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In Italia, un bambino su TRE viene condannato ad essere orfano di GENITORE VIVO.

Lettera ai Genitori

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La mia è la banale storia di una bambina nata indesiderata.

Da diverso tempo riflettevo sui giorni della mia esistenza, soffermandomi sui labili ricordi e su quelli che ormai erano stabilmente impressi nella mia memoria, giungendo alla conclusione che dovevo assolutamente liberarmi della mia infanzia, se desideravo dare un senso alla mia storia attuale, dovevo uscire da una esistenza che rappresentava un passato che ingannandomi, consentiva a seducenti fantasmi di trascinarmi in quel mondo che ormai non esisteva più, ma che tuttavia aveva la forza di rendermi prigioniera nella mia esistenza. Dovevo riuscire a fare qualcosa per liberarmi da quelle nefaste esperienze, dall’erronea educazione e dai pregiudizi con i quali ero stata costretta a crescere. Da piccola, spesso con i capricci, i dispetti, le lacrime e con l’infantile e innocente arte seduttiva di bambina costretta a diventare furbetta, riuscivo in qualche modo a soddisfare i miei desideri più invadenti, convincendomi così che il mondo poteva essere a mia disposizione, ma purtroppo non capivo che erano gli altri a prendersi qualcosa, perché quando avevo un gran bisogno, quel mondo diveniva irraggiungibile. Gli adulti sono molto bravi nel rivestire di amorevoli e sapienti parole i loro bisogni e le loro arcaiche opinioni, radicalizzando in noi bambini la forza delle loro erronee credenze.

Con il trascorrere degli anni avvertivo con sempre maggiore intensità il bisogno di allontanarmi dal rumore di quelle parole che mi stordivano, dalle opinioni di chi costantemente cercava di imprigionare la mia mente, fu così che lentamente iniziai a rifiutare le opinioni, anche le mie, come se fossero tutte false decidendo di accettarle solo dopo averle esaminate con la forza della ragione, ho svuotato il contenitore delle mie distorte opinioni, rimettendo dentro solo frutti sani. Desideravo la libertà più di qualsiasi altra cosa e cercavo di inseguirla ovunque fossi convinta di trovarla.

A volte mi rinchiudevo nella mia camera per poter in tranquillità isolarmi con i miei pensieri, senza essere turbata, per poter sognare nuove speranze per il mio futuro, in grado di demolire le mie fallaci sensazioni infantile, fonte di rovinosi errori che mi mostravano realtà distorte. In quel periodo sognavo spesso di ritrovarmi a camminare lungo un sentiero oppressa da uno spaventoso turbine che ad ogni passo mi faceva cadere e mentre tentavo di rialzarmi un uomo da un volto privo di lineamenti, mi aiutava a risollevarmi. Era dolce e piacevole quella scena, perché mi suggeriva nuove speranza per il mio futuro, anche se ero in balia di quell’orribile vento che sembrava soffiare solo su di me, abbandonando sul mio volto un’antica pergamena in cui vi era un percorso. In quel sogno emergevano il timore e i dubbi della mia vita passata, ma mi rivelava anche la verità e nello stesso istante la falsità umana, ma su quella pergamena giunta per caso, trovai le indicazioni necessarie per evitare di smarrirmi in quel mio vagare senza convinzioni.

La mia esistenza non è stata una semplice sequenza di eventi, ma una malinconica storia vissuta nel mio caotico  mondo interiore.

Ho sempre immaginato che un giorno avrei smesso di sperare di tornare a casa e trovare una persona con cui condividere una gioia, un dolore. Nel rievocare il mio passato ho scoperto che la storia della vita che il destino mi ha voluto donare, NON ESISTE, non vi è un percorso o una presenza, ma situazioni in cui mi sembrava che vi fosse qualcuno, mentre in realtà non vi era nessuno. Nell’attraversare il mio destino ho dovuto inevitabilmente rivivere antiche paure, ansie, angosce e ho dovuto superare le innumerevoli difficoltà che mi spingevano ad evitare quell’intenso antico dolore, perché ormai avevo compreso che per venire fuori dal passato dovevo passarci in mezzo.

Non ricordo quanti anni avevo, non capivo, non sapevo, tutto è iniziato come un gioco a cui non potevo sottrarmi, ero piccola e indifesa, perché chi doveva proteggermi era sempre assente, il lavoro, gli amanti, tutto era più importante di sua figlia, ero quel legame che per incomprensibili motivi non poteva tagliare, ma poteva ignorare; mentre chi doveva proteggermi mi aveva abbandonata prima che io nascessi, nella convinzione che quella fugace scopata fatta con mia madre fosse stato un incosciente incidente di adolescenti irresponsabili, ma a questo triste pensiero si sovrapponeva costantemente l’immagine di un padre che speravo diverso da quello che la realtà, vero o falsa mi suggeriva, sentivo che per guarire, in qualche modo doveva entrare dentro di me, per riempire quel vuoto che i miei bisogni cercavano di colmare attraverso i sogni alimentati dall’immaginazione, dalla speranza, anche se a volte mi terrorizzava l’idea che le mie fossero solo illusioni, ma avevo bisogno di Lui, di conoscerlo prima come uomo, per capire se poteva anche essere un padre, di sapere il perché aveva preferito ignorarmi, abbandonandomi ai vampiri del destino. Ormai sapevo cosa significa volere delle risposte e nel raccontare la mia storia non cerco solo di capire come è successo, ma soprattutto PERCHE’.

