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  E’ una fiaba, uno scrigno, in cui sono rinchiusi frammenti di emozioni, desideri e passioni, che lentamente conducono verso quella dolce sensazione, che consente di vivere una intensa relazione, in cui prevale una forma fiabesca del sentimento e della passione, che insinuandosi nella reltà, concretizza un’ideale, nell’istante in cui, svanita la speranza, sopraggiungere l’ignoto imprevedibile a sovvertire la sventura e a sconfiggere il destinoIl Senso di Lei
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Il Senso di Lei è una fiaba, uno scrigno, in cui sono rinchiusi frammenti di emozioni, desideri e passioni, che lentamente conducono verso quella dolce sensazione, che consente di vivere una intensa relazione, in cui prevale una forma fiabesca del sentimento, dell'amore e della passione...

ma perchè tutte le fiabe terminano quando l'amore si concretizza?

Addio, è triste per me scrivere questa semplice parola perché è l’inizio di un distacco che non avrei mai voluto che fosse. Che strano dire addio ad una donna di cui non sono innamorato perché sarebbe troppo banale esserlo, ma è quella dolce Sensazione di Lei, che in un istante è riuscita a devastare i miei sentimenti ed alimentare quella smisurata voglia di desiderio sentimentale, che ha invaso la mia mente e si è impossessato del mio corpo.

Ricordo, era quell’ultima speranza di una inutile giornata. Era uno di quei giorni come tanti, trascorsi nella quiete della mia solitudine, tra pensieri spenti e cose che non avevo voglia di fare, chiuso ormai nel mio piccolo mondo di sogni e speranze, paure e incertezze, stanco e deluso di chi voleva entrarci con un unico scopo.
Ricordo quel primo insolito, bizzarro e imprevedibile incontro. Ero assorto nel  leggere banali notizie, seduto davanti a quel bar raggiunto per caso durante una breve e improvvisa vacanza, quando un profumo inebriante e un soave suono di una voce, stravolsero i miei pensieri. Sentivo, ma non potevo vedere, cercavo con indifferenza di distrarmi, ma fui stranamente catturato dal dondolio di un piede.

Non era mai accaduto di sentirmi così violentemente attratto da un banale piede di donna, anche se avvolto in eleganti sandali, di delicato colore, con vertiginosi tacchi a spillo, realizzati per mostrare ciò che non poteva essere nascosto, la perfezione di quei piedi stupendi, puliti, curati, morbidi e profumati, con unghie perfette, corte quanto basta per seguire la forma arrotondata delle dita, prive di pellicine e ricoperte interamente di un velo di smalto rosso, poche gocce di pioggia di un incauto e breve temporale estivo creavano riflessi lucenti, il tutto mi appariva l’essenzialità di una immagine di raffinata seduzione,  spregiudicata e trasgressiva,  un’esaltazione che nasceva non da un bisogno feticistico, ma da un desiderio di adorazione privo di limiti morali. Un inebriante profumo, distillato di emozioni, che esprimeva luminosità, freschezza e sensualità, in grado di liberare vitalità e seduzione, che accendeva i sensi, donava sicurezza e quell’inebriante essenza dell’essere femminile che ipnotizza e riflette una dolce tenerezza.

Poi un chiaro brusio, una serie di saluti, si alza e si incammina.

Potei ammirare con stupore e meraviglia la sua esile vite, i glutei un capolavoro di scultura, piccoli tondi e muscolosi. Le sue gambe lunghe e perfette, una pelle liscia e lucente, la gonna stretta che indossava esaltava le sue curve e mentre il lento scorrere del tempo la portava via, cominciai a sentire un freddo che neppure il sole di quella afosa giornata riusciva ad annullare, erano brividi scuotenti, una febbre indomabile, poi più nulla e quando riaprii gli occhi mi ritrovai disteso su un letto, in una camera bianca con un modesto arredo, spoglia, un fastidioso rumore di parole che non riuscivo a comprendere, è l’effetto della febbre pensai, non era mai successo di ricordare un sogno così colmo di dettagli ed emozioni, sentimenti e passioni.

