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Prendendo spunto da alcune domande che mi sono state poste su come una terapia, essenzialmente basata sulla parola (ascolto e interpretazione), possa riuscire attraverso l’ascolto delle cose non dette e la loro interpretazione, eliminare il dolore psichico, la sofferenza e la ripetizione patologica del disagio. Tuttavia, prima di descrivere come la terapia delle libere associazioni modifica il cervello, credo sia utile evidenziare gli aspetti più interessanti sia della biografia di Freud, sia delle sue straordinarie intuizioniIl giovane Freud
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Prendendo spunto da alcune domande che mi sono state poste su come una terapia, essenzialmente basata sulla parola (ascolto e interpretazione), possa riuscire attraverso l’ascolto delle cose non confessate e la loro interpretazione, eliminare il dolore psichico, la sofferenza e la ripetizione patologica del disagio. Tuttavia, prima di descrivere come la terapia delle libere associazioni modifica il cervello, credo sia utile evidenziare gli aspetti più interessanti sia della biografia di Freud, sia delle sue straordinarie intuizioni.

Freud nasce il 6 maggio 1856 in Moravia. Suo padre era di buona indole, gentile, affettuoso, tollerante, giusto e obiettivo, amato da tutta la famiglia. Freud riteneva di essere fisicamente e in parte anche mentalmente la copia del padre, che descriveva come un uomo in eterna attesa che succedesse qualcosa. Dal padre ereditò il senso dell’umorismo, il suo pungente scetticismo sulle vicissitudine della vita, il suo liberismo e libertà di pensiero.
Dalla madre gli derivò il suo temperamento, capace di forti emozioni. L’amore e l’orgoglio della madre, che riteneva fermamente di aver messo al mondo un grande uomo, lasciò nel bambino Freud una profonda e indelebile impronta, determinando probabilmente quel senso della fiducia in se stesso che costituirà una delle caratteristiche predominanti, che solo raramente vennero meno.
A due anni Freud bagnava ancora il letto, per cui mentre il padre lo rimproverava, la madre si mostrava molto più indulgente. Sembra che da questa esperienza ricavò la convinzione che il padre impersonava il principio della realtà, mentre la madre quello del piacere.
Inoltre Freud, per un certo periodo, fu il centro del nucleo familiare, sua madre nutriva nei suoi confronti un forte senso di adorazione che gli trasmetteva amore ed accettazione, questo sentimento conferì al bambino Freud un particolare senso di responsabilità e importanza che divenne un tratto fondamentale del suo carattere, che si tradusse in una fiducia in se stesso, quasi incrollabile, in un bisogno di indagare per capire. Lo stesso Freud riteneva di attribuire la sua grande fiducia in se stesso, alla sicurezza dell’amore di sua madre.
Un altro evento emotivamente importante per il piccolo Freud, fu la morte del fratellino Julius. Prima della sua nascita Freud aveva goduto da solo dell’amore della madre, per cui il suo arrivo fu visto come usurpatore, per cui diverse volte aveva immaginato e desiderato la sua morte. Verso i 40 anni, in una lettera, Freud confessa di aver nutrito desideri ostili nei confronti del fratellino e che la sua morte fu fonte di rimorsi che si portò dietro per tutta la sua esistenza. Nella stessa lettera racconta che all’età di quattro anni, nel vedere la madre nuda, provò nei suoi confronti un forte risveglio della libido.
Sembra inoltre che in lui emerse anche una certa forma di inquietudine, quando acquisì la consapevolezza che vi era qualcuno (suo padre) che godeva rispetto a lui, di una maggiore intimità con sua madre. La gelosia e l’odio nei confronti del padre apparvero al bambino Freud inevitabili, ma il forte affetto che provava per suo padre gli fece respingere quell’idea intollerabile, per cui trovò nel fratellastro Philipp il sostituto ideale, che rendeva il tutto meno spiacevole.
In quella occasione Freud aveva risolto un suo problema mediante una soluzione esclusivamente emotiva, anche se da grande ha sempre cercato soluzioni intellettuali. Un ultimo aspetto, credo di fondamentale importanza, è la sua seguente convinzione: Freud riteneva che all’età di tre anni le basi del carattere fossero ormai fissate e che gli eventi successivi potevano modificare, ma non cambiare i tratti della personalità. Successivamente Freud precisò meglio questa idea affermando che, lo sviluppo della personalità avviene entro brevi finestre temporali, durante le quali l’individuo deve vivere determinate esperienze per poter crescere in modo sano, questi periodi sono profondamente formativi in quanto condizionano la sua esistenza. Questa felice intuizione di Freud fu dimostrata negli anni 60 e descritta come Nozione Psicologica di Periodo Critico.

Durante il periodo della scuola e dell’università, Freud visse immerso nei libri, rinchiuso nella sua cameretta, in cui spesso consumava perfino il suo pasto serale per non sottrarre tempo ai suoi studi. Aveva una grande passione per l’acquisto dei libri, anche se spesso non aveva i soldi necessari per pagarli. Era letteralmente assorbito dai suoi studi, la lettura e lo studio riempivano gran parte della sua giornata. A otto anni leggeva già Shakespeare, di cui ammirava la potenza espressiva e la profonda conoscenza della natura umana. La sua carriera scolastica fu brillante e in quanto primo della classe, godeva di alcuni privilegi e non veniva quasi mai interrogato.

Non credeva in Dio e non ne sentiva il bisogno, anche se la sua bambinaia, un misto di tenerezza e severità, era solita portarlo con se alle funzioni religiose. Fu lei ad inculcargli le idee di paradiso, inferno, resurrezione e al ritorno a casa doveva illustrare le opere di Dio. Tuttavia, le sue esigenze emotive si espressero prima attraverso la meditazione filosofica e subito dopo mediante l’adesione ai principi della scienza, in quanto riteneva che il segreto ultimo, fosse nella conoscenza.

Freud possedeva una intelligenza metodica e una eccezionale capacità nell’organizzare i fatti, scriveva con scorrevolezza e spontaneità. Detestava correggere ciò che aveva scritto, per evitare il pericolo che la correzione potesse compromettere l’oggettività. Inoltre non gradiva la meticolosa precisione della scienza in quanto non amava sentirsi vincolato. Tuttavia questa sua irrequietezza, vivacità e immaginazione rimasero assopite per molto tempo, per cui studiò con profitto e svolse utili ricerche. Nell’autunno del 1876 Freud fu ammesso, come allievo ricercatore, all’istituto di Fisiologia dove gli fu assegnato un lavoro che consisteva nel chiarire la natura istologica delle cellule di Reissner. Freud stabilì che:

le cellule di Reissner sono cellule gangliari spinali, che nei vertebrati inferiori rimangono all’interno del midollo spinale, quando la migrazione del tubo neurale dell’embrione verso la periferia, non si completa.

Anche se la soluzione di questo problema fu un perfetto esempio di interpretazione genetica, la vera novità fu la dimostrazione che le cellule del sistema nervoso degli animali inferiori mostravano una continuità con quelli superiori.
In quegli anni Freud si limitò ad indagare problemi rigorosamente anatomici. Fece un’importante scoperta sulle cellule dei gangli spinali del pesce Petrmyzon e sulle cellule nervose del gambero. Vi è un passo molto interessante di una conferenza che risale al 1883 sulla “Struttura degli elementi del sistema nervoso” in cui Freud afferma:

Se ammettiamo che le fibrille del nervo rappresentano altrettante vie di conduzione isolate, dovremmo sostenere che tale vie, che nel nervo sono distinte, confluiscono all’interno della cellula nervosa, che diventa perciò il punto di partenza di tutte le fibre nervose ad essa connesse.

In questo straordinaria affermazione Freud mostra la sua grande immaginazione, in quanto anticipa la teoria del neurone. Purtroppo nessuno (neppure lui) colse gli aspetti più originali di questa sua conferenza. Alcuni anni più tardi, nel 1891 Wilhelm Waldeyer propose il termine neurone, mentre la parola sinapsi fu introdotta nel 1897 da Charles Scott Sherrington, come denominazione per la non continuità dei neuroni.

Quante volte accade di non riuscire a spingere il pensiero fino alle sue logiche conclusioni.

Un altro aspetto molto interessante del giovane Freud è che le sue ricerche fisiologiche furono facilitate da alcuni perfezionamenti tecnici da lui escogitati. Probabilmente Freud aveva già intuito che il progresso della conoscenza richiedeva metodi nuovi. Infatti, con la Psicoanalisi, egli inventò lo strumento, che utilizzò per scoprire fatti nuovi, che successivamente organizzò in una teoria, che andò oltre i confini della conoscenza.
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Ippocrate riteneva che l’isteria fosse un’anomalia esclusivamente femminile, causata da un cattivo funzionamento dell’utero.
Nel medioevo l’isteria non era neppure considerata una malattia, per cui veniva trattata con pratiche esclusivamente esorcistiche, in quanto gli esorcisti erano ritenuti gli unici in grado di parlare con il demone che albergava nel corpo dell’ossesso. 
Secondo la visione della Chiesa gli isterici erano posseduti dal demonio, perché non riconoscevano la sovranità di Maria Vergine. Per questo motivo, l’unica cura possibile per gli ossessi, era il rogo. Solo nell’ottocentoLe origini della Psicoanalisi: Terapia Ipnotica
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Non è casuale che la parola isterismo deriva dal greco hysteron, cioè utero.

Ippocrate riteneva che l’isteria fosse un’anomalia esclusivamente femminile, causata da un cattivo funzionamento dell’utero.
Nel medioevo l’isteria non era neppure considerata una malattia, per cui veniva trattata con pratiche esclusivamente esorcistiche, in quanto gli esorcisti erano ritenuti gli unici in grado di parlare con il demone che albergava nel corpo dell’ossesso.