Mamma, i sentimenti e i bisogni che indissolubilmente ci legavano oscillavano costantemente tra amore e odio, nostalgia e rifiuto, forse perché non sapevi quanto importante fosse per tua figlia essere abbracciata e coccolata, specialmente nei momenti di maggior bisogno; non ascoltavi mai le mie lacrime, forse perché la tua mente era stata offuscata dall’inebriante odore del vino o forse dal fantasma di mio padre o della tua incapacità a costruire legami affettivi. Forse sono tutti questi motivi che ti hanno spinto spesso a sculacciarmi, a picchiami ad umiliarmi, ma con il tempo ho imparato a domare il dolore e farlo amico, perché è incredibile quanto il dolore fosse diventato la fonte del mio sollievo, era come se il mio corpo avesse trovato un suo equilibro nel dolore, proprio come il mio mondo.

Dovevo percepire il dolore per soffocare la rabbia, per consentire alla mia ansia di svanire insieme ai miei problemi, ma poi era sufficiente un banale evento, un pensiero apparentemente innocuo per far ritornare il tutto come prima ed iniziare nuove esperienze di “dolore-sollievo”, perché solo nel dolore riuscivo a trovare il mio conforto, anche se non saprei dirti quale conforto aveva realmente bisogno il mio corpo, forse era solo una banale liberazione per poter continuare a vivere e a lottare per conquistarmi un futuro diverso. Sai mamma, ho dovuto a lungo lottare contro me stessa, contro i miei demoni, le mie paure che gli eventi e gli accudimenti non-ricevuti avevano creato nel corso degli anni. Ho lottato contro tutto, per evitare che il mio io si dissolvesse, fino a non riuscire più a percepirmi come persona, perché se non ti hanno amato i tuoi genitori come puoi sperare che lo facciano gli altri e ciò ha inciso in modo malefico sulla mia immagine (immagine di sé), rendendomi insicura e timorosa.

Intorno vedevo che tutti avevano le attenzioni e l’amore della loro famiglia, mentre io avevo solo il NULLA e nella testa tante voci che cercavo di soffogare nel silenzio e allora chiudevo gli occhi per lasciare che le emozioni prendessero il sopravvento fino a farmi perdere i sensi.

Mamma, tu non sai quante volte la mattina svegliandomi avrei voluto raccontarti i miei sogni, le mie giornate, i miei umori, gioie e dispiaceri, ma purtroppo non hai mai avuto tempo per ascoltarmi, forse perché anche tu non eri mai stata ascoltata quando eri bambina, forse anche tu sei stata picchiata e ignorata dai tuoi genitori e con il tempo ho preferito isolarmi nel mio silenzio, convinta che raccontando, nessuno mi avrebbe creduto, perché in presenza degli altri eri molto diversa, mi chiamavi perfino amorino della mamma. Il mio trauma più inquietante è stato quello di avere una madre apparentemente normale per il pubblico, ma perversa e imprevedibile fra le mura domestiche.

Con il tempo ho scoperto che le madri che maltrattano i figli sono generalmente donne impulsive e immature che vivono facilmente periodi di ansia, caratterizzati da impulsi di collera violenta. Anche se i loro bisogni di dipendenza sono intensi, la loro esperienza infantile le hanno rese estremamente diffidenti, per cui sono riluttanti o incapaci di stabilire strette relazioni. Diverse di loro, sul piano sociale sono isolate, per cui non avendo altri a cui rivolgersi cercano conforto e cure nei figli, che trattano come se fossero oggetti da possedere.

La maggior parte di queste donne ha vissuto un’infanzia priva di cure materne, alcune di loro sono state anche maltrattate oppure hanno vissuto lunghe esperienze di separazione o ripetute minacce di abbandono, per cui hanno maturato un  attaccamento ansioso. Anche se desideravano ricevere attenzioni, la loro aspettativa è stata quasi sempre il rifiuto, per cui le minacce di abbandono le hanno rese fortemente angosciate di fronte a qualsiasi tipo di separazione e fortemente arrabbiate nei confronti dei genitori. La mancanza di risposta e di aiuto nei momenti di difficoltà, combinati ai ripetuti rifiuti, le hanno rese profondamente sospettose nei confronti di tutti.