Provai a rinchiudere gli occhi nella speranza che quella dolce fiaba potesse riprendere dal punto in cui si era interrotta e invece nulla, solo pensieri sconclusionati e senza senso, simili a quelli che può avere, chi ha smarrito da sempre il senno e la ragione. Forse volevo convincermi di non possedere la capacità di sognare, nell’illusione di credere ciò che ormai mi appariva non essere.
Forse il tempo e l’effetto dei medicinali che ero costretto a prendere, attenuarono l’ansia di un abbandono che non poteva essere, perché mai vi era stato un inizio, anche se a volte l’immaginazione riesce ad inventarsi fiabe, che appaiono reali. Forse è la sublimazione del desiderio di ciò che non si ha o di ciò che si vorrebbe che fosse e che invece non è.
Il tempo trascorre, la febbre scompare ed io sono pronto a lasciare quel luogo che mi appariva sempre più lugubre. Finalmente potevo respirare di nuovo un’aria pulita, priva di quel maledetto odore che a volte è fonte di ansia e dolore.
Sentivo il bisogno di respirare e camminare senza una meta precisa, non ero alla ricerca di un qualcosa, perché quella piccola città di mare, raggiunta per caso, mi era sconosciuta. Camminavo e guardavo intorno per evitare che il mio incauto passeggiare potesse essere causa di imprevisti, quando all’improvviso un sussulto mi blocca, quasi mi paralizza.

No, non riesco a crederci, è impossibile non potevo aver sognato un luogo che non avevo mai visto in passato. Smarrito e incredulo mi avvicino e mi siedo, lo riconosco è il tavolo in cui ero seduto, davanti vi era l’altro, ora vuoto e inutile, anche se i miei occhi crudeli si divertivano ad inviarmi immagini irreali. Era una sensazione, perché non riuscivo a toccare o respirare, ma la sentivo forte dentro di me, non riuscivo a capire, ma sentivo che era mia, che mi apparteneva, perché mi donava meraviglia e mi faceva sorridere… forse di una gioia che preannunciava speranza.

Ero seduto a quel tavolo con l’ansia che colpisce e il timore che invade la mente di chi si illude ancora, ma con la certezza che nulla poteva accadere. Non era previsto che restassi ancora in quel luogo, ma non trovavo la forza di andare via e ogni giorno rimandavo al successivo la decisione di stabilire la partenza. La notte sopraggiunse e con lei il sonno che mi trasportò, per alcuni istanti, nel regno dei sogni in cui tutte le fiabe possono trasformarsi in sensazioni di realtà, mai poi crudele sopraggiunge l’alba, che spazza via i sogni,  perchè deve ricondurci a quella realtà che spesso non desideriamo.
Passeggiavo distratto da un unico pensiero alimentato dal desiderio, quando ad un tratto un forte dolore risveglia l’attenzione, un incredibile scontro che in un istante annullò il dolore, mentre lei era già chinata per raccogliere gli oggetti, che il mio essere incauto, avevo fatto cadere.
A volte il destino si diverte a scatenare imprevedibili eventi, i nostri occhi ci ingannano, la nostra mente si burla di noi pensai, non poteva essere che la mia immaginazione si divertiva con un sarcastico accanimento a tormentarmi.

Mi scusi… scusami non volevo, ero distratto, passavo per caso, dicevo a me stesso di fare attenzione, un fiume di parole sconclusionate e senza senso che scatenarono l’accenno di un suo sorriso. Meraviglioso, incantevole, due preziosissimi occhi di colore chiaro, illuminavano quel viso disegnato dal divino per stordirmi e da una appena accennata smorfia di dolore sulle labbra, leggermente incurvate. Il tutto appariva essere un caldo, dolce e intimo sorriso, che mi veniva donato, con quel senso dell’altruismo che può essere solo di una donna disponibile ad amare.

A volte uno scontro casuale è quel segno del destino che unisce due percorsi, si creano quelle condizioni da cui è impossibile separarsi, perché sarebbe un gesto di crudele indifferenza. Dopo un primo istante in cui nulla sembrava avesse provocato danni  alla sua persona, mi accorsi che non riusciva a stare in piedi, a causa di quella che appariva essere una leggera distorsione alla caviglia. In quello che fu l’unico istante di lucidità, mi offrii di accompagnarla.