Secondo la visione della Chiesa gli isterici erano posseduti dal demonio, perché non riconoscevano la sovranità di Maria Vergine. Per questo motivo, l’unica cura possibile per gli ossessi, era il rogo.

Solo nell’ottocento, si cercò una nuova interpretazione dell’isteria, tuttavia a causa dell’assenza di lesioni organiche, alcuni attribuirono i sintomi alla suggestione o alla simulazione, mentre altri la elevarono al rango di malattia. Quindi, abbandonarono le teorie uterine dell’isteria, pur conservando l’idea che in qualche modo fosse legata alla sessualità.

Charcot Uno dei medici più influenti di quel periodo, Charcot neurologo e professore di anatomia patologica alla Salpètriere di Parigi, riteneva che l’isteria non fosse una malattia tipicamente femminile, in quanto presente anche in diversi uomini. Nello stesso periodo, nel tentativo di perfezionare una terapia in grado di guarire i sintomi, Charcot, dotato di eccezionali capacità ipnotiche, inizia ad applicare l’ipnosi ai suoi pazienti.
Con la terapia ipnotica i pazienti, nel rievocare gli episodi traumatici che erano all’origine dell’isteria, acquisivano coscienza e diversi di loro guarirono dalle manifestazioni isteriche. Ciò significava che i sintomi avevano una origine psicogena e che potevano essere curati ed eliminati esclusivamente per mezzo del pensiero.

In quel periodo (1885) un giovane medico di nome Freud, vinse una borsa di studi di sei mesi da trascorrere presso il reparto neurologico di Charcot. La pratica nella scuola parigina risveglia l’interesse di Freud per le neuropatie, in quanto la cura dei sintomi isterici mediante ipnosi, anche se era ancora in fase di sperimentazione, apparve al giovane medico particolarmente suggestiva e appassionante. Tuttavia, l’aspetto più interessante dell’insegnamento di Charcot, fu il suo modo di lavorare, che consisteva nell’osservare più volte i fatti, fino a quando non gli parlavano.

Al termine del periodo trascorso a Parigi (febbraio 1886), Freud ritorna a Vienna e ristabilì i contatti con Josef Breuer, un neurologo più anziano, conosciuto durante il periodo dell’università. Breuer riteneva che nel sistema nervoso vi fosse una forma di energia (Tensione Nervosa), che tendeva a mantenersi in equilibrio. Questa energia poteva essere alterata da disturbi di origine psicologica. La terapia, mediante la pratica dell’ipnosi, poteva ristabilire quel naturale equilibrio.
L’amicizia con Breuer fu di grande aiuto per il giovane Freud, specialmente durante il periodo iniziale della sua attività professionale, in quanto fu coinvolto da Breuer nella sua ricerca di perfezionamento della terapia dei sintomi isterici, mediante ipnosi. Insieme pubblicarono un saggio in cui affermavano che all’origine dell’isteria vi fosse il ricordo di un trauma psichico respinto dalla coscienza, contrariamente a Charcot che riteneva che all’origine dell’isteria vi fosse il trauma psichico.
Breuer e Freud ritenevano quindi che all’origine del sintomo isterico vi fosse un trauma dimenticato, tuttavia Breuer credeva che la causa dell’oblio fosse da imputare allo stato ipnoide tipico dell’isteria, per cui quando il paziente ritornava allo stato di coscienza normale, non poteva ricordarlo, mentre Freud riteneva che l’oblio e l’assenza della carica emotiva ad esso legata, fosse dovuta alla sua natura spiacevole e dolorosa che determinava così la sua esclusione dall’Io cosciente. La dimenticanza quindi era dovuta ad un meccanismo di difesa.

All’inizio Freud applicò l’ipnosi nella cura dell’isteria, una pratica che consisteva nel far sfogare verbalmente e fisicamente la carica emotiva repressa, al fine di impedire che l’energia psichica potesse trasformarsi in sintomi isterici. I risultati ottenuti furono molto modesti, forse per le scarsissime capacità ipnotiche di Freud, forse questo insuccesso gli fece intuire che il paziente, per effetto dello stato di trance, non poteva elaborare le proprie esperienze, per cui i sintomi sparivano anche in breve tempo, ma la causa che li aveva scatenati non veniva eliminata.

La causa era la malattia stessa che non curata, si ripresentava con sintomi diversi.

Ciò convinse Freud che dietro i sintomi manifesti vi fossero dei segreti. Inoltre aveva dedotto dall’esperienza che, in diversi casi il successo terapeutico dipendeva dalla personale relazione tra medico e paziente, che aveva una base erotica più o meno consapevole. Questa convinzione si rafforzò con il trascorrere degli anni e lo porterà ad affermare che il transfert era una prova inconfutabile dell’origine sessuale delle nevrosi.
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Gli insuccessi legati all’utilizzo dell’ipnosi e questa serie di considerazioni, lentamente fecero maturare in Freud la necessità di cercare un metodo diverso da quello dell’ipnosi. Non è possibile indicare una data esatta a cui è possibile far risalire la scoperta del metodo della libera associazione, in quanto maturò in Freud gradualmente, tuttavia è presumibile che si sia sviluppato in un periodo compreso fra il 1892 e il 1895. Infatti Le origini della Psicoanalisi: Terapia delle Libere Associazioni
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Questo articolo sull’origine della Psicoanalisi, segue i due precedenti, in cui ho cercato di descrivere come le esperienze del giovane Freud è la Tecnica Ipnotica hanno contribuito all’evoluzione del pensiero di Freud, fino a indurlo alla formulazione della tecnica delle Libere Associazioni:
  1. Il giovane Freud
  2. Terapia ipnotica
Dall'Ipnosi alla Tecnica delle Libere Associazioni.

Nell’estate del 1889, nell’intento di perfezionare la sua tecnica ipnotica Freud si reca a Nancy, dove vi rimase per diverse settimane. Durante questo soggiorno gli capitò di assistere a diversi esperimenti di Bernheim su alcuni pazienti, in cui si dimostrava l’esistenza di potenti processi mentali che potevano restare nascosti alla coscienza dell’individuo.

Gli insuccessi legati all’utilizzo dell’ipnosi e una serie di ulteriori riflessioni  sollecitate dalle esperienze altrui, lentamente fecero maturare in Freud la necessità di cercare un metodo diverso da quello dell’ipnosi. Non è possibile indicare una data esatta a cui far risalire la scoperta del metodo delle Libere Associazioni, in quanto maturò in Freud gradualmente, tuttavia è presumibile che si sia sviluppato in un periodo compreso fra il 1892 e il 1895. Infatti, l’inizio sembra risalire all’autunno del 1892, quando Freud ebbe in cura una paziente che si dimostrò essere totalmente refrattaria all’ipnosi. Nel tentativo di trovare una soluzione si ricordò di un’affermazione di Bernheim in cui asseriva che le esperienze fatte durante l’ipnosi erano solo apparentemente dimenticate, per cui potevano essere richiamate alla memoria se il medico insisteva sul fatto che il paziente le conosceva.

Freud si convinse che questo poteva essere vero anche per quei ricordi che erano all’origine dell’isteria, per cui iniziò ad applicare una tecnica di analisi psichica basata sulla concentrazione, che lentamente trasformò in un metodo.

La paziente veniva fatta distendere ad occhi chiusi e gli veniva suggerito di concentrare la sua attenzione su un particolare sintomo e di cercare di richiamare qualsiasi ricordo che ne potesse chiarire l’origine. Se alla paziente non veniva in mente nulla, Freud iniziava a premere con la sua mano sulla fronte di lei, dicendole che sicuramente qualche ricordo sarebbe riaffiorato. A volte, dopo diversi tentativi, la paziente ricordava qualcosa a cui, in una occasione, face seguire un commento, in cui affermava che avrebbe potuto dirlo prima, ma pensava che quell’episodio non fosse di interesse per l’analisi. Ciò convinse Freud di suggerire alla paziente di non esercitare alcuna censura e di esprimere qualsiasi pensiero, anche se ritenuto irrilevante o troppo spiacevole (la foto mostra il divano usato da Freud durante le sue sedute; notare la posizione della poltrona su cui sedeva Freud).

Durante queste sedute Freud cercava di stimolare o interrogare i pazienti, ma in una occasione uno di questi lo rimproverò, dicendo che il suo intervento aveva interrotto il flusso dei pensieri. Freud fece tesoro di questo suggerimento, avvicinandosi così sempre di più al metodo delle Libere Associazioni. In alcune circostanze Freud, usò ancora l’ipnosi che tuttavia abbandonò definitivamente nel 1896; forse non casualmente, il termine Psicoanalisi compare per la prima volta in un lavoro pubblicato il 30 marzo 1896.

Con il trascorrere del tempo Freud si convinse che i ricordi importanti potevano emergere solo dopo la caduta della censura cosciente, per cui lentamente abbandonò prima la pratica del sollecitare e della pressione sulla fronte e nel 1900 anche quella della chiusura degli occhi, mentre conservò l’usanza della posizione supina.

In sintesi, Freud giunse alla determinazione del metodo in modo graduale, lasciando liberi i pazienti di seguire il flusso dei loro pensieri, anche se si presentavano senza alcun ordine o apparente significato con i sintomi, quindi invece di respingerli intuì che bisognava guidarli. Inoltre aveva notato che i pazienti non si mostravano entusiasti nel confessare ricordi penosi o poco accettati. Denominò questa opposizione Resistenza che mise in rapporto con la Rimozione, ritenuta responsabile della sostituzione di alcuni ricordi con i sintomi. Sembra che l’intuizione del metodo delle libere associazioni, sia anche dovuto ad un ricordo inconsapevole di Freud, relativo ad un saggio scritto nel 1823 da Ludwig Boerne (uno degli autori preferiti di Freud) dal titolo, L’arte di diventare uno scrittore originale in tre giorni, in cui affermava:

scrivete per tre giorni di seguito su un pezzo di carta tutto quello che vi passa per la testa di voi stessi, delle vostre donne, di coloro che contano per voi, del giudizio universale, ecc. senza mistificazioni o ipocrisie. Trascorsi i tre giorni vi stupirete di ciò che avrete scritto.