Mamma con il tempo ho capito che ti sei trovata ad affrontare la vita da sola, senza l’aiuto della tua famiglia, senza un partner, per cui sei stata invasa da un profondo stato d’ansia che mi hai trasmesso. Percepivo la tua fragilità dai tuoi strani comportamenti, leggevo spesso nei tuoi occhi la paura, inerme di fronte alle difficoltà anche non sono mai state di tipo economico. Non sapevo e non capivo quale fosse la fonte di quel benessere, anche se speravo che fosse il mio papà nonostante ci avesse abbandonato, non si era dimenticato di noi.

So che non è tutta colpa tua, perché ognuno di noi trasmette ai figli ciò che i loro genitori a loro volta gli hanno donato, ma ciò non giustifica i tuoi comportamenti nei miei confronti anche se li comprendo, la tua colpa è stata quella di non aver saputo curare le ferite che ti avevano inferto.

Mamma, dovevi fornirmi un modello su cui costruire la mia esistenza di donna prima e di madre poi e in questo non hai fallito, perché hai avuto il grande merito di insegnarmi con il tuo esempio a NON ESSERE QUELLA CHE TU SEI STATA PER ME.

Mamma, Papà non so se vi amo, ma sicuramente non vi odio per quello che mi avete fatto, perché voglio essere diversa da voi se un giorno non avrò più paura di fare ai miei figli ciò che voi avete fatto a vostra figlia, riaccendendo così la mia voglia di poter gioire con un partner e con la presenza di un figlio. Credo che per molti sia difficile comprendere la differenza che esiste fra un genitore che sembra esserti vicino, ma privilegia quasi esclusivamente i suoi bisogni, mascherati dall’illusoria magia delle parole “amorino mi sono sacrificata per te, ho dedicato tutta la mia vita alla famiglia” che crea in noi bambini solo un incomprensibile senso di colpa e quel genitore che ti ha abbandonato al tuo destino, perché entrambi hanno ignorato i bisogni primari di una figlia, anche se in modo diverso.

Forse non avete mai compreso che una figlia si sente amata solo se cresce in una famiglia sana, ma purtroppo la nostra famiglia, non è mai stata una famiglia, ma un qualcosa che non riesco a definire. Ditemi voi cosa è stata la nostra.

Papà, forse tu non conosci la magia che questa parola esercita su una figlia; sono tante le cose che avrei voluto dirti, ma non ho mai avuto la possibilità di parlare con te, non ho mai potuto ascoltare il dolce suono della tua voce, non conosco neppure il tuo volto per poterti sognare. Nulla conosco di te, l’unico pensiero che riesco a pensare è che forse ero per te un dono indesiderato.

Papà, potevi anche decidere di andare via un giorno, perché le persone a volte vanno via, ma potevi lasciarmi almeno il tempo di dirti tutto quello che avevo bisogno di dirti, avendo  ancora un papà desideroso di ascoltare e a rispondere alle domande di sua figlia, perché quegli ultimi scambi rimangono per sempre tra i ricordi di una figlia, come fonte di un malinconico dolore o come un inestimabile tesoro. Il poter richiamare alla memoria quei dialoghi potevano alimentare la mia immaginazione oppure donarmi l’illusione di esserci ancora, perche un mondo senza papà è difficile da accettare.


L’assenza di un padre è diversa da quella di una madre. Un padre non può essere considerato un surrogato della figura materna, un tipo di maternità al maschile, perché la genitorialità non può essere motivata solo da cure e affetto ossessivo, in quanto sono anche ruoli biologici, che poco si adattano ad una famiglia monogenitoriale. Nel recente passato la figura paterna è stata fortemente ridimensionata, mentre nel presente si sta cercando di eliminarla totalmente sulla base di una delirante ideologia di genere. Le esperienze e l’ambiente in cui si vive possono favorire o alterare la nostra visione della realtà, per cui se non riusciamo a sviluppare le nostre potenzialità, non significa che non le possediamo, ma semplicemente l’ambiente e le esperienze che abbiamo vissuto non hanno consentito loro di emergere.

Le difficoltà vissute durante l’intera infanzia e adolescenza, senza alcun contatto con mio padre, con una madre abusante, devastata da alcool e dalle continue discussioni con il suo amante di turno, che spesso degeneravano in abusi fisici e psicologici, hanno avuto un grande influsso negativo sullo sviluppo della mia personalità. Forse ciò che mi ha salvato e mi ha dato la speranza che il mondo poteva anche essere diverso è stata il legame con il nonno, con lui ho scoperto quel rapporto emozionale di cui percepivo il bisogno. Cercavo qualcuno che potesse apprezzarmi e l’ho trovato nel nonno e con lui si è rafforzata anche il convincimento che potevo trovarlo anche in mio padre, per poi poterlo accettare anche negli altri. Anzi spesso pensavo che quello che mi avevano fatto credere fosse il nonno in realtà era mio padre, che per oscuri motivi che non riuscivo a comprendere si mostrava con una maschera.

Data Inserimento Post 20/03/2016 22:15:33  |  Social Bookmark
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