Il tempo di un istante e avevamo già dimenticato dove dovevamo andare, ciò che dovevamo fare non aveva più senso, un unico desiderio ormai ci legava, mentre la ragione e il senso della realtà si erano come per incanto spenti, per donarci  istanti indimenticabili... e ci  ritrovammo a passeggiare in uno di quei luoghi in cui la natura riserva incredibili emozioni, impressionante era lo strapiombo sul mare, le profonde faglie, le onde che si infrangevano in piccole insenature, creando un ambiente che infondeva serenità. Mano nella mano le parlavo, la seguivo dolcemente, mentre cresceva in me la voglia di baciarla, ma il timore di osare e di rompere quel magico incantesimo che si era creato, mi bloccava.
Eravamo seduti su quella naturale panchina che ci consentiva di ammirare uno stupendo paradiso che sembrava fosse stato costruito, come rifugio per il nostro incontro. Ci guardavamo, ci scambiavamo sorrisi, come la prima volta che i nostri sguardi si erano sfiorati, prima di incontrarsi, ero invaso da un dolce sentire di ignote e inattese sensazioni. Le sue labbra erano poco distante dalle mie e mentre la guardavo negli occhi, in un gesto di affetto, le nostre mani hanno iniziato un dolcissimo viaggio, era uno sfiorarsi teneramente, quando la sua inattesa timida mano, cede al desiderio e in un gesto naturale, quasi a voler diffondere protezione, lentamente inizia ad accarezzarmi i capelli, mentre la mia cominciava a percepire il tepore della sua pelle, del suo viso soffice, delicato, indifeso e poi.. dolcemente gli sfiorai le labbra, sussurrando incomprensibili parole di delirio, nell’assaporare le dolci e avvolgenti emozioni che riusciva a trasmettermi e quel soffermarmi per godere delle mie sensazioni e dell’inebriante sapore della sua saliva. 
Non ricordo il tempo che abbiamo trascorso a guardarci, ammirati nel cercarsi, ore trascorse con il solo desiderio di stare vicini, il più possibile vicini, nell’infantile speranza di poter arrestare il tempo, con la magia delle sensazioni scatenate dal nostro desiderio.

 

Data Inserimento Post 12/02/2010 8.59.23  |  Social Bookmark
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Riscoprire attraverso le fiabe e i miti l’importante ruolo della presenza del padre, una presenza indispensabile per un equilibrato sviluppo della personalità di un bambino.
Forse la crisi che disorienta i giovani oggi è strettamente legata a questa assenza. Credo che non sia colpa dell’uomo che non desidera essere padre; credo che non sia colpa della donna, che nell’essere troppo madre, priva al figlio di quello spazio necessario per far emergere anche la figura del padre, ma è l’assenza di un’adeguata educazione ad essere genitori, in una società che è profondamente cambiata.
Il principe ranocchio
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Il ruolo del padre nella società

Riscoprire attraverso le fiabe e i miti l’importante ruolo della presenza del padre, una presenza indispensabile per un equilibrato sviluppo della personalità di un bambino.
Forse la crisi che disorienta i giovani oggi è strettamente legata a questa assenza. Credo che non sia colpa dell’uomo che non desidera essere padre; credo che non sia colpa della donna, che nell’essere troppo madre, priva al figlio di quello spazio necessario per far emergere anche la figura del padre, ma è l’assenza di un’adeguata educazione ad essere genitori, in una società che è profondamente cambiata.
Nelle società primitive, l’iniziazione alla vita e le funzioni educative, era compiti che venivano svolti dai padri, compiti che nella società moderna sono stati, in un primo tempo affidato alla scuola e alle madri, mentre ora sono totalmente abbandonati al caso. Colpa dei genitori è che hanno passivamente accettato questa nuova realtà.
Entrambi i genitori, nella diversità e nel rispetto dei ruoli educativi assegnati alle loro figure, devono essere per un figlio una base affettiva sicura, dovrebbero infondere il valore della tolleranza, dovrebbero contribuire a creare quel giusto rapporto fra le regole che non devono assolutamente essere violate e lo spazio di libertà che deve essere concesso ai fgli, in funzione della loro età.