La psicoanalisi nasce quindi in un contesto scientifico, ma acquista importanza grazie alla capacità di Freud di saperla alimentare con concetti filosofici. Senza alcun dubbio, la psicoanalisi ha esercitato un influsso incalcolabile nella vita degli individui e della società moderna, in quanto i suoi concetti hanno imposto una teoria della mente, radicalmente innovativa, hanno creato un nuovo dizionario e un nuovo modo di giudicare. Questa scienza ha la sua radice nell’ipotesi dell’inconscio, senza la quale Freud non avrebbe potuto costruire la sua teoria. Infatti in una conferenza che risale al 1915, Freud affermò che, per la sua teoria, l’ipotesi dell’inconscio è necessaria.

Personalmente credo che il concetto di inconscio fosse indispensabile nel passato, quindi Freud aveva ragione, ma oggi credo che sia diventato un limite per la psicoanalisi; uno di questi è che impedisce alla riflessione e al pensiero creativo di spingersi oltre nella ricerca, nel tentativo di andare al di là del limite dell’inconscio al fine di individuare i processi neuro biologici del cervello che determinano gli stati della mente.
Infatti oggi, con l’evoluzione dei metodi di indagine, la scienza è riuscita già a spiegare e interpretare diversi processi della mente, di cui non è responsabile la censura dell’individuo, in quanto causati, sia da un naturale processo evolutivo del cervello, sia dal modo in cui il cervello, sollecitato delle interazioni sociali, crea gli stati mentali e il pensiero razionale.
Infine, la sede delle emozioni, che spesso si dissociano dai normali processi del pensiero, non è nell’inconscio, anche se le reazioni emotive sono generalmente generate in modo inconsapevole, cioè senza la necessità di dover disturbare il pensiero razionale.

Nel prossimo articolo cercherò di descrivere come il metodo delle libere associazioni, modificando la struttura fisica del cervello, sblocca la mente che si era fatta fare prigioniera dagli eventi traumatici o da esperienze problematiche vissute durante il periodo critico dello sviluppo del cervello. Importante, ma non indispensabile per comprendere sono: la Platicità Neuronale e la Teoria dell’Attaccamento.
Data Inserimento Post 25/01/2010 11.55.49  |  Social Bookmark
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Un individuo può risolvere un trauma se riesce a recuperare l’esistenza emotiva smarrita durante l’infanzia, in modo da poter recuperare il senso del suo Sé reale. Il recupero può avvenire solo attraverso un processo di apprendimento, in quanto il cervello è una struttura dinamica. Non a caso la psicoterapia può essere paragonata ad un processo di apprendimento che, sollecitando l’espressività genica dei neuroni, sblocca i ricordi penosi, slegandoli dalle emozioni a cui si erano associati, consentendo così all’individuo di riconoscere lo stimo come inoffensivoCome si sviluppa un trauma psicologico?
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Storia di una bambina di nome oho

Questa è la storia di una donna che ha dedicato poco tempo alla sua figlia di nome oho ,  forse è meglio dire che ha quasi sempre ignorato i bisogni di affetto e accudimento della  figlia. Successivamente divorzia o forse resta vedova e decide di affidare la figlia, che ha due o tre anni a qualcuno, per un periodo di circa due anni. Durante questo periodo le persone che accudiscono oho cambiano di frequente, per cui viene negata alla bambina la possibilità di crearsi un legame affettivo stabile.
oho risponde a questa assenza di affettività, con un comportamento irrequieto, il cui fine inconsapevole è probabilmente quello di attirare l’attenzione, ma subisce rimproveri o botte, che lei interpreta come una forma di vile violenza (è come se dicesse: ma come  è possibile che non comprendete i miei bisogni affettivi?), tuttavia a volte qualcuno le mostra un'affettività che disorienta emotivamente  oho, in quanto la sua mente non è ancora in grado di comprendere il senso di quell’ambiguità.

oho non solo non ha vissuto quell’importante fase di condivisione delle emozioni con la figura affettiva di riferimento, ma nel perdere entrambi i genitori che l’avevano grossolanamente accudita, vive un profondo senso dell’abbandono. Questi eventi imprimono, in un cervello immaturo che sta formandosi, convinzioni che successivamente, se rafforzate dalle esperienze si trasformeranno in abitudini, determinando così il temperamento dell’individuo.
I bambini, per giudicare il mondo delle relazioni affettive e riconoscere le emozioni, utilizzano prevalentemente il sistema emotivo, in cui l'Amigdala svolge un  ruolo importante.  Progressivamente, con la maturazione del cervello, le modalità istintive di elaborazione delle situazioni emotive, si integrano con quelle razionali controllata dalla Corteccia Frontale. L’adulto può quindi produrre una risposta riflessiva che tiene conto anche del contesto relazionale e sociale, se non è condizionato da esperienze traumatiche infantili.


Trascorso il periodo di separazione oho ritorna dalla madre, ma ormai ha smesso di cercare di creare un legame affettivo, per cui mostra un evidente distacco nei confronti della madre. Con il trascorrere del tempo, questo distacco si accentua ulteriormente, in quanto la madre non mostra comprensione nei suoi confronti, perché esasperata, interpreta nel modo sbagliato gli atteggiamenti della figlia. Le esperienze emotive di entrambe, hanno compromesso il loro rapporto e la possibilità di oho di vivere un futuro sereno e felice.

Infatti, le esperienze della bambina, hanno contribuito a renderla emotivamente distaccata, depressa, facilmente irritabile, più propensa a manifestare (in forme diverse e in modo più o meno mascherato) odio o malvagità, piuttosto che ad amare.
La bambina (e successivamente la donna) teme l’eventualità di un legame affettivo, per il timore di rivivere ancora l’angoscia e la rabbia, per cui attiva un meccanismo di difesa che le impedisce di esprimere quel naturale desiderio di intimità, associato al bisogno di affetto. Ciò significa che il suo temperamento potrebbe anche consentirle di innamorarsi, ma le impedisce di poter amare nel tempo, per cui le sue relazioni sentimentali inevitabilmente naufragano, per la sua acquisita incapacità ad entrare in sintonia emotiva con il suo partner. Questa incapacità si manifesta con comportamenti che inducono gli altri ad abbandonarla, in questo modo si ha una replica del copione inscritto nel suo cervello, che le impedisce di riconoscere i suoi errori e favorisce la convinzione che gli altri non la comprendono o che gli uomini sono tutti uguali.

La prima reazione a questa storia è di dire: poveretta, che sfigata? Purtroppo, questa storia immaginaria apparentemente al limite del reale, è abbastanza diffusa, anche se spesso le situazioni non sono così evidenti. Ovviamente quanto detto per la donna è valido anche per l’uomo, tuttavia occorre considerare le opportune differenze, dovute alla diversa identità di genere.
 

Come si spiega tutto ciò.

In generale nei rapporti, una delle caratteristiche più importante alla base di una relazione è l’intensità dell’emozione; mentre il tipo delle emozioni dipende dallo stato della relazione. Se la relazione è buona, prevale il senso di sicurezza e di gioia; mentre se è presente una minaccia, prevale la gelosia, la rabbia, l’angoscia; infine se la relazione è stata interrotta, prevale il dolore e l’angoscia, cioè ansia, apprensione, paura incomprensibile la cui origine e causa è apparente; per questo appare essere minacciosa, ma non catastrofica.
Ciò significa che la qualità dell’affetto che i genitori trasmettono ai figli è la base su cui si svilupperà l’amore che la bambina (o il bambino) potrà provare nella vita adulta. Le memorie che si creano durante i primi anni di vita, non sono ricordati come episodi della propria esistenza, ma assumono la forma di convinzioni e di abitudini di come funziona la vita.
Inoltre, gli eventi che accadono sono interpretati dall’individuo in base a ciò che teme, crede o conosce. Infatti esiste sempre una relazione fra eventi, convinzioni, pensieri, emozioni e comportamenti. Quindi, il modo in cui l’individuo interpreta gli eventi, influenza la sua percezione della realtà e dell’ambiente che lo circonda. Ciò significa che le esperienze degli eventi che accadono a livello psichico, non corrispondono esattamente agli eventi, ma al modo con cui sono stati interpretati dall’individuo.

Non è ciò che accade che rende tristi o felici, ma il modo in cui gli eventi sono interpretati.

Gli individui quindi, affrontano la loro esistenza, attraverso l’interpretazione di ciò che gli è accaduto. In diversi casi, queste interpretazioni sono il risultato di abitudini automatiche, mentre in altri sono influenzate dall’umore o dalle emozioni. Gli eventi o le esperienze, vissute in modo traumatico, generalmente non vengono elaborate e quindi risolte dall’individuo. La conseguenza di ciò è che il trauma non risolto, si traduce nella necessità a ripeterlo, quasi sempre sotto forma mascherata, in modo da non poter essere riconosciuto dal sistema razionale dell’individuo, che non ricevendo le opportune informazioni non è in grado di esercitare la sua azione correttiva. Il sistema emotivo che interpreta la realtà in modo approsimativo, non moderato dal sistema razionale, obbliga l’individuo a rispondere in modo irrazionale.

