Il ruolo del padre nella società
Riscoprire attraverso le fiabe e i miti l’importante ruolo della presenza del padre, una presenza indispensabile per un equilibrato sviluppo della personalità di un bambino.
Forse la crisi che disorienta i giovani oggi è strettamente legata a questa assenza. Credo che non sia colpa dell’uomo che non desidera essere padre; credo che non sia colpa della donna, che nell’essere troppo madre, priva al figlio di quello spazio necessario per far emergere anche la figura del padre, ma è l’assenza di un’adeguata educazione ad essere genitori, in una società che è profondamente cambiata.
Nelle società primitive, l’iniziazione alla vita e le funzioni educative, era compiti che venivano svolti dai padri, compiti che nella società moderna sono stati, in un primo tempo affidato alla scuola e alle madri, mentre ora sono totalmente abbandonati al caso. Colpa dei genitori è che hanno passivamente accettato questa nuova realtà.
Entrambi i genitori, nella diversità e nel rispetto dei ruoli educativi assegnati alle loro figure, devono essere per un figlio una base affettiva sicura, dovrebbero infondere il valore della tolleranza, dovrebbero contribuire a creare quel giusto rapporto fra le regole che non devono assolutamente essere violate e lo spazio di libertà che deve essere concesso ai fgli, in funzione della loro età.
Il Principe ranocchio di Jakob e Wilhelm Grimm
Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, c'era un re, le cui figlie erano tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava, quando le brillava in volto.
Vicino al castello del re c'era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio, c'era una fontana: nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel bosco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente; e quando si annoiava, prendeva una palla d'oro, la buttava in alto e la ripigliava; e questo era il suo gioco preferito.
Ora avvenne un giorno che la palla d'oro della principessa non ricadde nella manina ch'essa tendeva in alto, ma cadde a terra e rotolò proprio nell'acqua. La principessa la seguì con lo sguardo, ma la palla sparì, e la sorgente era profonda, profonda a perdita d'occhio. Allora la principessa cominciò a piangere, e pianse sempre più forte, e non si poteva proprio consolare.
E mentre così piangeva, qualcuno le gridò:
- Che hai, principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi.
Ella si guardò intorno, per vedere donde venisse la voce, e vide un ranocchio, che sporgeva dall'acqua la grossa testa deforme. Ah, sei tu, vecchio sciaguattone!
- disse,
- piango per la mia palla d'oro, che m'è caduta nella fonte.
- Chétati e non piangere,
- rispose il ranocchio,
- ci penso io; ma che cosa mi darai, se ti ripesco il tuo balocco?
- Quello che vuoi, caro ranocchio,
- diss'ella,
- i miei vestiti, le mie perle e i miei gioielli, magari la mia corona d'oro.
Il ranocchio rispose:
- Le tue vesti, le perle e i gioielli e la tua corona d'oro io non li voglio: ma se mi vorrai bene, se potrò essere il tuo amico e compagno di giochi, seder con te alla tua tavolina, mangiare dal tuo piattino d'oro, bere dal tuo bicchierino, dormire nel tuo lettino: se mi prometti questo; mi tufferò e ti riporterò la palla d'oro.
- Ah sì,
- diss'ella,
- ti prometto tutto quel che vuoi, purché mi riporti la palla. Ma pensava: « Cosa va blaterando questo stupido ranocchio, che sta nell'acqua a gracidare coi suoi simili, e non può essere il compagno di una creatura umana! »
Ottenuta la promessa, il ranocchio mise la testa sott'acqua, si tuffò e poco dopo tornò remigando alla superficie; aveva in bocca la palla e la buttò sull'erba. La principessa, piena di gioia aI vedere il suo bel giocattolo, lo prese e corse via.
- Aspetta, aspetta!
- gridò il ranocchio:
- prendimi con te, io non posso correre come fai tu.
Ma a che gli giovò gracidare con quanta fiato aveva in gola! La principessa non l'ascoltò, corse a casa e ben presto aveva dimenticata la povera bestia, che dovette rituffarsi nella sua fonte.
Il giorno dopo, quando si fu seduta a tavola col re e tutta la corte, mentre mangiava dal suo piattino d'oro
- plitsch platsch, plitsch platsch
- qualcosa salì balzelloni la scala di marmo, e quando fu in cima bussò alla porta e gridò:
- Figlia di re, piccina, aprimi!