Il Principe ranocchio di Jakob e Wilhelm Grimm

Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, c'era un re, le cui figlie erano tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava, quando le brillava in volto.
Vicino al castello del re c'era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio, c'era una fontana: nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel bosco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente; e quando si annoiava, prendeva una palla d'oro, la buttava in alto e la ripigliava; e questo era il suo gioco preferito.
Ora avvenne un giorno che la palla d'oro della principessa non ricadde nella manina ch'essa tendeva in alto, ma cadde a terra e rotolò proprio nell'acqua. La principessa la seguì con lo sguardo, ma la palla sparì, e la sorgente era profonda, profonda a perdita d'occhio. Allora la principessa cominciò a piangere, e pianse sempre più forte, e non si poteva proprio consolare.
E mentre così piangeva, qualcuno le gridò:
- Che hai, principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi.
Ella si guardò intorno, per vedere donde venisse la voce, e vide un ranocchio, che sporgeva dall'acqua la grossa testa deforme. Ah, sei tu, vecchio sciaguattone!
- disse,
- piango per la mia palla d'oro, che m'è caduta nella fonte.
- Chétati e non piangere,
- rispose il ranocchio,
- ci penso io; ma che cosa mi darai, se ti ripesco il tuo balocco?
- Quello che vuoi, caro ranocchio,
- diss'ella,
- i miei vestiti, le mie perle e i miei gioielli, magari la mia corona d'oro.
Il ranocchio rispose:
- Le tue vesti, le perle e i gioielli e la tua corona d'oro io non li voglio: ma se mi vorrai bene, se potrò essere il tuo amico e compagno di giochi, seder con te alla tua tavolina, mangiare dal tuo piattino d'oro, bere dal tuo bicchierino, dormire nel tuo lettino: se mi prometti questo; mi tufferò e ti riporterò la palla d'oro.
- Ah sì,
- diss'ella,
- ti prometto tutto quel che vuoi, purché mi riporti la palla. Ma pensava: « Cosa va blaterando questo stupido ranocchio, che sta nell'acqua a gracidare coi suoi simili, e non può essere il compagno di una creatura umana! »
Ottenuta la promessa, il ranocchio mise la testa sott'acqua, si tuffò e poco dopo tornò remigando alla superficie; aveva in bocca la palla e la buttò sull'erba. La principessa, piena di gioia aI vedere il suo bel giocattolo, lo prese e corse via.
- Aspetta, aspetta!
- gridò il ranocchio:
- prendimi con te, io non posso correre come fai tu.
Ma a che gli giovò gracidare con quanta fiato aveva in gola! La principessa non l'ascoltò, corse a casa e ben presto aveva dimenticata la povera bestia, che dovette rituffarsi nella sua fonte.
Il giorno dopo, quando si fu seduta a tavola col re e tutta la corte, mentre mangiava dal suo piattino d'oro
- plitsch platsch, plitsch platsch
- qualcosa salì balzelloni la scala di marmo, e quando fu in cima bussò alla porta e gridò:
- Figlia di re, piccina, aprimi!
Ella corse a vedere chi c'era fuori, ma quando aprì si vide davanti il ranocchio. Allora sbatacchiò precipitosamente la porta, e sedette di nuovo a tavola, piena di paura.
Il re si accorse che le batteva forte il cuore, e disse:
- Di che cosa hai paura, bimba mia? Davanti alla porta c'è forse un gigante che vuol rapirti?
- Ah no,
- rispose ella,
- non è un gigante, ma un brutto ranocchio.
- Che cosa vuole da te?