Nell’esempio ipotizzato il bisogno di amore è stato associato, per l’effetto dell’abbandono, al dolore e all’angoscia, per cui uno stimolo benevole (il bisogno d’amore), viene interpretato dalla mente come se fosse pericoloso o ad alto rischio di trasformarsi in pericoloso. Ciò obbliga il sistema emotivo a reagire, segnalando all’organismo la necessità di attuare una difesa ad una possibile minaccia, per cui per esempio, una semplice ed inoffessiva parola, potrebbe tradursi in una ingiustificata ed inopportuna reazione di rabbia, oppure in atteggiamenti che possono rendere più probabile l’attuazione di comportamenti che tendono a dividere la coppia, piuttosto che unire, in quanto si ha difficolta a saper ascoltare le ragioni degli altri.

Come è possibile che un evento spiacevole possa trasformarsi in un ricordo difficile da cancellare?

Come già detto, un trauma non risolto, si traduce nella necessità per la mente a ripeterlo. E’ noto che la ripetizione è un efficace modo per memorizzare, anche se si apprende qualcosa di errato, in quanto intensifica i segnali, che favoriscono l’aggregazione dei neuroni e la trasformazione di ricordi a breve termine in memorie a lungo termine.

Per comprendere questo meccanismo occorre riferirsi alla Legge di Hebb, secondo la quale: quando due neuroni si attivano insieme ripetutamente o quando se ne attiva uno inducendo l’attivazione dell’altro, in entrambi si verificano delle reazioni chimiche, che tendono a rendere più forte il legame fra i due neuroni. In altri termini, due neuroni che si attivano simultaneamente si legano fra loro.

Quindi la trasformazione di una memoria a breve termine (in questo caso il trauma non risolto) in una memoria a lungo termine (tratto della personalità) avviene in quanto, un composto chimico nel cervello, la Protein-Chinasi A, si sposta dal corpo cellulare dei neuroni verso il nucleo, dove sono immagazzinati i geni (ovviamente ciò accade solo nei neuroni sollecitati ad aggregarsi, per formare il ricordo). La protein-chinasi A attiva uno specifico gene, che a sua volta produce una proteina, la quale altera la struttura della terminazione nervosa, facendo crescere nuove connessioni tra i neuroni indotti ad associarsi. In questi casi in genere si raddoppiano il numero di connessioni sinaptiche (grosso modo si passa da 1300 a 2700 connessioni). Inoltre, i neuroni presinaptici rilasciano nella sinapsi, una quantità maggiore di neurotrasmettitori, per cui il neurone è ora in grado di inviare un segnale più potente, anche a seguito di stimoli insignificanti.

Ciò significa che il trauma psicologico ha modificato la struttura anatomica del cervello, attraverso l'innesco di un processo neurobiologico, che ha prodotto un consolidamento neuroplastico delle connessioni tra i neuroni.
Un aspetto straordinario della plasticità neuronale è il seguente: se il medesimo neurone dovesse concorrere a formare un ricordo a lungo termine, sulla base di un’abitudine, il numero di connessioni si riduce, passa da 1300 a 850, di cui solo 100 generalmente sono attive. Questo può far comprendere la differenza di intensità che esiste, fra uno stimolo di un ricordo associato ad un trauma, rispetto a quello creato da un’abitudine. Il trauma stressa il cervello, l’abitudine passa quasi inosservata.

Come è possibile recuperare un trauma

Un individuo può risolvere un trauma se riesce a recuperare l’esistenza emotiva smarrita durante l’infanzia, in modo da poter recuperare il senso del suo Sé reale. Il recupero può avvenire solo attraverso un processo di apprendimento, in quanto il cervello è una struttura dinamica. Non a caso la psicoterapia può essere paragonata ad un processo di apprendimento che, sollecitando l’espressività genica dei neuroni, sblocca i ricordi penosi, slegandoli dalle emozioni a cui si erano associati, consentendo così all’individuo di riconoscere lo stimo come inoffensivo; in altri termini modifica la memoria procedurale dell’individuo. Ciò significa che quando impariamo qualcosa, la mente influenza la trascrizione genetica dei neuroni. Il pensiero può quindi modellare i geni presenti nei neuroni e quindi incidere sull’anatomia cerebrale.

La Psicoanalisi è quindi una terapia neuroplastica.

Lo straordinario è che Freud sviluppa una tecnica neuroplastica, molti anni prima della scoperta dei neuroni e della plasticità neuronale. Infatti, durante una conferenza affermò: quando il cervello apprende, costruisce nuovi sistemi funzionali, connettendo le cellule del cervello secondo nuove modalità; inoltre fornì una descrizione di come ciò he lui chiamava Barriere di Contatto (le sinapsi), potevano essere modificate mediante apprendimento. Freud aveva intuito anche la legge secondo cui i neuroni che si attivano insieme si legano tra loro. Nessuno e nuppure lui colse il vero senso di quella straordinaria intuizione. Solo diversi anni dopo, Sir Charles Sherrington, scoprì il neurone.

Ritorniamo per un attimo alla nostra bambina, ormai donna.

Dopo alcune esperienze sentimentali disastrose, si accentua il suo stato di ansia e comprende che da sola non è in grado di superare i suoi problemi, per cui decide di rivolgersi ad uno Psicoterapeuta.
L
’obiettivo del prossimo articolo è di descrivere come la terapia e l’interazione della donna con l’analista, modificano la struttura cerebrale, consentendo lo sblocco della mente,e donando alla nostra amica, una migliore qualità della sua esistenza.
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Il verificarsi di un qualsiasi evento (naturale, personale o sociale) obbliga la mente a cercare nella memoria dell’individuo, l’associazione corrispondente, che innanzitutto riproporrà all’individuo la sensazione emotiva che vi è stata associata nel passato; se è positiva, l’associazione viene confermata al cervello sotto forma di sensazione piacevole, mentre se è negativa genera una sensazione di sofferenza e quindi di rifiuto. Come si Forma la Base Emotiva
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Un banale esempio per comprendere il meccanismo dell’associazione

Un bambino molto piccolo gioca in casa con un cagnolino e supponiamo che si diverte, la sua mente associa al cane (e agli animali in genere) un’emozione positiva, che si traduce in segnali gradevoli inviati ai centri del piacere situati nel cervello.
Supponiamo invece che il cane lo morde, il bambino comincia a piangere, il cane ad abbaiare, lo morde più volte, la madre non interviene perché non lo sente gridare, nessuno risponde al suo bisogno di aiuto, il bambino vive un grande spavento e un forte senso di abbandono, in questo caso la sua mente associa al cane (o meglio ad un qualcosa, in quanto l’emozione è staccata dalla cognizione) ad una intensa emozione negativa, che potrebbe condizionarlo per tutta la vita.
Il bambino crescendo non ricorda l’episodio, mentre la sua memoria emotiva ha associato a un “qualcosa”, una intensa emozione negativa, in grado di produrre un senso di abbandono, angoscia, spavento, terrore. Il fine di questa memoria inconscia è di “proteggere”. Il bambino da grande, inspiegabilmente al verificarsi di determinati eventi viene assalito da grande paure, fobie, ecc.


Perché ciò accade?

Il verificarsi di un qualsiasi evento (naturale, personale o sociale) obbliga la mente a cercare nella memoria dell’individuo, l’associazione corrispondente, che innanzitutto riproporrà all’individuo la sensazione emotiva che vi è stata associata nel passato; se è positiva, l’associazione viene confermata al cervello sotto forma di sensazione piacevole, mentre se è negativa genera una sensazione di sofferenza e quindi di rifiuto.

Per superare questi automatismi l’individuo deve rielaborare le associazioni presenti nella memoria, al fine di liberarle dalla sensazione spiacevole che gli eventi del passato gli hanno associato. Scopo della psicoterapia è di promuovere il cambiamento (cioè il distacco delle emozioni spiacevoli associate all’evento che alla base del trauma), attraverso l’individuazione delle associazioni negative interiorizzate, evidenziando il riconoscimento della loro inattualità.

Quindi, le memorie situate nella corteccia cerebrale, sono funzioni psichiche dinamiche che integrano una componente cognitiva ed una emotiva. Queste memorie, se vengono attivate in automatico dalla mente (per esempio attraverso il pensiero) si potenziano; mentre per modificarsi in positivo devono essere riscritte, attraverso il ricordo, cioè devono essere rivissute a livello cosciente, in modo da scaricarle dalla tensione emotiva negativa che gli era stata associata nel passato.

Se durante la sua crescita, l’individo non sviluppa una capacità cognitiva, dotata di una adeguata carica volitiva, la rielaborazione delle associazioni presenti nella sua memoria, potrebbe non essere in grado di modificarle in senso positivo e quindi di indurre quella sensazione piacevole, in grado di trasformare le memorie. Con il trascorrere del tempo, le associazioni spiacevoli potrebbero rinforzarsi, fino a diventare invasive, manifestandosi sotto forma di comportamenti discutibili e nei casi più gravi sotto forma di traumi.

Il pensiero non necessita della coscienza per funzionare, in quanto è vincolato alle sensazioni corporee ed affettive. Ciò significa che la coscienza non è il Regista dei processi cognitivi, ma un sistema di regolazione che interviene per riorganizzare i processi della mente, in quanto l’attribuzione del significato avviene in modo inconsapevole, per cui la coscienza si limita semplicemente a registrarle. Per questo motivo non riusciamo razionalmente a controllare la simbolizzazione affettiva, che è diversa da quella puramente cognitiva o operativa (per esempio lo svolgere di un compito). Quindi, quello che comunemente viene denominato inconscio, non è il risultato della rimozione o la sede di impulsi primitivi, ma costituisce un sofisticato sistema che non esprime desideri infantili, ma contiene in sé una capacità autoriflessiva di valutazione del raggiungimento dei suoi scopi.

