Nata Indesiderata
Ricordi dei giorni trascorsi con il nonno
di Antonio Sammartino
Nel girare fra le diverse stanze arrivai in prossimità del ripostiglio e nell’aprire notai subito la mia prima bicicletta e quasi tutti i regali che avevo ricevuto dal nonno erano chiusi in un grosso baule, che conteneva un’altra scatola, dove mia madre aveva custodito tutte le mie foto. Fui invasa da un uragano di ricordi che mi traghettarono in un lontano passato, in quello che fu il periodo più bello e sereno della mia esistenza.
E’ difficile individuare i nostri primi ricordi, ma di una cosa sono certa, quando la mia memoria ha iniziato a ricordare lui già era presente, ricordo la prima volta che lo chiamai papà, lui mi rispose con un sorriso: “sono troppo vecchio per essere il tuo papà, lui è più bello e buono di me, ecco… forse io posso essere un nonno per te”. Fu da quel giorno che iniziai a chiamarlo nonno, mi rendeva felice chiamarlo nonno o nonnino. Ricordo che veniva spesso nel primo pomeriggio, bussava alla porta, riconoscevo il suo suono e gli correvo incontro per saltargli fra le braccia, salutava mia madre ed uscivamo.
Mano nella mano andavamo quasi sempre nei medesimi giardini, il gelato, il giro sulle giostre e quando ero stanca mi sollevava e mi stringeva fra le sue braccia. Mi faceva sentire protetta, era l’unica persona che riusciva a rassicurami a rendermi felice. Spesso mi raccontava favole, fiabe o storielle di quando lui era piccolo e biricchino. A volte mi addormentavo fra le sue braccia, lui si sedeva su una panchina e attendeva che io mi svegliassi. Quei primi anni della mia esistenza passarono in fretta, ricordo quando mi portò in cartoleria per comprarmi tutto ciò che mi serviva per la scuola e poi giunse il tempo del mio primo giorno di scuola e prima di lasciarmi mi accarezzò, mi baciò sulla fronte e sorridente mi vide entrare, mi voltai diverse volte verso di lui, fino a quando una porta lo rapirono al mio sguardo.
Chissà perché quando sei felice i giorni passano troppo in fretta e fu così che giunse la fine dell’anno scolastico, ero felice ed orgogliosa di mostrargli la pagella per fargli vedere quanto ero stata brava a scuola e lui gioiva con me. Siamo andati in un ristorante e alla fine del pranzo sono arrivati tanti dolcetti, quelli che lui sapeva che mi piacevano moltissimo. Terminato il pranzo siamo ritornati a casa dove trovai un pacco “molto grandissimo”, lo aprii subito e dentro vi era una bellissima bici. Gli saltai addosso e gli diedi tanti bacetti.
Dopo qualche giorno venne a prendermi a casa e mi disse che aveva già parlato con la mamma e che andavamo via per una settimana noi due da soli al mare. La mamma aveva già preparata una piccola borsa con la mia roba e siamo partiti. Furono giorni della mia infanzia indimenticabili. Quando sei piccola e vivi tanti giorni bruttissimi tutti dicono che da grande perdi la memoria di quei pochi bellissimi. Si anch’io spesso ci sono cascata, ma poi era sufficiente un piccolo dettaglio che quei pochi diventavano tanti e ricordavo solo quelli belli ed erano tutti quelli che avevo trascorso con il nonno e quando sognavo il mio papà lo immaginavo uguale al nonno e pensavo che se non era con me è perché mostri cattivissimi gli impedivono di venire da me.
La mattina attendeva che mi svegliassi, era seduto vicino e mi osservava e come aprivo gli occhi mi diceva: ciao, hai dormito bene? Mi tiravo su, lo abbracciavo aggrappandomi al suo collo, mentre la sua mano accarezzava i miei capelli. Ancora oggi dopo tanti anni a volte sogno quei momenti, le sue carezze, a volte qualche sua lacrima bagnava il mio viso: nonno perché piangi? Sei triste. No bambina mia sono troppo felice. Dai ora alziamoci. Mi accompagnava in bagno, mi preparava tutto ciò che mi serviva e prima di uscire mi diceva: ormai sei grande puoi lavarti e prepararti da sola, usciva chiudendo la porta.