- Ah, babbo mio, ieri, mentre giocavo nel bosco vicino alla fonte, la mia palla d'oro cadde nell'acqua. E perché piangevo tanto, il ranocchio me l'ha ripescata; e perché ad ogni costo lo volle, gli promisi che sarebbe diventato il mio compagno; ma non avrei mai pensato che potesse uscire da quell'acqua. Adesso è fuori e vuol venire da me.
Intanto si udì bussare per la seconda volta e gridare:
- Figlia di re, piccina, aprimi! Non sai più quel che ieri m'hai detto vicino alla fresca fonte? Figlia di re, piccina, aprimi!
Allora il re disse:
- Quel che hai promesso, devi mantenerlo; va' dunque, e apri.
- Ella andò e aprì la porta; il ranocchio entrò e sempre dietro a lei, saltellò fino alla sua sedia. Lì si fermò e gridò:
- Sollevami fino a te.
La principessa esitò, ma il re le ordinò di farlo. Appena fu sulla sedia, il ranocchio volle salire sul tavolo e quando fu sul tavolo disse:
- Adesso avvicinami il tuo piattino d'oro, perché mangiamo insieme.
La principessa obbedì, ma si vedeva benissimo che lo faceva controvoglia. Il ranocchio mangiò con appetito, ma a lei quasi ogni boccone rimaneva in gola. Infine egli disse:
- Ho mangiato a sazietà e sono stanco; adesso portami nella tua cameretta e metti in ordine il tuo lettino di seta: andremo a dormire.
La principessa si mise a piangere: aveva paura del freddo ranocchio, che non osava toccare e che ora doveva dormire nel suo bel lettino pulito. Ma il re andò in collera e disse:
- Non devi disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno.
Allora ella prese la bestia con due dita, la portò di sopra e la mise in un angolo. Ma quando fu a letto, il ranocchio venne saltelloni e disse:
- Sono stanco, voglio dormir bene come te: tirami su, o lo dico a tuo padre.
Allora la principessa andò in collera, lo prese e lo gettò con tutte le sue forze contro la parete:
- Adesso starai zitto, brutto ranocchio!
Ma quando cadde a terra, non era più un ranocchio: era un principe dai begli occhi ridenti. Per volere del padre, egli era il suo caro compagno e sposo. Le raccontò che era stato stregato da una cattiva maga e nessuno, all'infuori di lei, avrebbe potuto liberarlo. Il giorno dopo sarebbero andati insieme nel suo regno. Poi si addormentarono.
La mattina dopo, quando il sole li svegliò, arrivò una carrozza con otto cavalli bianchi, che avevano pennacchi bianchi sul capo e i finimenti d'oro; e dietro c'era il servo del giovane re, il fedele Enrico. Il fedele Enrico si era così afflitto, quando il suo padrone era stato trasformato in ranocchio, che si era fatto mettere tre cerchi di ferro intorno al cuore, perché non gli scoppiasse dall'angoscia. Ma ora la carrozza doveva portare il giovane re nel suo regno; il fedele Enrico vi fece entrare i due giovani, salì dietro ed era pieno di gioia per la liberazione.
Quando ebbero fatto un tratto di strada, il principe udì uno schianto, come se dietro a lui qualcosa si fosse rotto. Allora si volse e gridò:
- Rico, qui va in pezzi il cocchio!
- No, padrone, non è il cocchio, bensì un cerchio del mio cuore, ch'era immerso in gran dolore, quando dentro alla fontana tramutato foste in rana.
Per due volte ancora si udì uno schianto durante il viaggio; e ogni volta il principe pensò che il cocchio andasse in pezzi; e invece erano soltanto i cerchi, che saltavano via dal cuore del fedele Enrico, perché il suo padrone era libero e felice.

