Nata Indesiderata
Riaprirono le Scuole
di Antonio Sammartino
Riaprirono le scuole e i giorni trascorrevano con il medesimo ritmo dell’anno precedente. Una mattina mentre ero in giro con la mamma, un signore coperto di cianfrusaglie, si avvicinò e mi pose fra le mani una collanina con una cordicella di cuoio alla cui estremità vie era un cuoricino di legno che con leggera pressione si apriva e dentro vi era scolpito “Ti Voglio Tanto Bene”. Dai mi diceva, prendilo e regalalo alla mamma, cosi tutte le volte che lo vedrà si ricorderà di te e che gli vuoi tanto bene. Chiesi alla mamma di comprarlo, mi accontentò subito, ma invece di darlo alla mamma lo tenni stretto nella mia mano. Forse questo gesto deluse mia madre.
Nel pomeriggio, come al solito, venne a prendermi il nonno, gli chiesi di attendere e andai in camera mia e ritornai con la manina chiusa e andammo via. Per strada il nonno mi chiese cosa nascondevo nella mano. Risposi è un segretissimo tutto mio. Quando più tardi ci sedemmo su una panchina dissi al nonno di chiudere gli occhi e gli infilai la collanina, aggiustandola sul petto, ora puoi aprire gli occhi. Lui li aprì, vide il cuoricino di legno. Lo sai nonno è un cuoricino che si apre, dai aprilo che vi è una grandissima sorpresa; aspetta lo apro io, leggi ad alta voce ciò che vi è scritto: “Ti Voglio Tanto Bene”.
I suoi occhi iniziarono a brillare. Perché piangi nonno? Perché sei triste? Non ti piace il mio cuoricino? Mi strinse fortissimo a lui per alcuni secondi e ricordo che mi disse che era il regalo più bello che aveva ricevuto e che il mio cuoricino lo avrebbe portato per sempre con lui.Passarono veloci alcuni mesi e senza alcun preavviso il nonno scomparve.
Ogni giorno chiedevo a mia madre perché il nonno non viene più? Perché non mi vuole più bene? Sono stata cattiva con lui? La risposta di mia madre era sempre evasiva o incomprensibile. La sera quando andavo a letto prima di addormentarmi spesso piangevo e alcune volte lo sognavo. Se il nonno non veniva più è perché ero stata cattiva, ma non riuscivo a capire quando, nessuno cercava di farmi capire. Fu così che iniziai a pensare che quando vuoi bene ad una persona questa diventa cattiva o ti abbandona. Tutte le persone che volevo bene mi trascuravano, mi abbandonavano. Cercavo inutilmente di capire cosa non funzionasse in me.
Non ho mai saputo chi fosse realmente quell’uomo, perché è scomparso senza dirmi nulla, se è ancora vivo. Lui mi disse di chiamarlo nonno e per quella bambina che è in me lo sarà per sempre, anche perché il destino non mi aveva voluto donare, il mio primo principe azzurro. In quel periodo pensavo che fosse la solitudine ad essermi ostile, senza riuscire a comprendere che il mio vero dramma era qualcosa di molto diverso, era LUI che mi mancava, con il suo carattere allegro, buono, generoso, puro, mi sentivo come una smarrita emigrante all’inizio di un viaggio verso quell’ignoto che poteva cambiare il corso del mio destino, facendo sbocciare fra le rocce il fiore della speranza, la purezza di un abbraccio. Tuttavia, anche se il nonno mi mancava, se mi aveva ingannata e rifiutata, ciò che maggiormente mi mancava era LUI, il mio papà, che non potevo neppure sognare.
Con la scomparsa del nonno, il comportamento di mia madre nei miei confronti divenne più aggressivo, non mostrava mai un gesto di tenerezza o una carezza. Forse perché in quel periodo gli uomini entravano ed uscivano con rapidità nella sua vita. Spesso giustificava i suoi fallimenti gridandomi che se non fossi mai nata, tutta la sua vita sarebbe stata diversa, solo uno dei suoi diversi amanti durò più a lungo del solito, ma manifestava maggior interesse e attenzioni nei miei confronti, piuttosto che in quelli di mia madre.