La simbolizzazione affettiva, scoperta da Freud, è alla base della psicopatologia e quindi è di fondamentale importanza per la psicoterapia. Le ricerche neuropsicologiche moderne hanno individuato diversi sistemi di simbolizzazione affettiva che operano in parallelo, ventiquattro ore su ventiquattro.

Come si costruisce questo bizzarro sistema?

Credo che oggi, esprimersi in termini di conscio o inconscio, sia molto riduttivo e superficiale, in quanto la conoscenza sui processi della mente è notevolmente aumentata, rispetto al passato.

La nostra realtà può essere descritta meglio in termini di due diversi mondi, quello interno al nostro corpo e quello che è fuori di noi.La comunicazione fra questi due diversi mondi è realizzata da un sistema automatico integrato, denominato Percezione,
mediante il quale le informazioni dalla realtà esterna, vengono trasferite nel mondo interiore. Questo sistema è essenzialmente governato da due principali processi:
  • Sensoriale (che è fisiologico e oggettivo), mediante il quale registriamo informazioni  e eventi 
  • Psicologico (che è soggettivo), mediante il quale assegniamo un valore affettivo ed emotivo agli eventi, al fine di poter interpretare la realtà che ci circonda, in modo soggettivo.
Questi due diversi sistemi, devono reciprocamente integrarsi, al fine di evitare che le esperienze dell’individuo possano creare errate interpretazioni, che potrebbero condurre alla psicopatologia.

Durante il primo periodo dell’esistenza, l’esigenza primaria del neonato è di comprendere dove termina il suo corpo e la relativa sfera di azione e dove inizia il resto del mondo che lo circonda. Questo processo di comprensione dovrebbe essere oggettivo, nel senso che la percezione dovrebbe dare informazioni sugli oggetti e sul loro scopo, senza alcuna interpretazione soggettiva.
Questa forma di apprendimento si basa essenzialmente sulla ripetizione e sulla costruzione di associazioni, che consistono in collegamenti fra due gruppi di informazioni, che insieme determinano una esperienza. Questo insieme di esperienze forniscono al bambino quella conoscenza primaria in grado di fornire il senso della prevedibilità e il controllo del mondo in cui vive.

Quindi, nel cervello immaturo del bambino, il processo dell’associazione costituisce la primaria e più diffusa forma di apprendimento. Infatti, il processo di acquisizione delle esperienze essenzialmente, consiste nel confrontare costantemente le nuove informazioni, con le associazioni già presenti nella memoria. Inoltre, per effetto della struttura neurofisiologica del cervello, ogni informazione prima di essere memorizzata nella corteccia (per definire l’aspetto cognitivo), attraversa e stimola il sistema emotivo, che gli associa una sensazione che può essere positiva o negativa, cioè viene integrata nell’esperienza un contenuto emotivo ed affettivo. In realtà è più corretto dire che modula una sensazione che può assumere valori che variano fra un massimo positivo e un massimo negativo.

Questo processo di associazione consente all’individuo di creare la sua conoscenza, la prevedibilità e il controllo dell’ambiente in cui vive. La natura di questo processo è caratterizzata da una rigidità al cambiamento, in quanto le nuove esperienze, per essere acquisite, devono necessariamente confrontarsi e integrarsi con le associazioni già presenti in memoria, ciò si traduce (in un certo senso) in una difficolta o sofferenza al cambiamento, specialmente nell’adulto che ha ormai sviluppato una più solida volontà.

E’ importante che durante lo sviluppo, la mente del bambino sia nei limiti del possibile, libera da condizionamenti e associazioni negative, in modo che le esperienze che si trova a vivere attraverso la sua sensorialità, possano trasformarsi in memorie in grado di esprimere emozioni piacevoli. I pericoli devono essere evidenziati come rischi potenziali, non come eventi terrorizzanti, in modo che il bambino possa apprendere le adeguate soluzioni attraverso percezioni obiettive e associazioni basate sull’esperienza reale, in grado di produrre memorizzazioni piacevoli. In questo modo l’apprendimento consente al
l’Io e all’ambiente di dialogare con piacevolezza, in modo che aspetti cognitivi e affettivi possono rafforzarsi reciprocamente.

In altri termini, questa forma di apprendimento deve essenzialmente basarsi su una esperienza diretta del bambino, mentre i processi educativi devono guidare l’apprendimento, in quanto le cognizioni staccate dalle emozioni producono nozioni che sono più facilmente soggette all’oblio, mentre le emozioni separate dalle cognizionicausano una emotività che l’individuo non è in grado di controllare.

Infine è importante sapere che una stimolazione improvvisa, prolungata e molto intensa obbliga il sistema sensoriale a porsi in uno stato di difesa e a creare memorie negative in grado di produrre il rifiuto; mentre l’assenza di stimolazioni, non producendo sensazioni piacevoli, non eccitano il sistema percettivo. Quindi è di fondamentale importanza promuovere nei bambini la piacevolezza in un ambiente naturale, mediante giochi che consentono di ricercare e riconoscere ciò che lo circonda.
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I problemi psicologici, si risolvono solo se si riescono a sgretolare le connessioni neuronali che consentono la loro esistenza. Per migliorare la propria consapevolezza, è importante comprendere il legame che esiste fra la dimensione psichica dei ricordi e il meccanismo biologico che producono i problemi psicologici. 
In diversi situazioni, il cervello risulta bloccato emotivamente nel passato. Per poter ristrutturare i network neuronali, occorre ritrascrivere i ricordi, al fine di sbloccare l’associazione che esiste fra gli eventi del presente che agitano il sistema emotivo e gli eventi del passato che hanno contribuito a creare la relativa componente emotiva.La Fabbrica dei Ricordi (parte I)
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I problemi psicologici, si risolvono solo se si riescono a sgretolare le connessioni neuronali che consentono la loro esistenza. Per migliorare la propria consapevolezza, è importante comprendere il legame che esiste fra la dimensione psichica dei ricordi e il meccanismo biologico che producono i problemi psicologici.
In diversi situazioni, il cervello risulta bloccato emotivamente nel passato. Per poter ristrutturare i network neuronali, occorre ritrascrivere i ricordi, al fine di sbloccare l’associazione che esiste fra gli eventi del presente che agitano il sistema emotivo e gli eventi del passato che hanno contribuito a creare la relativa componente emotiva. In altri termini, occorre riorganizzare il cervello, al fine di poter modificare i pensieri che la mente esprime.
In un attimo, un fantastico e indimenticabile evento accade
Una grande gioia ha invaso quel particolare luogo, abbracci, emozioni intense, sorrisi è nata una splendida bambina che tutti chiamano oho. Il cervello di oho, alla nascita, ha circa 100 miliardi di neuroni, forse troppi, per le sue modeste capacità di stimolarli, per cui quelli che non si ritengono necessari, per motivi diversi si lasciano andare e dopo un certo tempo si suicidono.
Superato quell’improvviso trauma che è la nascita, il cervello di oho inizia a rispondere alle esperienze che vive mediante la creazione casuale di connessioni fra i diversi neuroni. Quelli che, per motivi diversi, si attivano simultaneamente tendono ad associarsi, in modo che successivamente, quando se ne attiva uno, automaticamente si attivano tutti quelli che si sono associati a formare quella particolare comunità di neuroni (legge di Hebb). Queste comunità di neuroni, costituiscono una idea, un pensiero, un’azione, ecc.
Il cervello di oho, non si è ancora ripreso dal trauma della nascita, non avuto ancora il tempo di organizzarsi a funzionare, lui se la prende con comodo, forse perché non sa ancora cosa effettivamente desidera oho e quindi attende. Perché?
L’Ippocampo non si è ancora sviluppato
Il cervello di oho, durante il primo anno di vita, è in grado di creare solo ricordi impliciti, cioè di tipo comportamentali, emozionali, percettivi e somatosensoriali, in quanto l’Ippocampo, una essenziale struttura neuronale per l'apprendimento e la memoria, non si è ancora sviluppata, per cui il cervello non è in grado di stabilire che quelle esperienze appartengono ad oho,  e non è in grado di trasformare i ricordi a breve termine in ricordi a lungo termine accessibili alla consapevolezza. Queste memorie, non avendo una collocazione nel tempo e nella storia dell’individuo, vengono memorizzate come esperienze generalizzate, cioè come modelli mentali che determinano i contenuti di quella che è stata denominata Memoria Implicita.
Questi modelli mentali, contribuiscono a determinare il temperamento dell’individuo, cioè una serie di disposizioni comportamentali le cui caratteristiche definiscono, le differenze individuali, nelle risposte sollecitate dagli eventi esterni, cioè ciò che comunemente chiamiamo comportamenti istintivi.
Il principio di funzionamento della memoria implicita, si basa sulle associazione e sulle abitudini, mentre l’organizzazione dell’attività mentale è di tipo lineare; l’individuo ha un ruolo passivo, mentre la forma delle rappresentazioni mentali è del tipo stimolo-risposta.
Anche se queste memorie, per il cervello, non appartengono alla storia dell’individuo, successivamente, al verificarsi di determinati eventi, il sistema neuronale che controlla le associazioni, potrebbe richiamarle. Siccome per il cervello questi ricordi non sono associati alla storia dell’individuo, è costretto a manifestarli come comportamenti, emozioni o percezioni generalizzate, in un certo senso sono sfuggiti al controllo dell’Io.
Inizia il conto alla rovescia:  meno due, uno, zeroooo
Esplode la felicità, la torta con la prima candelina illumina e fa brillare gli occhi di oho, si stappa la bottiglia di champagne conservata con cura da diversi giorni. E’ festa anche per il cervello di oho , perché scopre che finalmente è nato lui, l’Ippocampo, anche se viene guardato con sospetto dagli altri inquilini, perché appena giunge vuole subito fare il direttore ed imporre un modo di diverso di operare.
Infatti, l’Ippocampo è il luogo in cui vengono raccolti ed assemblati i dati provenienti dal sistema limbico e dalle diverse aree corticali sensoriali, al fine di formare la rappresentazione di ciò che è percepito nel presente e di associarlo alle emozioni che lo accompagnano. L’ippocampo è l’area in cui i ricordi a breve termine vengono convertiti in ricordi a lungo termine di persone, luoghi e cose, rendendoli accessibili alla consapevolezza. In altri termini è la via che devono percorrere le informazioni per potersi trasformare in ricordi duraturi.
Durante il secondo anno di vita, lo sviluppo dell’Ippocampo, consente la formazione di un secondo tipo di memoria, denominata Memoria Esplicita, in cui vengono memorizzati i ricordi a lungo termine sia di tipo autobiografici, sia di tipo semantici, (cioè quelle informazioni che attribuisco il significato). In una prima fase, in questo tipo di memoria, vengono memorizzati solo i ricordi Semantici e successivamente anche quelli Autobiografici, che raccontano la storia dell’individuo. I processi narrativi autobiografici sono direttamente influenzati sia dalla Memoria Implicita, sia da quella Esplicita; inoltre, questi processi svolgono una funzione fondamentale nel plasmare i flussi delle informazioni che si riferiscono a noi stessi e alle nostre relazioni interpersonali.
Sembra che il richiamo dei ricordi semantici sia controllato dall’ippocampo sinistro, mentre quello dei ricordi autobiografici siano controllati dall’ippocampo destro e dalla corteccia orbito-frontale destra.
I processi di registrazione dei ricordi, che dipendono dall’attività dell’ippocampo, richiedono una maggiore attenzione, in quanto il cervello viene obbligato ad un’attività di ricerca e quindi ad una forma di richiamo. Inizia così a crearsi la sensazione del ricordare, che quando coinvolge anche la memoria autobiografica, induce il senso del sé, cioè la presenza di se stesso in un passato. Il cervello del bambino entra in una nuova dimensione. 
Questa nuova attività del cervello, implica anche il passaggio di informazioni dalla memoria a lungo termine, in un ulteriore tipo di memoria, denominata Memoria Permanente. Nella realizzazione di questo passaggio, svolge un ruolo fondamentale un processo denominato Consolidamento Corticale. Dopo essere stati trasferiti, il richiamo di questi ricordi non dipende più dall’attività dell’ippocampo.
Inesorabile il tempo scorre, oho festeggia il suo terzo compleanno
Certo, non si festeggia più come per il primo, ma comunque è un giorno diverso. E’ un giorno diverso anche per il cervello, perché scopre una nuova capacità, quella di poter viaggiare mentalmente nel tempo e di riuscire a creare rappresentazioni di oho, nel presente, nel passato e nel futuro. Questa nuova capacità è resa possibile dalla maturazione della Corteccia Orbito-Frontale, che inizia a mediare i meccanismi della memoria episodica.
Rifllessione sull’Amnesia infantile
Da quanto detto emerge che l’amesia infantile non dipende da un blocco indotto da esperienze intense e traumatiche, come riteneva Freud (uno degli scopi della terapia era quello di svelare questi processi di rimozione), ma è dovuta ad una incompleta maturazione del cervello e quindi del senso di sé.
Data Inserimento Post 24/03/2010 10.26.32  |  Social Bookmark
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Freud, Jung e Adler
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La psicoanalisi si basa essenzialmente sul pensiero e sulle teorie di Freud, Jung e Adler.