Anche se i primi giorni non mi vestivo bene e sul viso restava lo sporco del dentifricio, quando uscivo mi diceva sorridendo: arriva la mia piccola indiana sul sentiero di guerra, poi mi portava in bagno e mi lavava il visino e poi uscivamo. Quei pochi giorni che trascorremmo insieme mi rese completamente indipendente nella cura della mia persona e quando qualcosa non la facevo giusta, trovava sempre il modo di correggermi con divertente affettuosità. Solo da grande ho capito con quanta dolcezza e riservatezza, ha sempre rispettato la mia intimità, anche se ero una bambina, insegnandomi soprattutto ad essere indipendente. Al termine metteva in ordine il tutto e poi uscivamo.
Andavamo al solito bar, dove ci sedievamo per fare colazione: il latte caldo, un cornetto con la cioccolata e un dolcetto, si divertiva ad imitarmi e ripeteva anche lui quello strano rumore che facevo quando bevevo il latte… e ridevamo, io lo facevo più forte e lui mi imitava. Il giorno successivo, mi disse vediamo se riusciamo a bere il latte senza fare rumore. In quei pochi giorni trascorsi insieme mi insegnò tante cose, imparavo così in fretta non so se perché lui era bravissimo o ero io che non volevo deluderlo. Il primo giorno facemmo il giro dei negozi, mi comprò tantissime cose, fra cui anche un bellissimo costumino che conservo ancora e tanti giochini per la spiaggia. Come intuiva che qualcosa mi piaceva lui subito me la comprava, mi faceva sentire importante, amata come non l’avevo mai percepito. In spiaggia, la nostra era la prima fila di ombrelloni, non molto distante dall’acqua del mare. Dopo aver tirato fuori dalla borsa tutti gli oggetti, si stendeva sul lettino per leggere il giornale, ed ogni tanto si girava dalla mia parte per vedere cosa facevo. All’inizio giocavo da sola, dopo un po’ lo chiamavo e lui metteva via il giornale e insieme giocavamo sulla sabbia. Poi ci recavamo in acqua; nel vedere che non sapevo nuotare, iniziò ad insegnarmi come stare a galla. Mi sentivo sicura con lui vicino e mi abbandonavo tranquilla nelle sue mani. Io non sono bravo come insegnante di nuoto, quando ritorniamo a casa ti accompagnerò in una piscina dove potrai imparare a nuotare, così la prossima volta possiamo andare lontanissimi.
Quando uscivamo dall’acqua mi asciugava e poi mi faceva stendere al sole. Il primo giorno, mentre mi asciugava, gli chiesi: nonno perché non vuoi essere il mio papà e non resti sempre con me? Ely tu hai già il tuo papà anche se adesso non è con te, ma ti pensa sempre ed io sono il nonno, se divento il tuo papà non potrò più essere il tuo nonno, così hai il papà, il nonno e la mamma che ti vogliono bene. Per rompere quella situazione mi disse: ho visto che c’è un grande e buonissimo gelato per te, dai corriamo a prenderlo prima che il sole c’è lo ruba.
Nel pomeriggio dopo aver riposato ritornammo in spiaggia. Il nonno aveva con se alcuni fogli e si sedette all’interno del bar dicendomi: ora devo scrivere una lettera, mi diede un album per disegnare, una scatola di colori che mi aveva comprato la mattina e mi disse di andare a disegnare sul tavolo fuori. Ricordo mi consegnò dei fogli e una matita e mi disse: fai un bel disegno che lo portiamo alla mamma, quando ritorneremo a casa. Ora vai, non ti allontanare, ti osservo da qui. Dopo essermi seduta al tavolo in una posizione che potevo vedere il nonno, iniziai a disegnare usando un po’ tutti i colori. Spesso giravo lo sguardo nella sua posizione e quasi sempre i nostri sguardi si incrociavano illuminati da un sorriso di gioia. Subito dopo aver terminato il disegno mi avvicinai al vetro che separava l’interno del bar dall’esterno in cui vi erano i tavoli ed appoggiai il disegno sul vetro. Ricordo ancora gli occhi del nonno che luccicavano, si alzò, mi venne incontro, mi prese in braccio e mi strinse forte a lui.
Quel disegno raccontava tutto dei miei sogni e desideri, un sole grande di color giallo, che quasi toccava il mare blu, la spiaggia nera su cui vi era disegnato un grande cuore con dentro un uomo che tiene per mano una bambina, girati di spalle. che vanno in direzione del sole. Quei giorni trascorsero in un attimo e mi ritrovai di nuovo soffocata nella mia realtà.