Sono un'efficace sintesi della dottrina di Epicuro scritta a favore dei discepoli che non avevano la possibilità di leggere i libri del maestro. In questo modo potevano imparare a memoria il suo pensiero.
1.
L'essere beato e immortale non ha affanni, ne ad altri ne arreca; è quindi immune da ira e da benevolenza, perché simili cose sono proprie di un essere debole.
2.
La morte non è niente per noi. Ciò che si dissolve non ha più sensibilità e ciò che non ha sensibilità non è niente per noi.
3.
Il limite estremo della grandezza dei piaceri è la rimozione di tutto il dolore. Dove sia il piacere e per tutto il tempo che vi sia, non vi è posto per dolore fisico o dell'anima o per l'uno e l'altro insieme.
4.
Non dura ininterrottamente il dolore della carne; il suo culmine dura anzi un tempo brevissimo; e ciò che di esso appena oltrepassa il piacere non si protrae molti giorni nella nostra carne. Le lunghe malattie poi arrecano alla carne più piacere che dolore.
5.
Non è possibile vivere felicemente senza anche vivere saggiamente, bene e giustamente, né saggiamente e bene e giustamente senza anche vivere felicemente. A chi manchi ciò da cui deriva la possibilità di vivere saggiamente, bene, giustamente, manca anche la possibilità di una vita felice.
6.
Al fine di procurarsi sicurezza nei riguardi degli altri uomini, anche i beni del comando e del regno sono beni secondo natura in quanto con tali mezzi si sia capaci di procurarsela.
7.
Alcuni vollero divenire famosi e rinomati ritenendo così di procurarsi sicurezza nei riguardi degli altri uomini. Ammesso che in tal modo la loro vita sia diventata veramente sicura, essi hanno acquistato un bene secondo natura; ma se la loro vita non lo è divenuta, non hanno raggiunto quel bene secondo natura sotto il cui impulso hanno agito fin dall'inizio.
8.
Nessun piacere è di per se stesso un male: però i mezzi per procurarsi certi piaceri arrecano molti più tormenti che piaceri.
9.
Se ogni piacere si intensificasse nel suo luogo e nella sua durata, e pervadesse tutto il nostro composto o le parti più importanti del nostro essere, allora i piaceri non differirebbero gli uni dagli altri.
10.
Se le cose che danno luogo ai piaceri propri dei dissoluti fossero anche tali da liberarci dai timori dell' animo circa i fenomeni celesti, la morte, il dolore, e ci insegnassero quale sia il limite dei desideri, non avremmo niente da rimproverare a quelli: essi sarebbero infatti ricolmi di ogni piacere e non avrebbero mai da soffrire fisicamente o da affliggersi, nel che consiste appunto il male.
11.
Se non ci turbasse la paura dei fenomeni celesti e quella della morte, ch'essa possa essere qualcosa che ci tocchi da vicino, e il non conoscere il confine dei piaceri e dei dolori, non avremmo bisogno della scienza della natura.
12.
Non sarebbe possibile dissolvere ogni timore intorno alle cose di maggior importanza se non si sapesse quale sia la natura dell'universo, ma si vivesse in sospettoso timore delle cose che ci raccontano i miti; non sarebbe possibile cogliere i piaceri nella loro purezza senza la scienza della natura.
13.
Non gioverebbe a niente il procurarsi sicurezza nei riguardi degli altri uomini finche si continuasse a nutrire timore riguardo a ciò che sta sopra di noi, o sottoterra o in generale nell'infinito.
14.
Se la sicurezza nei riguardi degli altri uomini deriva fino a un certo punto da una ben fondata situazione di potenza e ricchezza, la sicurezza più pura proviene dalla vita serena e dall'appartarsi dalla folla.
15.
La ricchezza secondo natura ha confini ben precisi ed è facile a procacciarsi, quella secondo le vane opinioni cade in un processo all'infinito.
16.
Poca importanza ha la sorte per il saggio, perché le cose più grandi e importanti sono governate dalla ragione, e cosi continuano e continueranno ad essere per tutto il corso del tempo.
17.
