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In Italia, un bambino su TRE viene condannato ad essere orfano di GENITORE VIVO.

Istinto e Amore Materno (parte I)

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La pedagogia, intesa come filosofia dell’educazione, integrandosi con la psicologia, ha subito radicali mutamenti. In questa nuova visione la psicopedagogia rappresenta un'area della psicologia che studia i risvolti psicologici riferiti ai processi educativi.

In psicoanalisi la pulsione è un comportamento che mira al soddisfacimento di bisogni mediante schemi appresi, mentre l'istinto è un impulso di origine psichica che spinge l’individuo ad agire mediante schemi d'azione innati, il cui fine è il raggiungimento di un particolare obiettivo. Quindi l’istinto non è il risultato di una scelta personale o di un percorso di apprendimento, ma una caratteristica predeterminata nel patrimonio genetico, un comportamento innato comune a tutti gli individui.

Per definizione quindi, l’istinto è un impulso immediato ad agire in un determinato modo, un riflesso condizionato, un comportamento innato degli esseri viventi, finalizzato alla conservazione della specie.

Sembra che la sede dell’istinto genitoriale nel cervello, sia stata localizzata nella Corteccia Mediana Orbitofrontale (sopra i bulbi oculari). Infatti quest’area si attiva, in una frazione di secondi, quando un adulto guarda il viso di un bambino, anche se sconosciuto, mentre l’attivazione è più lenta davanti al volto di un adulto. Inoltre è noto da tempo che l’atteggiamento amorevole viene stimolato dalla presenza dell’ossitocina, ormone secreto dall’ipofisi.

Si parla spesso di istinto e amore materno, cioè di uno speciale legame che si instaura tra la madre e il bambino, fin dall’istante del concepimento. Viene descritto come uno slancio affettuoso istintivo (cioè, privo di riflessione) che spinge la madre ad occuparsi del bambino, apparentemente a sacrificarsi per lui, a preoccuparsi per il suo benessere.

In realtà, la maternità non dovrebbe essere una istintiva esplosione di emozioni, ma un’esperienza da costruire giorno dopo giorno, attraverso la scoperta di ciò che rende felice il bambino, sollecitando la sua cooperazione, accordandosi con i suoi ritmi naturali e con le sue sensazioni, prestando attenzione ai dettagli del suo comportamento, mentre subito dopo il parto le madri sembrano essere in uno stato di estasi, tutta l’attenzione si riversa sul bambino, sente che è completamente suo. Questo non è amore materno, perché un figlio non è proprietà di un genitore ed è errato credere che la madre, sulla base di un presunto istinto materno, sappia sempre cosa ha bisogno il bambino.

Dietro al presunto istinto materno in relatà si nasconde qualcosa di diverso.

Senza alcun dubbio l’arrivo di un figlio è un’esperienza emozionale, ma di tipo genitoriale, ed è errato credere che nella donna tale vissuto sia maggiormente percepibile per una presunta amorevole predisposizione psicologica a crescere un bambino; il suo in realtà è una predisposizione genetica, un ruolo sociale, che non deve prevaricare il senso psico-pedagogico della famiglia e dell’essere donna e madre nello stesso istante.

Molto spesso si desidera un figlio per riempire buchi esistenziali, per riscattare ciò che non si è avuto, un figlio che ami in modo incondizionato perché non si è stati amati dai propri genitori, un figlio da utilizzare per superare insoddisfazione e tristezza, per risolvere vicende personali insoddisfacenti o per riscrivere inconsapevolmente il proprio passato emotivo ed affettivo. Queste motivazioni non costituiscono una scelta amorevole, in quanto condiziona fortemente ed altera le esperienze reali dei figli.

L’istinto genitoriale non dovrebbe essere inteso come un fortissimo legame protettivo latente e non consapevole, un’irrazionale sensazione spesso imprevedibile, ma un sentimento amorevole nei confronti del bambino, perché un figlio non appartiene ai genitori, in quanto ha una sua identità, che deve essere rispetta, ma purtroppo quasi sempre viene calpestata. Compito dei genitori, specialmente nei primi anni di vita, dovrebbe essere quello di fornire al figlio conferme sulle sensazioni che percepisce, educarlo al rispetto delle regole necessarie per indurre il senso del limite, evitando le irragionevoli costrizioni imposte, il cui fine è di addomesticarlo alle proprie convizioni ed aspirazioni, sulla base delle proprie ancestrali esperienze di figlio, traumatiche o non serene, perchè le esperienze traumatiche hanno il potere di compromettere le capacità di reazione e di controllo del potenziale genitoriale. Ovviamente tutto ciò avviene a livello inconsapevole, in quanto il bisogno di rimuovere (dimenticare) le esperienze infantili dolorose è un processo biologico della mente.