Freud, propone una rigida gerarchia di livelli psichici alla cui base vi è l’uomo dominato dalle pulsioni. Infatti Freud, partendo da un fondamento biologico, costruisce la sua teoria sessuale basata principalmente sullo schema edipico. Egli riteneva che, per comprendere le manifestazioni delle malattie mentali, occorreva riferirsi alla storia dell’individuo e ai relativi processi di rimozione che l'accompagnavano. Tuttavia, secondo Freud, le nevrosi non erano causatate da avvenimenti risalenti alla prima infanzia, quanto da un conflitto presente e dall'incapacità dell’individuo di adattarsi alle richieste dell' ambiente.

Jung, nel tentativo di sottrarsi all’autorità scientifica di Freud, cerca di prescindere dall’evidenza empirica e costruisce la sua teoria su fondamenti filosofici. Per Jung, l’uomo non è dominato solo da pulsioni, ma da numerosi fattori interdipendenti, situati ai diversi livelli della personalità. L’archetipo è uno di questi fattori. Quindi formulò una teoria basata sull’astrazione e sulla metafisica trascendentale, in cui le pulsioni infantili erano ritenute innocue. La visione metafisica di Jung si oppone quindi a quella empirica di Freud, basata prevalentemente sull’osservazione. Quindi alla teoria delle pulsioni, Jung oppone quella degli archetipi.
Gli archetipi non sono idee ma rappresentazioni virtuali tipiche che corrispondono alle esperienze compiute dall'umanità durante lo sviluppo della coscienza. Queste esperienze di natura ereditaria, costituisco quello che Jung chiama incoscio collettivo, che attraverso gli archetipi, può condizionare e dirigere la condotta dell'individuo nei suoi rapporti con il mondo, inducendolo a ripetere quell'esperienze collettive in grado di guidarlo nei suoi progetti oppure ostacolarlo nel suo ulteriore sviluppo. Jung attribuiva alla religione una funzione decisiva nello sviluppo della civiltà, ed aveva individuato delle analogie fra la pratica cattolica della confessione e quella psicoanalitica, entrambe basate sull’ascolto. Infatti, Jung riteneva che la confessione potesse guarire un individuo a condizione che il rituale fosse in grado di esprimere la condizione psicologica del paziente. La nevrosi è quindi un grido di protesta della persona nei riguardi di situazioni che sono in contrasto con la sua esistenza. Quindi, una efficace seduta psicanalitica produce un effetto liberatorio simile a quello della confessione. Tuttavia in una terapia la resistenza a confessarsi spesso costituisce la maggiore difficoltà. Superata la quale, la terapia si risolve velocemente.

Adler in totale disaccordo con Freud, spostò l’interesse della psicoanalisi in un orizzonte sociale, in cui determinante era la volontà di potenza e il sentimento sociale. Ciò significa che mentre Freud considerava la vita dell’uomo in funzione del passato, Adler la concepiva in funzione del suo avvenire. In questa nuova visione, le azioni ci consentono di capire la personalità, mentre lo stile di vita, che costituisce l'azione, si forma durante la prima infanzia e definisce il modo con cui l’individuo agisce nel contesto sociale. L’analisi dello stile di vita è quindi la base della teoria adleriana. Secondo Adler, nell’uomo sono presenti due istanze: la volontà di potenza, intesa come bisogno di affermarsi e il sentimento sociale, inteso come bisogno di cooperare con gli altri individui. Il conflitto fra queste due istanze conduce alla nevrosi.

Riflessioni personali. Prima di iniziare una terapia è utile conoscere l’orientamento del terapeuta, quale approccio abitualmente segue (psicoanalitico, cognitivo, comportamentale, ecc.), in quanto tempo e come si sono risolti casi analoghi. Dubitare sia delle risposte ambigue, sia di indagini lunghe sull’infanzia, in quanto oggi esistono efficaci metodi scientifici che si basano sull’evidenza. Un buon psicoterapeuta dovrebbe essere al di sopra delle singole teorie (o metodologie standardizzate) ed orientare la sua indagine in funzione degli obiettivi. Un’analisi corretta richiede innanzitutto un’adeguata conoscenza della persona da analizzare, al fine di comprendere e valutare le motivazioni che sono alla base dei suoi conflitti.
Prima di spendere tempo e denaro, valutare con buonsenso se opportuno recarsi in analisi, in quanto spesso, secondo diverse statistiche,  con uno sforzo quasi nullo, oltre il 45% dei problemi psicologici si risolvono da soli, in un arco temporale massimo di circa 20 mesi. Inoltre d ubitare delle terapie che durano in eterno, in quanto possono creare una dipendenza psicologica con il terapeuta. Sembra che un tempo ragionevole per la risoluzione di molti problemi psicologici, varia da 3 a 12 mesi.

Data Inserimento Post 03/06/2008 0.00.00  |  Social Bookmark
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Io, subconscio, inconscio
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L'Io Cosciente. A volte i desideri e le scelte sono prevedibili, perché derivano da valutazioni razionali alimentate da bisogni consapevoli. Nascono dalla percezione di una necessità, sulla base di valutazioni razionali, che analizzano i vantaggi e degli svantaggi, in quanto la principale funzione dell'Io consciente è di decidere cosa è importante per l'individuo, dirigere la sua consapevolezza in risposta ai pensieri e alle percezioni, prendere le decisioni in funzione dell'esperienza. Un esempio di scelta consapevole è la necessità di acquistare un auto per evitare di dover andare a piedi.

Subconscio. Altre volte le scelte, possono derivare da associazioni parzialmente coscienti, in quanto risentono dei condizionamenti morali e culturali subiti durante lo sviluppo della personalità. In questi casi, l'individuo tra le sue conclusioni in modo irrazionale e imprevedibile, in base a presupposti o esperienze passate, che non sono razionali, in quanto il subconscio  è incapace di distinguere fra realtà obiettiva e immaginazione, non possiede il senso della distinzione fra passato, presente e futuro, infine tende ad evitare le situazioni sgradevoli che possono procurare dolore. Se il subconscio non trova nulla di gradevole fra le sue esperienze, le richiede al livello cosciente, se non ottiene risposte sceglie quella che a livello subconscio è il male minore, che non sempre è la scelta giusta per l'individuo. Un esempio di scelta subconscia è il NON andare nudi per strada anche se il caldo è insopportabile, oppure fare acquisti senza rendersene conto.