Il giusto è privo in assoluto di turbamento, mentre l'ingiusto è ricolmo del turbamento più grande.
18.
Non cresce il piacere della carne, ma solo subisce variazione, una volta che sia rimossa tutta la sofferenza che viene dal bisogno. Il limite dei piaceri che la ragione ci prescrive è prodotto dal calcolo razionale di questi stessi e di tutte le affezioni dello stesso tipo, che procurano all'anima i più grandi timori.
19.
Un tempo illimitato contiene la stessa quantità di piacere che uno limitato, quando i confini dei piaceri si valutino con retto calcolo.
20.
La carne non ammette limiti nel piacere, e il tempo che serve a procurarle tale piacere è anch'esso senza limiti. Ma il pensiero che ha appreso a ragionare intorno al fine e al limite di ciò ch'è pertinente alla carne, e che ha soppresso il timore dell'eternità, ci rende possibile una vita perfetta, per cui non sentiamo più l'esigenza di un tempo infinito: esso non rifugge dal piacere ne, quando le circostanze ci portano al momento di uscire dalla vita, può dire di andarsene avendo tralasciato qualcosa di ciò che rende questa ottima.
21.
Chi conosce i limiti della vita, sa che è facile rimuovere il dolore che proviene dal bisogno e ottenere ciò che rende la vita perfetta; sì che non ha affatto bisogno di tendere a cose che comportino lotta.
22.
Bisogna ben valutare il fine che ci è dato, e far sì di riportare tutte le nostre opinioni a una certezza evidente; o tutto quanto sarà pieno di insicurezza di giudizio e di turbamento.
23.
Se ti opporrai a tutte le sensazioni, non avrai più nemmeno criteri cui riferirti e perciò neanche modo di giudicare quelle che tu dici essere errate.
24.
Se rifiuterai una sensazione senza ben distinguere fra ciò ch'è dovuto a opinione, ciò che attende conferma, ciò ch'è presente con evidenza in base a sensazione o ad affezione o a un qualunque atto di intuizione rappresentativa della mente, finirai col confondere anche le altre sensazioni con opinione vana, e non riuscirai più ad usare alcun criterio di giudizio. E se nelle nozioni fondate sull'opinione tu farai valere ugualmente sia ciò che attende conferma sia ciò che non riceve conferma, non potrai sfuggire all'errore, perché non ti sarai liberato assolutamente dall'ambiguità nel giudizio circa la verità o falsità di una conoscenza.
25.
Se in ogni circostanza non rapporterai la tua azione al fine secondo natura, ma, nella scelta o nel rifiuto, ti indirizzerai ad altro fine, le tue azioni non saranno in coerenza con le tue parole.
26.
Tutti quei desideri che, se non esauditi, non arrecano vera sofferenza non sono necessari: il loro stimolo è tale da potersi annientare facilmente quando appaiano indirizzati a cose difficili a ottenersi, o siano tali da recare danno.
27.
Di tutte le cose che la sapienza procura in vista della vita felice, il bene più grande è l'acquisto dell'amicizia.
28.
La medesima persuasione che ci incoraggiò a credere che nessun male è eterno o lungamente duraturo ci fa anche ritenere che la sicurezza più grande che si attui nelle cose finite è quella dell'amicizia.
29.
Dei desideri alcuni sono naturali e necessari, altri naturali e non necessari, altri ne naturali ne necessari, ma nati solo da vana opinione.
30.
Fra i desideri naturali che, se non vengono soddisfatti, non danno luogo a vera sofferenza, ve ne sono di quelli in cui sussiste una forte tensione; e questi hanno origine da vana opinione: e ci è difficile dissiparli non per la loro propria natura, ma per le stolte credenze degli uomini.
31.
Il giusto fondato sulla natura 3 è l'espressione dell'utilità che consiste nel non recare ne ricevere reciprocamente danno.
32.
Per tutti quegli esseri viventi che non ebbero la capacità di stringere patti reciproci circa il non recare ne ricevere danno, non esiste ne il giusto ne l'ingiusto; e altrettanto si deve dire per quei popoli che non poterono o non vollero stringere patti per non recare e non ricevere danno.