Data Inserimento Post 04/07/2010 10.44.40  |  Social Bookmark
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Un giorno un gatto conobbe un topo ed iniziò a vantarsi della grande amicizia e del grande amore che gli portava e sulla base di questi sentimenti desiderava convivere con lui. Il topo acconsentì ad abitare con lui ed insieme avrebbero governato la casa. Con il sopraggiungere dell’inverno il gatto disse al topo, dobbiamo provvedere alle provviste altrimenti durante l’inverno patiremo la fame e tu topolino non puoi arrischiarti ad andare dappertutto sennò finirai con il cadermi in trappola. Il buon consiglio fu comprato un pentolino di struttoGatto e topo in società
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Un giorno un gatto conobbe un topo ed iniziò a vantarsi della grande amicizia e del grande amore che gli portava e sulla base di questi sentimenti desiderava convivere con lui. Il topo acconsentì ad abitare con lui ed insieme avrebbero governato la casa. Con il sopraggiungere dell’inverno il gatto disse al topo, dobbiamo provvedere alle provviste altrimenti durante l’inverno patiremo la fame e tu topolino non puoi arrischiarti ad andare dappertutto sennò finirai con il cadermi in trappola. Il buon consiglio fu comprato un pentolino di strutto…

Un gatto e un topo avevano deciso di vivere in comune e di occuparsi insieme della casa. Quando l'inverno si avvicinò ebbero l’dea di comprare un pentolino di strutto e lo misero in chiesa, sotto l'altare, poiché‚ non conoscevano luogo migliore e più sicuro, là doveva rimanere fino a quando ne avessero avuto bisogno. Ma un giorno il gatto ebbe voglia di strutto; andò allora dal topo e disse:
- Ascolta topolino, mia cugina mi ha pregato di fare da padrino al suo piccolo bianco con macchie brune appena nato e devo tenerlo a battesimo. Lasciami andare e sbriga da solo, per oggi, le faccende di casa
- Sì, sì,
- rispose il topo, vai pure, se mangi qualcosa di buono, pensa anche a me.
Ma il gatto non aveva cugine e non l'avevano richiesto come padrino. Andò invece dritto in chiesa e leccò via la spessa pellicola di strutto, poi passeggiò per la città e ritornò a casa soltanto alla sera.
- Devi esserti proprio divertito
- disse il topo.
- Come si chiama il piccolo?
- Pellepappata rispose il gatto.
- Pellepappata? Che strano nome, non l'ho mai sentito!
Poco tempo dopo, al gatto tornò la voglia, andò dal topo e disse:
- Mi vogliono di nuovo come padrino, il piccolo ha una fascia di pelo bianco intorno al corpo. Non posso rifiutare, devi farmi il piacere di badare da solo alla casa
- Il buon topo acconsentì, ma il gatto andò e divorò mezzo pentolino. Quando tornò a casa, il topo domandò:
- E questo piccolo come si chiama?
- Mezzopappato.
- Mezzopappato? Che dici! Non ho mai sentito questo nome in vita mia e sicuramente non c'è sul calendario.
- Ma al gatto era piaciuto troppo il lardo, e ben presto gli tornò l'acquolina in bocca. Allora disse:
- Per la terza volta mi vogliono come padrino. Il piccolo è tutto nero e ha solo le zampe bianche, non ha un altro pelo bianco in tutto il resto del corpo; questo capita solamente una volta ogni due anni: mi lasci andare, vero?
- Pellepappata, Mezzopappato, disse il topo sono nomi così strani che mi danno da pensare; ma vai pure.
- Il topo pulì e mise in ordine la casa, mentre il gatto divorò tutto il lardo e tornò a casa di notte, sazio e grasso.
- Come si chiama il terzo piccolo?
- Tuttopappato.
- Tuttopappato! Eh, eh,questo è il nome più strano di tutti!
- disse il topo.
- Tuttopappato? Cosa vorrà dire? Non l'ho mai visto scritto!
- Detto questo scosse la testa e si mise a dormire.
Il gatto non fu chiamato una quarta volta a fare da padrino. Ma quando l'inverno giunse e fuori non si trovava più nulla da mangiare, il topo disse al gatto:
- Vieni, andiamo a prendere la provvista che abbiamo nascosto in chiesa sotto l'altare, ce la godremo!
- Sì
- rispose il gatto beffardo
- te la godrai come a mangiare aria fritta.
- Quando arrivarono il pentolino era vuoto.
- Ah,
- disse il topo
- ora capisco! Hai divorato tutto, quando hai fatto da compare: prima pellepappata, poi mezzopappato, poi...
- Taci!
- gridò il gatto.
- Di' ancora una parola e ti mangio.
- Tuttopappato
- aveva già sulla lingua il povero topo, e come gli uscì di bocca il gatto gli saltò addosso e lo inghiottì.

Data Inserimento Post 04/07/2010 12.58.50  |  Social Bookmark
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Leonardo da Vinci è forse uno dei più grandi geni dell´umanità. Fra le innumerovoli cose che ci ha lasciato in eredità vi sono anche diverse FavoleLe favole di Leonardo da Vinci
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Leonardo da Vinci è forse uno dei più grandi geni dell'umanità. Fra le innumerovoli cose che ci ha lasciato in eredità vi sono anche diverse Favole, alcune delle quali sono:

Il ragno e l'uva
 
Un ragno, dopo essere stato per molti giorni ad osservare il movimento degli insetti, si accorse che le mosche accorrevano specialmente verso un grappolo d'uva dagli acini grossi e dolcissimi.                                                                    
- Ho capito disse fra sé.
Si arrampicò, dunque in cima alla vite e di lassù, con un filo sottile, si calò fino al grappolo installandosi in una celletta nascosta fra gli acini. Da quel nascondiglio incominciò ad assaltare, come un ladrone, le povere mosche che cercavano il cibo; ne uccise molte, perché nessuna di loro sospettava la sua presenza.
Ma intanto venne il tempo della vendemmia. Il contadino arrivò nel campo colse anche quel grappolo, e lo buttò nella bigoncia, dove fu subito pigiato insieme agli altri grappoli.
L'uva così fu il fatale tranello per il ragno ingannatore, che morì insieme alle mosche ingannate.