Quando mia madre mi sgridava, quando manifestava l’intenzione di picchiarmi correvo verso le sue bracce nella certezza che mi avrebbe protetta, mi ero illusa di aver ritrovato di nuovo qualcuno in grado di proteggermi e di rassicurarmi. Lentamente quando mi prendeva in braccio o mi accostava al suo corpo iniziai a provare un senso di disagio, cercavo inutilmente di muovermi per svincolarmi, questo lui lo favoriva, specialmente quando mi faceva sedere sulle sue gambe, mi attirava a lui e mi faceva divincolare quel tanto sufficiente a farmi allontanare e per meglio avvicinarmi a lui, apparentemente scherzando. Spesso, quando restavamo soli, poggiava la sua mano sulla parte nuda delle mie cosce e la faceva giungere fino a toccarmi le mutandine. Con parole di cui non capivo il senso o che non voglio ricordare, mi abbassava le mutandine, mi afferrava dai fianchi e sollevandomi mi poggiava sul quel tavolo, mi spostava le gambe e mi toccava ovunque specialmente lì, poi con gesti che non conoscevo lo tirava fuori e lo inseriva fra le mie gambe stringendole e si muoveva fino a quando non mi sporcava, poi mi puliva, mi faceva scendere, mi sistemava l’innocente abbigliamento di bambina, descrivendo il tutto come un modo per manifestare il suo affetto nei miei confronti, mentre io li percepivo, anche se non li capivo, come un qualcosa che faceva per nascondere la mia vergogna, era come una maschera che costruiva sulla realtà.
E’ terribile per una bambina pensare che sei sola, senza che qualcuno mostri un minimo di interesse nei tuoi confronti, usava spesso nomignoli che mi gratificavano, anche se erano tutti rivolti al mio aspetto fisico. Con il tempo iniziai a capire, anche se non lo volevo accettare, che il suo volermi proteggere non era un atto d’amore, ma l’opportunità per impossessarsi del mio innocente corpo, per toccarlo, per ottenere quel contatto rubato alla mia innocenza. Avevo bisogno d’amore e nella mia innocenza lo cercavo dove mi illudevo di trovarlo. Certamente mi rassicurava, anche se non rispettava il mio corpo, la mia intimità, ma ero una bambina che non poteva capire, non ero in grado di distinguere fra una carezza amorevole e quel toccare che gli serviva per procurarsi uno squallido piacere. E’ un qualcosa che ti prende gradualmente, all’inizio ti rassicura, lo cerchi perché hai bisogno d’amore e protezione, poi inizi ad avvertire un disagio, ma non capisci perché. Il disagio si confonde con una strana sensazione che non nasce da una complicità affettiva o da un piacere sessuale, ma dal timore che il ribbellarsi potrebbe sconvolgerti, dalla paura che gli altri possano scoprirlo, il gridare, la denuncia non ti rassicurano anzi ti terrorizzano e quindi il tuo corpo continua a cedere e si lascia rapire dai vampiri dell’innocenza, diventi taciturna per il timore che senza volerlo quel veleno che scorre nelle tue vene possa venir fuori dalla tua bocca, poi arriva quell’istante in cui il fuggire lontano diventa la tua ancora di salvezza, lo cerchi, lo invochi, perchè non trovi una “via di fuga” in quella che dovrebbe essere la tua base sicura e allora fuggi via, scompari, non vuoi più farti trovare, ti nascondi alle persone che conosci nella speranza di poter iniziare a vivere.
Avevo 17 anni quando la fuga da casa mi consenti di nascondermi e fuggire lontano dal ricatto di chi senza l’uso delle parole mi diceva: io ti rassicuro, ti proteggo, ti do amore, ma tu in cambio mi dai il tuo corpo, giocattolo necessario per soddisfare le mie perverse voglie. Il dramma che vivi da adulta è che quando un uomo ti dice che ti ama, la bambina che è in te si ribella, si ricorda che quel messaggio era il preludio di un abuso, di un inganno che ti impedisce di credere che l’uomo di oggi possa essere diverso da chi in passato ti ha ingannato e rubato la vita.
Il destino, sentendosi in colpa nei miei confronti, mi ha donato la bellezza come arma per potermi difendere, per cui la gelosia combinata con l’intransigenza, mi ha consentito di garantirmi il controllo dell’altro e del mio corpo, è come se dicessi a me se stessa se mi ubbidisci significa che riesco a controllarti, per cui sceglievo partner che mi assecondavano, ma spesso il lupo cattivo si travestiva da agnello per poter ingannare e divorare la sua vittima.