contemporaneamente sviluppare la resilienza. 
Un genitore che acquisisce la consapevolezza di aver commesso degli errori, può recuperare un sano ed equilibrato rapporto con i figli correggendo i suoi comportamenti disfunzionali.

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