Il fico

C'era una volta un fico che non aveva frutti. Tutti gli passavano accanto, ma nessuno lo guardava. A primavera spuntavano anche a lui le foglie, ma d'estate, quando gli altri alberi si caricavano di frutti, sui suoi rami non compariva nulla.
Mi piacerebbe tanto esser lodato dagli uomini - sospirava i fico. - Basterebbe che riuscissi a fruttificare come le altre piante.
Prova e riprova, finalmente, un'estate, si trovò pieno di frutti anche lui. Il sole li fece crescere, li gonfiò, li riempì di dolce sapore.
Gli uomini se ne accorsero. Anzi, non avevano mai visto un fico così carico di frutti: e subito fecero a gara a chi ne coglieva di più. Si arrampicarono sul tronco, con i bastoni piegarono i rami più alti, col loro peso ne stroncarono parecchi: tutti volevano assaggiare quei fichi deliziosi
e il povero fico, ben presto, si ritrovò piegato e rotto.


Il granchio

Un granchio si accorse che molti pesciolini, anziché avventurarsi nel fiume, preferivano aggirarsi prudenti intorno ad un masso. L'acqua era limpida come l'aria, e i pesci nuotavano tranquilli godendosi l'ombra e il sole. Il granchio attese la notte, e quando fu sicuro che nessuno lo avrebbe visto, andò a nascondersi sotto il masso.
Da quel nascondiglio, come un orco dalla sua tana spiava i pesciolini, e quando gli passavano vicino li acciuffava e li mangiava.
- Non è bello ciò che stai facendo, brontolò il masso. Approfitti di me per uccidere questi poveri innocenti.
Il granchio non ascoltò nemmeno. Felice e contento seguitava a catturare i pesciolini trovandoli di un sapore prelibato. Ma un giorno, all'improvviso, venne la piena. Il fiume si gonfiò, investì con grande forza il masso, che rotolò nel letto del fiume, schiacciando il granchio che gli stava sotto.


Le fiamme e la caldaia

In mezzo alla tiepida cenere era rimasto un tizzo di carbone ancora acceso. Con grande penuria e con molta parsimonia consumava le sue ultime energie, nutrendosi del minimo indispensabile per non morire. Ma giunse l'ora di mettere la minestra sul fuoco e perciò il focolare fu rifornito di nuova legna. Uno zolfanello, con la sua piccola fiamma, resuscitò il tizzo che pareva ormai spento e una lingua di fuoco guizzò fra la legna, sopra alla quale era stata appesa la caldaia.

Rallegrandosi per i ceppi ben secchi che gli erano stati appoggiati sopra, il fuoco cominciò ad innalzarsi, cacciando via l'aria che sonnecchiava fra un legno e l'altro e scherzando con la nuova legna e divertendosi a correre di sopra e di sotto, come un tessitore di se stesso, si allargava sempre di più.
Cominciò quindi, a far spuntare le sue lingue fuori della legna, aprendosi molte finestre, dalle quali sprizza va manciate di rutilanti faville: le tenebre che invadevano la cucina si allontanarono e fuggirono; mentre, sempre più gioiose, le fiamme crescevano scherzando con l'aria circostante e incominciavano a cantare con un soave e dolce crepitio.
Il fuoco, vedendosi ormai così cresciuto sopra alla legna, incominciò a mutare il suo animo, di solito mansueto e tranquillo, in gonfia e antipatica superbia, illudendosi di esser lui ad attirare su quei pochi legni il dono della fiamma.
Si mise a sbuffare, a riempire di scoppi e di sfavillamenti tutto il focolare, drizzò le sue grandi fiamme verso l'alto, deciso a partire per un volo sublime e andò a sbattere nel fondo nero della caldaia.

I gufi e la lepre

Appollaiati sul ramo, due gufi guardavano una lepre correre nel campo.
- Povera lepre, disse un gufo. Non ha nemmeno il coraggio di tornare nella sua tana.
- Perché?  domandò l'altro.
- Perché ha paura.
- Paura di entrare in casa sua?
- La lepre è fatta così, replicò il gufo che aveva parlato per primo. Vive sempre nel terrore e ora che l'autunno cambia il colore delle foglie e le stacca dai rami, essa non osa nemmeno guardarle; scappa di qua e di là, terrorizzata da questa pioggia di colori.
- Ma allora è vile!
- Certo. E a forza di correre finirà in qualche tagliola, o sotto il tiro dei cacciatori.