Inconscio. Molto spesso, le scelte possono anche non essere percepite, perché inconsapevoli. Agiscono su di noi senza che vi sia alcuna percezione o consapevolezza, dandoci l’illusione di nascere da un bisogno istintivo, quasi naturale. Un esempio potrebbe essere la decisione di praticare un’attività sportiva, che sotto intende il desiderio di migliorare l’aspetto fisico per acquisire maggiori chance sociali e non quello di praticare uno sport.

Razionalità sentimentale. Se le nostre scelte fossero motivate dal sentimento e controllate dalla ragione, la nostra esistenza sarebbe certamente più serena, in quanto priva di inspiegabili e irrazionali condizionamenti, che creano quel diffuso senso di inquietudine. Infatti, il nostro agire è spesso governato dalla fede, dalle credenze imposte dagli innumerevoli condizionamenti che riceviamo dalla società, dal criminale uso della politica e dagli assurdi dogmi della chiesa che ormai, accecata dal desiderio di ricchezza e potere, non è più in grado di esprimere il senso religioso della vita.
Quando ci lasciamo dominare dalle convinzioni filtriamo la realtà, adottiamo comportamenti di percezione selettiva coerenti con gli schemi mentali, al fine di dare il nostro senso agli eventi. In queste condizioni diventa difficile poter riconoscere le ragioni dell’altro, allora cerchiamo di cambiare chi ci è vicino, nel tentativo di giustificare le nostre previsioni, mentre dovremmo cercare di guardare dentro di noi, con la razionalità della ragione, per tentare di scoprire ciò che realmente siamo, per cercare di entrare in sintonia con i nostri reali bisogni, al fine di capire perché non riusciamo ad amare o a farci amare, perché non siamo soddisfatti delle nostre relazioni, del lavoro e di quel generale senso della nostra esistenza.

La più grande illusione è di credere che le nostre scelte siano guidati dalla ragione, mentre in realtà siamo dominati dall'inconsapevolezza, che ci fa credere ciò che non è, perché spesso ci lasciamo dominare dall’agire che si ostina a voler precedere la ragione, per evitare di dover cedere il controllo delle nostre consapevoli scelte. Il pensiero inconsapevole è un’immagine distorta, che si nutre dei sentimenti e delle emozioni, per rappresentarci un mondo ingannevole, fatto di cose indesiderate e spiacevoli che ci obbligano ad addossare agli altri colpe che non hanno, perché tutto ciò che ci accade dipende solo dal nostro pensiero e dalle nostre scelte. Per l'individuo deve essere importante ciò che è, quello che rappresenta per se stesso  e per le persone che gli sono emotivamente vicine, non per quello che gli altri vogliono che sia. Riconoscere ciò vuol dire acquisire quella meravigliosa energia vitale necessaria per trasformare gli eventi malefici, in istanti di gradevole gioia.

Se pensiamo di essere infelici per colpa degli altri, è inevitabile che ci aspettiamo che gli altri facciano qualcosa per noi e non riusceremo mai a capire che anche loro hanno i nostri stessi problemi, quindi tutto si blocca in attesa che accada qualcosa, mentre sarebbe più opportuno acquisire la consapevolezza che si diventa ciò che si pensa di essere, quindi occorre agire sulle proprie emozioni, al fine di creare in noi ciò che si desidera a livello cosciente, perché la percezione è qualcosa di più di una semplice ricezione passiva di stimoli, in quanto è anche attiva organizzazione.

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Ad oggi, nonostante gli innumerevoli tentativi, non è stato ancora possibile individuare in modo scientifico la concreta esistenza dell’inconscio, nel senso di oggetto reale che può essere visto e toccato, come ad esempio l’amigdala, la corteccia, ecc, quindi possiamo solo immaginare che esiste come strumento concettuale, perché ci è utile per descrivere una serie di processi mentali.L’Inconscio è un´opinione?
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Basi empiriche sulla non-esistenza dell'inconscio

La prima motivazione che ci rassicura sulla percezione della sua esistenza è di tipo logico, in quanto se esiste una parte cosciente, necessariamente deve esistere anche una parte inconscia. Infatti, per esempio, il bene esiste perché lo possiamo rapportare al male, il bello esiste perché possiamo distinguerlo dal brutto, ciò significa che qualsiasi idea o concetto può esistere solo se riusciamo a descrivere il suo opposto. In altri termini, un idea o un concetto è qualcosa di astratto, nel senso che non esiste, ma ci è utile per descrivere la realtà che ci circonda, in un certo senso è un oggetto filosofico o psichico, ma non scientifico.

Una idea, un concetto comincia ad esistere nella realtà, cioè si concretizza, quando riusciamo a trasformarlo in un oggetto reale che possiamo, non solo percepire ma anche toccare, vedere, usare per raggiungere uno scopo o un obiettivo. Ad esempio, l’idea dell’auto è un concetto astratto, che ci è utile per definire le caratteristiche che deve possedere un oggetto, ad esempio la Ferrari, per diventare realtà. Il fine, per esempio, è di salirci su per spostarti più velocemente. In questo caso la Ferrari è un oggetto concreto che esiste nella realtà, mentre l’auto è un’idea che ci è utile per costruire la realtà.

Ad oggi, nonostante gli innumerevoli tentativi, non è stato ancora possibile individuare in modo scientifico la concreta esistenza dell’inconscio, nel senso di oggetto reale che può essere visto e toccato, come ad esempio l’amigdala, la corteccia, ecc, quindi possiamo solo immaginare che esiste come strumento concettuale, perché ci è utile per descrivere una serie di processi mentali.

Quindi, se è qualcosa che possiamo solo immaginare o ipotizzare, vuol dire che non esiste o che non siamo ancora riusciti ad individuarlo nella realtà, il che significa che le sue caratteristiche descrittive potrebbero non essere esatte, in quanto sono di tipo immaginative o visionarie e quindi non concrete.

E’ sufficiente questa considerazione per affermare che l’inconscio non esiste?

Credo di no, ma è un primo tassello che ci è utile per poter giungere ad affermare, con ragionevole certezza, l’esistenza o meno dell’inconscio. Prima di parlare degli aspetti psicologici è opportuno riflettere su alcuni fatti, al fine di dimostrare che non esiste una concezione unitaria dell’inconscio.

Freud, neurologo di formazione, trasferì sul piano psichico le sue conoscenze biologiche e neurofisiologiche. Fu fortemente condizionato dal pensiero di Schopenhauer e di Nietzsche. Infatti, Freud riteneva che l’inconscio esprimesse pulsioni, sotto forma di desideri e bisogni, con una base organica situata nella parte istintiva dell’individuo (ad oggi non è stata ancora individuata). Questa sua concezione lo avvicina molto al pensiero di Cartesio che affermava il primato della ragione e l’influenza delle passioni sulla psiche, inoltre riteneva che l’inconscio fosse espressione del corpo.

Secondo Freud, all’interno della coscienza si insinuano elementi sovversivi e non controllati che derivano da una cattiva gestione dei rapporti fra l’Io e l’inconscio, per cui l’Io cosciente cerca di catturare una parte dei contenuti inconsapevoli, al fine di tentare di governarli in modo razionale.

Ciò significa che l’inconscio è l’insieme dei contenuti che non sono presenti alla coscienza e che la nevrosi si sviluppa per una forma di interferenza fra la coscienza e l’inconscio. In questa interferenza, la rimozione e il riferimento alla sessualità occupano una posizione preminente.

Adler in totale disaccordo con Freud, sposta l’interesse della psicoanalisi, dalle problematiche sessuali, in un orizzonte sociale. Questa differente visione è fortemente influenzata da problemi fisici e da un’infanzia difficile che lo hanno indotto a riflettere sul senso di inferiorità e sulle difficoltà legate alla socializzazione. Infatti, Adler ritiene che nell’uomo sono presenti due istanze: la volontà di potenza, intesa come bisogno di affermarsi e il sentimento sociale, inteso come necessità di cooperazione fra gli individui. Il conflitto fra queste due istanze conduce alla nevrosi. Ciò significa che mentre Freud considera la vita dell’uomo in funzione del passato, Adler la concepisce in funzione del suo avvenire.

Ciò significa che l’azione disturbante dell’inconscio non è importante, in quanto è fondamentale la struttura sociale della psiche, il fine dell’azione, indipendentemente dal fatto che sia cosciente o inconscia. Questa concezione è senza alcun dubbio, una svalutazione del potere dell’inconscio.

Jung, fortemente condizionato dal pensiero di Kant, ritiene che l’inconscio è indipendente dalla sessualità, in quanto è qualcosa di più articolato e romantico, che si esprime attraverso un suo proprio linguaggio. Infatti, per Jung la vita psichica (cioè la coscienza) si esprime secondo categorie immaginali o archetipi. Inoltre, all’inconscio personale prodotto dal meccanismo della rimozione di Freud, Jung aggiunge una parte non-individuale, i cui contenuti non sono pulsioni, immagini o pensieri censurati dal Super-io e rifiutati dall’Io, ma strutture indipendenti dall’esperienza personale, perché comune all’intera umanità. Jung denominò questa struttura inconscio collettivo, in quanto sede dell’ereditarietà e dei ricordi ancestrali.

L’idea dell’inconscio collettivo oggi non è più ritenuta valida, mentre l’aspetto più interessante della visione di Jung, è che l’inconscio si esprime mediante un linguaggio immaginale. In un certo senso, pensa di più, è più cosciente rispetto l’idea di Freud, in cui prevale una visione materialistica degli istinti e della sessualità. Ciò significa che l’influenza del pensiero romantico consentono a Jung di liberarsi dalle idee illuministiche tipiche di Freud, anche se conserva aspetti mistici e irrazionalistici, dovuti alla sua cultura filosofica e religiosa. Ciò gli consente di giungere a ritenere che la vita emotiva ed affettiva, è qualcosa di più sentimentale, in quanto l’inconscio non agisce sulla coscienza, perché esso stesso, in un certo senso è psiche e quindi anche razionalità.