33.
La giustizia non esiste di per se, ma solo nei rapporti reciproci, e in quei luoghi nei quali si sia stretto un patto circa il non recare ne ricevere danno.
34.
L'ingiustizia non è di per se un male, ma consiste nel timore che sorge dal sospetto di non poter sfuggire a coloro che sono stati preposti a punirlo.
35.
Colui che fa qualcosa di nascosto contro i patti stipulati reciprocamente circa il non recare ne ricevere danno non può confidare di non essere scoperto, anche se per il presente ciò gli riesce infinite volte: non può mai sapere se riuscirà a non farsi scoprire fino alla sua morte.
36.
In senso generale il giusto è uguale per tutti, in quanto è un accordo di utilità reciproca nella vita sociale; ma a seconda della particolarità dei luoghi e delle condizioni risulta che non per tutti il giusto è lo stesso.
37.
Fra le cose che la legge prescrive come giuste, quella che è comprovata come utile dalle necessità dei rapporti sociali reciproci deve esser considerata come avente il requisito del giusto, sia essa la stessa per tutti o no; ma se si ponga una legge che non risulti coerente all'utilità nei rapporti reciproci, essa non possiede la natura del giusto. Se poi ciò che era utile secondo giustizia viene a decadere, pur avendo per un certo tempo corrisposto alla prenozione del giusto, ciò non vuol dire che non lo fosse durante quel tempo, se non ci si vuole turbare per vane chiacchiere ma guardare sostanzialmente ai fatti.
38.
Quando, senza che siano sopravvenute nuove circostanze, le cose sancite dalla legge come giuste si rivelano nella pratica non corrispondenti alla prenozione del giusto, vuol dire che in realtà non erano giuste. M a quando, essendo sopravvenute nuove circostanze, quelle cose che erano prescritte come giuste non sono più utili, allora bisogna dire che esse sono state giuste fino a che sono state utili per la vita in comune dei cittadini, e che in seguito, quando non sono state più; utili, non sono state più nemmeno giuste.
39.
Si è disposto nella maniera migliore contro il turbamento che proviene dall'esterno colui che si è reso affini le cose possibili e non del tutto estranee le impossibili. Quanto a quelle cose riguardo a cui non ha avuto nemmeno tale potere, se ne è astenuto del tutto, fondandosi su tutto ciò che è utile a tale scopo.
40.
Tutti coloro che hanno avuto la possibilità di godere della massima sicurezza nei riguardi di coloro che li circondavano, vivono in comunità gli uni con gli altri nel modo più piacevole e nella più sicura fiducia; e, pur nutrendo fra loro i più stretti legami, non piangono la dipartita di quelli di loro che muoiono prematuramente, come se questi fossero da compiangere.
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05/01/2007 9.34.16 | Social Bookmark
Stolto è chi chiede alla divinità ciò che può ottenere da sé.
Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età.
Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c'è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per averla.
Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice. Prima di tutto considera l'essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità. Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha. Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.
Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false. A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo. Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L'esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, togliendo l'ingannevole desiderio dell'immortalità.
Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c'è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l'affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c'è, quando c'è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c'è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.
Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce. Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c'è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è l'arte del ben vivere e del ben morire. Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mai nato, ma nato al più presto varcare la porta dell' Ade.
Se è così convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta se è veramente il suo desiderio. Invece se lo dice così per dire fa meglio a cambiare argomento. Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo così possiamo non aspettarci che assolutamente s'avveri, né allo stesso modo disperare del contrario. Così pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita.
Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell'animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall'ansia. Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell'animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno.
Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore. E' bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo. Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire.
Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene. Consideriamo inoltre una gran cosa l'indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l'abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l'inutile è difficile.
I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l'acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca. Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d'apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un'esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero o lo avversano o lo interpretano male, ma quanto aiuta il corpo a non soffrire e l'animo a essere sereno.
Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l'animo causa di immensa sofferenza. Di tutto questo, principio e bene supremo è la saggezza , perciò questa è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia saggia, bella e giusta, né vita saggia, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili.