Il Mugnaio e l'asino

Un tale voleva dimostrare di essere già stato altre volte in questo mondo e per avvalorare la sua affermazione citava il filosofo Pitagora; ma un altro, interrompendolo di continuo, non gli lasciava finire il discorso. Allora il primo disse all'altro:
- E a dimostrazione di esserci stato altre volte, mi ricordo che tu, nella vita precedente eri un mugnaio.
- Allora l'altro, sentendosi mordere da quelle parole, gli rispose:
- E' vero. Hai ragione. Quello che ora tu mi dici, mi fa ricordare che eri proprio tu quell'asino che portava la farina al mio mulino.


Il ragno e l'ape

Una mattina di primavera un'ape operaia andava girovagando da un fiore all'altro in cerca di polline. All'improvviso, uscendo da una corolla, cascò nella rete di un ragno. Nascosta dietro una foglia, il piccolo ragno si rallegrò ed accorse.
- Sei un traditore! - gli gridò l'ape. Tendi le tue trappole per uccidere chi lavora!
- Il ragno si avvicinò ancora di più, e l'ape, voltandosi, cercò di colpirlo sfoderando dall'addome il lungo pungiglione. Ma il ragno si scansò in tempo e le saltò addosso. -
 Ape, con che diritto osi giudicarmi?  le rispose tenendola stretta. Tu sei come la frode: hai il miele in bocca e di dietro il veleno.


Il morso della tarantola

Un contadino stava vangando il suo campo, quando da una zolla scappò fuori una grossa tarantola.
- Che brutto ragno!  esclamò il contadino tirandosi indietro.
- Se mi tocchi ti mordo, sibilò inferocita la tarantola.  E ti avverto che il mio morso è velenoso e ti farà morire tra dolori atroci.
Il contadino la guardò e capì subito che mentiva perché parlava troppo. Fece un passo avanti e la pestò col piede scalzo dicendo:
- O vediamo un po' se mi farai morire per davvero!
La tarantola, schiacciata, aveva fatto in tempo a morderlo, ma il contadino rimase nel suo convincimento, continuando a pensare che le minacce di quel ragno erano vane: e il morso, difatti, non gli dette che un po' di bruciore.


Il calore del cuore

I due giovani struzzi erano disperati. Ogni volta che si mettevano a covare le uova, il peso del loro corpo le rompeva. Un giorno decisero di andare a chiedere consiglio ai loro genitori che abitavano dall'altra parte del del deserto.
Corsero per molti giorni e molte notti, e finalmente arrivarono al nido della vecchia madre.
- Madre dissero, siamo venuti a chiederti come possiamo fare per covare le uova. Ogni volta che ci proviamo si rompono.
- La madre li ascoltò, poi rispose: Ci vuole un altro calore.
- E quale?  domandarono gli struzzi.
- Il calore del cuore. Voi dovete guardare la vostre uova con amore, pensando alla creatura che ci dorme dentro; lo sguardo e la pazienza lo risveglieranno.
Gli struzzi ripartirono e quando la femmina ebbe deposto un altro uovo, si misero a guardarlo con amore, senza perderlo mai di vista. Passarono così molti giorni; quando, ormai, erano allo stremo delle forze l'uovo incominciò a cigolare, s'incrinò, si ruppe, e una piccola testa di struzzo fece capolino dal guscio.


La Sirena

Il vento era caduto, le vele si erano afflosciate sull'albero; nella notte appena rischiarata dalla nuova luna la nave dondolava leggermente sullo specchio nero dell'acqua, quando la sirena cantò. Parve ai marinai di sentire un fruscio come di una brezza leggera; poi come una musica che salisse dal mare profondo; poi come una voce dolcissima, mai udita prima; e finalmente il canto li avvinse ad uno ad uno in un sonno senza risveglio. La sirena, infatti, quando i marinai furono addormentati, montò sulla nave, li toccò uno dopo l'altro con la sua mano micidiale, e tutti, senza accorgersene, passarono, sognando, dal sonno alla morte.
Data Inserimento Post 12/02/2010 11.11.52  |  Social Bookmark
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