Il mito dell’istinto materno ha creato la convinzione che la madre sia l’unica in grado di accudire un bambino, mentre in realtà ha indotto nella donna insicurezze, frustrazioni e sensi di colpa, che interferiscono con la sua capacità a lasciarsi guidare dalle proprie sensazioni e dai segnali che la sapienza dei figli invia. Una buona madre è quella che a volte sbaglia e poi rimedia, perché è la convinzione di essere il faro che illumina il percorso del figlio che è maggiormente frustrante per il bambino, in quanto lo mortifica e lo rende insicuro.

L’istinto materno, inteso come componente biologico innato, fornisce i presupposti genetici immutabili alla genitorialità (per esempio, la madre non abbandona i figli), tuttavia a questa componente innata occorre aggiungere quella forma di accudimento psicologico che deve adattarsi alle esigenze del bambino e non a quella del genitore.

Associata alla maternità vi sono tre diversi stadi di depressione, il baby blues (colpisce circa il 70% delle donne) che dura pochi giorni e si manifesta sotto forma di insonnia, affaticamento, irritabilità, che è dovuta al fisiologico calo dopo il parto, degli estrogeni e del progesterone. Il livello successivo che colpisce circa il 10% delle mamme, è determinato da stati di depressione, simili a quelli del baby blues, ma durano per diversi mesi. Infine il terzo stadio è costituito dalla psicosi post-partum che induce nella mamma un distacco della realtà, che in preda all’allucinazione potrebbe giungere ad uccidere il figlio, nella distorta convinzione di evitargli sofferenze. E’ questo distacco dalla realtà, che fa sentire alla mamma una voce dentro di Lei, che le ordina di uccidere il bambino.

Essere madre richiede un nuovo spazio mentale, per uscire da un crescente disagio, per confrontarsi sulla nuova condizione, perché ogni madre ha una propria storia che è fortemente condizionata dalla bambina che è stata e che inconsapevolmente emerge quando si diventa madre. L’arrivo di un bambino spesso fa percepire alla madre un senso di inadeguatezza che consente di comprendere quale tipo di mamma sarà. Poiché il rapporto madre-figlio è fondamentale, soprattutto durante i primi mesi, occorre acquisire la capacità a saper leggere i segnali, per comprendere ciò che si è, al fine di correggere ciò che è errato, per indirizzare le risorse che ognuno ha dentro di sé, mediate da un supporto psicopedagogico, con regole prescrittive piùttosto che istintive che sono inevitabilmente imposte dai comportamenti stereotipati che caratterizzano il temperamento. Il rischio è di far dipendere inconsapevolmente il proprio benessere e la propria realizzazione di madre, da un’altra persona (generalmente il proprio genitore).

Per comprendere un neonato occorre, attraverso la conoscenza, mitigare la razionalità e l’emotività, dare spazio alla comunicazione non verbale cullata dalle emozioni che lasciano parlare il corpo, mediante la sapienza dei movimenti. L’istinto materno si trasforma così in capacità a saper creare una equilibrata relazione fra madre e figlio, che evita alla madre di dover proteggere il figlio, dalla bambina che è in lei.

Ad esempio, una bambina che non ha percepito un adeguato senso di accudimento ed amore da parte dei genitori, nell’istante in cui diventa mamma, inconsapevolmente la sua memoria emotiva risveglia le paure, i timori e le ansie che ha vissuta da bambina e nel desiderio inconscio di non somigliare a sua madre, adotta un atteggiamento esageratamente esclusivo e protettivo nei confronti del figlio, il solo pensiero di separarsi da lui le crea ansie e paure ingiustificate che inconsapevolmente trasferisce anche al bambino.

Ciò può compromettere la salute mentale del bambino.

L’amore esclusivo non rispetta l’individualità, riduce gli spazi personali, per cui spesso i genitori divenatano possesivi, cresce il loro bisogno di perpetrare un controllo continuo sulla vita dei figli che impedisce loro di essere se stessi, per cui una madre apparentemente amorevole si trasforma in madre sacrificale, che crea una dipendenza emotiva, che riesce a provare un senso di appagamento solo nella sua totale dedizione. Ciò rischia di compromettere anche l’equilibrio della coppia, in quanto diventa inevitabile il manifestarsi di un senso di frustrazione e di solitudine, per il parner che risulta emotivamente più coinvolto.

Per ottenere uno scambio affettivo equilibrato occorre mitigare la disparità nell’investimento affettivo fra i diversi componenti della famiglia, in quanto rendendosi indispensabili per il partner o i fligli, li obbliga inconsapevolmente ad un legame esclusivo, creando una dipendenza emotiva che determina vincoli difficili da sciogliere, che inevitabilmente possono compromettere la serenità di coppia, che si traduce progressivamente in una insofferenza, che rischia gradualmente di rendere sterile le relazioni all’interno della famiglia, in quanto il genitore che si dedica totalmente ai figli, diventa ossessivo nei loro confronti, perchè costituiscono l’unica sua fonte di appagamento e di svago, per cui opprimendoli li allontana da sè o li rende insicuri e timorosi nei confronti delle avversità della vita.

Data Inserimento Post 30/09/2011 12:03:13  |  Social Bookmark
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