Ella corse a vedere chi c'era fuori, ma quando aprì si vide davanti il ranocchio. Allora sbatacchiò precipitosamente la porta, e sedette di nuovo a tavola, piena di paura.
Il re si accorse che le batteva forte il cuore, e disse:
- Di che cosa hai paura, bimba mia? Davanti alla porta c'è forse un gigante che vuol rapirti?
- Ah no,
- rispose ella,
- non è un gigante, ma un brutto ranocchio.
- Che cosa vuole da te?
- Ah, babbo mio, ieri, mentre giocavo nel bosco vicino alla fonte, la mia palla d'oro cadde nell'acqua. E perché piangevo tanto, il ranocchio me l'ha ripescata; e perché ad ogni costo lo volle, gli promisi che sarebbe diventato il mio compagno; ma non avrei mai pensato che potesse uscire da quell'acqua. Adesso è fuori e vuol venire da me.
Intanto si udì bussare per la seconda volta e gridare:
- Figlia di re, piccina, aprimi! Non sai più quel che ieri m'hai detto vicino alla fresca fonte? Figlia di re, piccina, aprimi!
Allora il re disse:
- Quel che hai promesso, devi mantenerlo; va' dunque, e apri.
- Ella andò e aprì la porta; il ranocchio entrò e sempre dietro a lei, saltellò fino alla sua sedia. Lì si fermò e gridò:
- Sollevami fino a te.
La principessa esitò, ma il re le ordinò di farlo. Appena fu sulla sedia, il ranocchio volle salire sul tavolo e quando fu sul tavolo disse:
- Adesso avvicinami il tuo piattino d'oro, perché mangiamo insieme.
La principessa obbedì, ma si vedeva benissimo che lo faceva controvoglia. Il ranocchio mangiò con appetito, ma a lei quasi ogni boccone rimaneva in gola. Infine egli disse:
- Ho mangiato a sazietà e sono stanco; adesso portami nella tua cameretta e metti in ordine il tuo lettino di seta: andremo a dormire.
La principessa si mise a piangere: aveva paura del freddo ranocchio, che non osava toccare e che ora doveva dormire nel suo bel lettino pulito. Ma il re andò in collera e disse:
- Non devi disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno.
Allora ella prese la bestia con due dita, la portò di sopra e la mise in un angolo. Ma quando fu a letto, il ranocchio venne saltelloni e disse:
- Sono stanco, voglio dormir bene come te: tirami su, o lo dico a tuo padre.
Allora la principessa andò in collera, lo prese e lo gettò con tutte le sue forze contro la parete:
- Adesso starai zitto, brutto ranocchio!
Ma quando cadde a terra, non era più un ranocchio: era un principe dai begli occhi ridenti. Per volere del padre, egli era il suo caro compagno e sposo. Le raccontò che era stato stregato da una cattiva maga e nessuno, all'infuori di lei, avrebbe potuto liberarlo. Il giorno dopo sarebbero andati insieme nel suo regno. Poi si addormentarono.
La mattina dopo, quando il sole li svegliò, arrivò una carrozza con otto cavalli bianchi, che avevano pennacchi bianchi sul capo e i finimenti d'oro; e dietro c'era il servo del giovane re, il fedele Enrico. Il fedele Enrico si era così afflitto, quando il suo padrone era stato trasformato in ranocchio, che si era fatto mettere tre cerchi di ferro intorno al cuore, perché non gli scoppiasse dall'angoscia. Ma ora la carrozza doveva portare il giovane re nel suo regno; il fedele Enrico vi fece entrare i due giovani, salì dietro ed era pieno di gioia per la liberazione.
Quando ebbero fatto un tratto di strada, il principe udì uno schianto, come se dietro a lui qualcosa si fosse rotto. Allora si volse e gridò:
- Rico, qui va in pezzi il cocchio!
- No, padrone, non è il cocchio, bensì un cerchio del mio cuore, ch'era immerso in gran dolore, quando dentro alla fontana tramutato foste in rana.
Per due volte ancora si udì uno schianto durante il viaggio; e ogni volta il principe pensò che il cocchio andasse in pezzi; e invece erano soltanto i cerchi, che saltavano via dal cuore del fedele Enrico, perché il suo padrone era libero e felice.