Chi suscita più ammirazione di colui che ha un'opinione corretta e reverente riguardo agli dei, nessun timore della morte, chiara coscienza del senso della natura, che tutti i beni che realmente servono sono facilmente procacciabili, che i mali se affliggono duramente affliggono per poco, altrimenti se lo fanno a lungo vuol dire che si possono sopportare?
Questo genere d'uomo sa anche che è vana opinione credere il fato padrone di tutto, come fanno alcuni, perché le cose accadono o per necessità o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero, per questo può meritarsi biasimo o lode.
Piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio allora credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell'atroce, inflessibile necessità. La fortuna per il saggio non è una divinità come per la massa, la divinità non fa nulla a caso e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l'avvio a grandi beni o mali.
Però è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato.
Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell'ansia. Vivrai invece come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l'uomo che vive fra beni immortali.
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07/01/2007 9.44.26 | Social Bookmark
Per quelli Erodoto, che non possono seguire punto per punto ciascuno dei miei scritti sulla natura, né prendere in esame i libri più lunghi tra i miei trattati, ho composto un’epitome dell’intera trattazione, affinché possano preparare la memoria per comprendere le dottrine più importanti, allo scopo di aiutare se stessi in ogni circostanza nei punti essenziali, almeno nella misura in cui si applicano allo studio della natura. Ma anche chi ha fatto apprezzabili progressi nella considerazione dell’insieme deve tenere a mente l’impronta fondamentale dell’intera dottrina, perche dell’intuizione dell’insieme abbiamo spesso bisogno, mentre di quella particolare non così spesso.
Bisogna, dunque, ricorrere sovente a quei precetti, ma questo deve essere fatto nella memoria; in conseguenza di ciò, in seguito si realizzerà un’intuizione più rilevante dei punti salienti e quindi anche una cognizione precisa dei particolari, a condizione che le impronte principali siano ben delineate e ben impresse nella memoria. Infatti, anche per chi ha raggiunto la perfezione la cosa principale di tutta la sua precisa conoscenza è questa:
la capacità di usare prontamente delle intuizioni nonché di riferire ciascuna di esse agli elementi semplici e alle emissioni della voce.
Non è, infatti, possibile che si dia la densità del coerente sviluppo della mia dottrina nel suo insieme, se non si può abbracciare in brevi formule, in sé, ogni cosa che sia stata precisata anche nei particolari. Ora, un siffatto metodo è utile a chiunque abbia preso dimestichezza con lo studio della filosofia della natura e quindi io che raccomando la continua applicazione a tale studio e che in un simile stile di vita conduco un’esistenza assolutamente tranquilla, ho anche composto per te questa epitome e questo riassunto dei punti principali dell’intera dottrina.
Pertanto Erodoto, occorre in primo luogo cogliere quello che sta a fondamento delle parole, perché, riferendoci a questo, possiamo avere di che giudicare le opinioni sugli oggetti della ricerca o sui problemi irrisolti e così ogni cosa non rimarrà per noi senza giudizio perdendosi in una dimostrazione all’infinito e neppure ci troveremo in possesso di vuote parole.
In primo luogo o Erodoto, è necessario che la prima nozione sia scorta direttamente secondo ogni singola parola e che non abbia nessun bisogno di dimostrazione, se almeno vorremo avere qualcosa a cui ricondurre l’oggetto della ricerca o della questione o dell’opinione. In secondo luogo, dobbiamo considerare tutto affidandoci alle sensazioni e in particolare, le intuizioni presenti, sia della mente, sia di uno qualsiasi dei criterî della conoscenza e similmente anche le passioni presenti, per poter avere modo di contrassegnare ciò che attende conferma e ciò che non è immediatamente evidente.