Ciò è quasi la negazione dell’inconscio in contrapposizione alla parte cosciente.

Quindi per Jung l’inconscio determina i comportamenti nella sfera cosciente, mediante i sentimenti, i pensieri e i suoi contenuti rimossi. L’Io subisce questi condizionamenti fino a quando non prende coscienza, attraverso l’analisi, dei contenuti inconsci che si manifestano alla soglia della coscienza. Ciò significa che le relazioni sono fra l’Io e l’inconscio personale, fra l’Io e l’inconscio collettivo e fra l’inconscio personale e quello collettivo. Quindi, mentre la teoria dell’inconscio di Freud si sviluppa su un piano clinico quella di Jung cerca di andare oltre.

Ciò significa che l’Io e l’inconscio non sono più riconducibili alle problematiche legate alla rimozione.

In un certo senso, è venuta meno la distinzione fra l’Io cosciente e l’inconscio e che l’individuo non controlla se stesso, in quanto non ha un’autocoscienza del suo agire quotidiano. Inoltre se è vero che l’inconscio collettivo non esiste, la funzionalità dell’inconscio personale risulta più fragile in quanto non può contrapporsi a ciò che non esiste.

L’inconscio è quindi un’opinione?

In sintesi si può concludere che per alcuni l’inconscio invade l’Io cosciente fino alla consapevolezza, per la psicologia dinamica non è importante, per altri rimane inesplorato, in quanto non è possibile che dall’inconscio possa emergere qualcosa. Inoltre c’è chi ritiene che esiste un inconscio cognitivo, altri un inconscio vitale o psichismo cellulare (in analogia fra il comportamento psichico e quello delle cellule), ecc. Questa diversità di interpretazione potrebbe essere una ulteriore conferma che l’esistenza dell’inconscio è di tipo deduttiva, anche se la sua definizione, nasce da osservazioni ed esperienze.

Data Inserimento Post 02/03/2009 18.11.50  |  Social Bookmark
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Con la nascita della filosofia viene anche introdotto il concetto di Coscienza, inteso come volontarietà delle azioni suggerite dall’Io, a cui segui una netta distinzione fra corpo e anima, totalmente indipendenti fra loro e quindi il concetto dell’inconsapevolezza e l’esistenza degli istinti e delle pulsioni, con la conseguente impossibilità di annullarli con la sola forza della coscienza L’inconscio è un concetto filosofico?
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L’Inconscio è un concetto filosofico, non verificato a livello scientifico?

La conoscenza umana si è sviluppata attraverso tre diversi stadi: teologico, basato essenzialmente su presupposti di tipo dogmatico; filosofico, basato su considerazioni di tipo deduttive, quindi meno dogmatico rispetto al precedente; infine scientifico, basato su un sapere empirico che rifiuta credenze e pregiudizi di tipo sentimentale, religioso e filosofico.

La filosofia o scienza della ragionevolezza, è la conoscenza di ciò che è, consente di elevare il pensiero, lo libera dai problemi del quotidiano, consente una più efficace realizzazione del nostro potenziale di individui, consentendoci di acquisire la capacità a saper gestire il nostro destino e a costruire una comprensione razionale della realtà che ci circonda.

Il principale merito della filosofia è stato quello di dare origine al pensiero scientifico, ad una comprensione razionale della realtà, slegandola dalla mitologia e dalle religioni, in quanto l’incomprensibile e la natura poteva essere interpretata senza ricorrere al bisogno del divino. Sconfitte sul piano razionale le religioni, partendo da una visione idealista della realtà, si orientarono verso l’emozioni, arrogandosi la pretesa di offrire una comprensione mistica basata sulla Rivelazione, frutto della fantasia e dell’illusione, un inganno finalizzato ad occultare la realtà, al fine di farci credere che esiste una realtà diversa da quella evidente, mentre la filosofia da sempre cerca di indagare la realtà mediante la logica.

Con la nascita della filosofia viene anche introdotto il concetto di Coscienza, intesa come volontarietà delle azioni suggerite dall’Io. Non a caso, attraverso l’indagine Metafisica, Cartesio formulò due famose affermazioni:

  • con la prima, propose la certezza della propria esistenza, come essere pensante (Cogito, ergo sum)
  • con la seconda, suddivise le cose materiali, da un altro tipo di sostanza, denominata pensiero (res cogitans).

Conseguenza di queste affermazioni fu l’introduzione di una netta distinzione fra corpo e anima, totalmente indipendenti l’una dall’altra.
Con l’introduzione del concetto di percezione insensibile,Leibniz affermò che l’anima pensa sempre, in quanto sottoposta costantemente alle percezioni, anche se queste spesso non entrano nel campo della coscienza. A seguito di questa riflessione Leibniz introdusse due diversi tipi di inconsapevolezze:

  • quelle che derivano da percezioni passate e dimenticate
  • quelle che derivano da percezioni che non hanno mai raggiunto il livello della consapevolezza

Il concetto dell’inconsapevolezza, fu rielaborato dall’Idealismo tedesco. Infatti, secondo Fitche, nella costruzione della coscienza, oltre all’immaginazione, al giudizio e alla ragione, intervengono fattori come il sentimento e la volontà, mentre Schelling, opponendosi alle tesi di Cartesio, affermò che vi è una profonda unità fra Natura e Spirito. Il concetto dell’inconsapevolezza fu anche parte delle riflessioni di Schopenhauer, secondo il quale il mondo è una rappresentazione dell’individuo, nel senso che tutto ciò di cui si ha conoscenza certa è nella sua coscienza. Egli riteneva che l’inconsapevolezza fosse la vera causa del comportamento, mentre le motivazioni coscienti servivano a mascherare i reali motivi dell’agire.

Nietzsche, nel tentativo di negare l’eredità cristiana, giunse ad una nuova definizione delle manifestazioni inconsce, che influenzerà in modo decisivo il pensiero di Freud. Infatti, secondo Nietzsche gli uomini non agiscono in funzione del loro Ego, ma per il Fantasma dell’Ego, in quanto vivono costantemente in una nebbia di opinioni impersonali, per cui possono giungere alla verità solo mediante l’interpretazione della loro storia. Inoltre Nietzsche riteneva che il rapporto fra gli istinti inconsci e la vita cosciente poteva emergere nel sogno, che rappresentava un soddisfacimento allucinatorio di un istinto non soddisfatto.

Tuttavia, gli istinti non sono il contenuto manifesto della rappresentazione che prende forma a livello cosciente, ma sono interpretazioni mediante le quali gli istinti ricercano un soddisfacimento. E’ l’interpretazione di questi stimoli interni e esterni che guida la vita psichica.

Fu quindi Nietzsche a scoprire l’esistenza degli istinti e delle pulsioni, con la conseguente impossibilità di annullarli con la sola forza della coscienza. Queste pulsioni, se non liberate in modo naturale, possono esercitare un’azione perversa sull’individuo. In questa rappresentazione Nietzsche esprime la concezione della crisi dell’individuo, in quanto l’Io non è qualcosa che è dato, ma è fatto da qualcosa che dall’interno lo domina e lo determina, facendolo illudere di essere individuo autodeterminato.

Un ulteriore filosofo, che con le sue riflessioni pose le basi per le scienze umanistiche moderne, fu Bergson, secondo il quale il tempo della coscienza non è una successione di distinti attimi di uguale importanza, nel senso che l’Io vive il presente, con la memoria del passato, per anticipare il futuro. Ciò significa che il passato e il futuro possono vivere solo in una coscienza che è radicata nel presente.

Con questa sua riflessione, inconsapevolmente Bergson definì il ruolo, che secondo la teoria della Psicoanalisi, ha l’inconscio nella vita degli individui.

Bergson definì anche il ruolo della memoria, dei ricordi, della percezione e delle diversità fra istinto, dialettica e intuizione. Infatti, secondo Bergson la memoria, essendo legata al corpo è sempre presente anche se non è direttamente accessibile, mentre il ricordo emerge solo quando richiamato dalla percezione, per cui percepire significa modificare la realtà materiale in base alle esigenze, cioè agire. Invece l’istinto ha il compito di usare e costruire gli strumenti organici che sono già presenti nel nostro corpo, mentre l’intelligenza è la facoltà di utilizzare gli oggetti per fabbricare altri utensili, per cui astrae, modellizza e campiona la realtà, ma anche se è in grado di cercare, da sola non è capace di trovare le soluzioni, mentre l’istinto potrebbe scoprirle, ma non le cercherà mai. Per fortuna che l’uomo possiede l’intuitoche è immediato come l’istinto e consapevole come l’intelligenza.

Questa lunga premessa consente di evidenziare che il concetto di inconscio è di tipo filosofico e che non è stato inventato da Freud, ma il suo grande merito è stato quello di trasferirlo in ambito psicologico. Tuttavia è l’applicazione, piuttosto che la trasformazione del pensiero filosofico, in scienza della psiche, che consente ad una parte della filosofia di trasformarsi in psicologia e psicoanalisi.

Quindi il concetto di inconscio nasce e si sviluppa attraverso una lunga evoluzione del pensiero filosofico, ciò significa che è il risultato di una deduzione logica, non quello di una scoperta scientifica.

E’ sufficiente questa considerazione per affermare con umiltà, che l’Inconscio non esiste?

Certamente no, tuttavia possiamo affermare con certezza che, la nascita del concetto di Inconscio, è di tipo filosofica, cioè deduttiva, quindi non empirica.

Data Inserimento Post 28/01/2010 12.16.30  |  Social Bookmark
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