Un giorno un gatto conobbe un topo ed iniziò a vantarsi della grande amicizia e del grande amore che gli portava e sulla base di questi sentimenti desiderava convivere con lui. Il topo acconsentì ad abitare con lui ed insieme avrebbero governato la casa. Con il sopraggiungere dell’inverno il gatto disse al topo, dobbiamo provvedere alle provviste altrimenti durante l’inverno patiremo la fame e tu topolino non puoi arrischiarti ad andare dappertutto sennò finirai con il cadermi in trappola. Il buon consiglio fu comprato un pentolino di strutto…
Un gatto e un topo avevano deciso di vivere in comune e di occuparsi insieme della casa. Quando l'inverno si avvicinò ebbero l’dea di comprare un pentolino di strutto e lo misero in chiesa, sotto l'altare, poiché‚ non conoscevano luogo migliore e più sicuro, là doveva rimanere fino a quando ne avessero avuto bisogno. Ma un giorno il gatto ebbe voglia di strutto; andò allora dal topo e disse:
- Ascolta topolino, mia cugina mi ha pregato di fare da padrino al suo piccolo bianco con macchie brune appena nato e devo tenerlo a battesimo. Lasciami andare e sbriga da solo, per oggi, le faccende di casa
- Sì, sì,
- rispose il topo, vai pure, se mangi qualcosa di buono, pensa anche a me.
Ma il gatto non aveva cugine e non l'avevano richiesto come padrino. Andò invece dritto in chiesa e leccò via la spessa pellicola di strutto, poi passeggiò per la città e ritornò a casa soltanto alla sera.
- Devi esserti proprio divertito
- disse il topo.
- Come si chiama il piccolo?
- Pellepappata rispose il gatto.
- Pellepappata? Che strano nome, non l'ho mai sentito!
Poco tempo dopo, al gatto tornò la voglia, andò dal topo e disse:
- Mi vogliono di nuovo come padrino, il piccolo ha una fascia di pelo bianco intorno al corpo. Non posso rifiutare, devi farmi il piacere di badare da solo alla casa
- Il buon topo acconsentì, ma il gatto andò e divorò mezzo pentolino. Quando tornò a casa, il topo domandò:
- E questo piccolo come si chiama?
- Mezzopappato.
- Mezzopappato? Che dici! Non ho mai sentito questo nome in vita mia e sicuramente non c'è sul calendario.
- Ma al gatto era piaciuto troppo il lardo, e ben presto gli tornò l'acquolina in bocca. Allora disse:
- Per la terza volta mi vogliono come padrino. Il piccolo è tutto nero e ha solo le zampe bianche, non ha un altro pelo bianco in tutto il resto del corpo; questo capita solamente una volta ogni due anni: mi lasci andare, vero?
- Pellepappata, Mezzopappato, disse il topo sono nomi così strani che mi danno da pensare; ma vai pure.
- Il topo pulì e mise in ordine la casa, mentre il gatto divorò tutto il lardo e tornò a casa di notte, sazio e grasso.
- Come si chiama il terzo piccolo?
- Tuttopappato.
- Tuttopappato! Eh, eh,questo è il nome più strano di tutti!
- disse il topo.
- Tuttopappato? Cosa vorrà dire? Non l'ho mai visto scritto!
- Detto questo scosse la testa e si mise a dormire.
Il gatto non fu chiamato una quarta volta a fare da padrino. Ma quando l'inverno giunse e fuori non si trovava più nulla da mangiare, il topo disse al gatto:
- Vieni, andiamo a prendere la provvista che abbiamo nascosto in chiesa sotto l'altare, ce la godremo!
- Sì
- rispose il gatto beffardo
- te la godrai come a mangiare aria fritta.
- Quando arrivarono il pentolino era vuoto.
- Ah,
- disse il topo
- ora capisco! Hai divorato tutto, quando hai fatto da compare: prima pellepappata, poi mezzopappato, poi...
- Taci!
- gridò il gatto.
- Di' ancora una parola e ti mangio.
- Tuttopappato
- aveva già sulla lingua il povero topo, e come gli uscì di bocca il gatto gli saltò addosso e lo inghiottì.