Una volta che si siano apprese queste cose, occorre dare un’occhiata d’insieme a ciò che non è immediatamente evidente. Innanzitutto, il fatto che nulla viene all’essere dal non-essere, perché in tal caso ogni cosa sarebbe venuta all’essere da ogni altra, senza alcun bisogno di semi generatori. E poi, se ciò che si distrugge svanisse nel non-essere, tutte le cose andrebbero perdute, perché ciò in cui si dissolvono non è. In verità, il tutto è sempre stato come è ora e sarà sempre così per il fatto che non c’è nulla in cui possa trasformarsi, dato che, all’infuori del tutto, non c’è nulla che subentrando, possa operare la trasformazione.
Ma anche il tutto è costituito da corpi e da spazio. Infatti, l’esistenza dei corpi è la sensazione stessa a testimoniarla, in tutte le occasioni; ed è necessario fondarsi su di essa quando si deve provare per mezzo del ragionamento ciò che non è immediatamente evidente, come ho già anticipato. Se, d’altra parte, non ci fosse quello spazio che denominiamo vuoto o spazialità o natura intangibile, i corpi non avrebbero dove risiedere, né per dove muoversi, nel modo in cui risultano muoversi. Oltre a questi principi non si può neppure pensare nulla, né per via di apprensione né per analogia con gli oggetti già appresi, in quanto noi li cogliamo come nature complete e non come ciò che chiamiamo attributi e accidenti di questi. E ancora, anche tra i corpi, gli uni sono composti, gli altri sono quelli dai quali sono costituiti i composti. E questi sono indivisibili e immutabili, se è vero che tutte le cose non devono dissolversi nel non-essere, ma devono avere la forza di permanere nella dissoluzione dei composti, in quanto sono pieni per natura e non hanno né luogo né modo in cui andare a finire; è pertanto necessario che i principî siano di natura corporea e indivisibili.
Ma in verità, il tutto è infinito; infatti, ciò che è limitato ha un’estremità; ora, un’estremità è vista in rapporto a qualcos’altro. Per conseguenza, quanto non ha estremità non ha neppure limite e non avendo un limite, sarebbe infinito e non limitato. Inoltre, il tutto è illimitato sia per la quantità dei corpi, sia per la grandezza del vuoto. Se, infatti, il vuoto fosse illimitato e i corpi invece limitati, i corpi non rimarrebbero in nessun luogo, ma viaggerebbero dispersi nel vuoto illimitato, senza trovare alcun supporto né spinta al seguito degli urti; e se per converso, il vuoto fosse limitato, i corpi infiniti non saprebbero dove stare.
Inoltre, le parti indivisibili e piene dei corpi, dalle quali si costituiscono i composti e nelle quali si risolvono, hanno una varietà incalcolabile di figure; altrimenti non potrebbero mai venire tante differenze da figure concepite in un dato numero. E per ciascuna figura, gli atomi sono assolutamente infiniti, mentre per le differenze non sono in senso proprio infiniti, ma soltanto di un numero incalcolabile. E gli atomi si muovono continuamente per l’eternità e alcuni, si allontanano di un lungo tratto gli uni dagli altri; altri invece, trattengono il loro impeto, qualora càpiti loro d’essere catturati da un certo aggregato o avvolti da un agglomerato di corpi.
Infatti, è la natura del vuoto, che delimita ciascun atomo, a produrre questo, in quanto non è capace di fornire un appoggio. D’altra parte, la solidità di cui gli atomi sono dotati produce il loro rimbalzo durante la collisione, almeno finché l’aggregazione non ripristini lo stato antecedente a partire dalla collisione. E un principio di queste realtà non esiste, poiché gli atomi e il vuoto sono eterni.
Insomma, una tale espressione di tutte queste dottrine, quando siano tenute nella memoria, stampa un’impressione adeguata ai pensieri sulla natura delle cose.
Ma, in verità, anche i mondi sono infiniti, tanto quelli simili a questo quanto quelli dissimili. E, infatti, gli atomi, essendo infiniti, come è stato appena dimostrato, vanno anche lontanissimo. In effetti, tali atomi dai quali un mondo potrebbe nascere e per opera dei quali potrebbe essere creato, non sono stati spesi tutti per un mondo solo o per un numero limitato di mondi, né quanti siano tali né quanti siano differenti da questi. Perciò non c’è nulla che possa costituire impedimento alla infinità dei mondi.
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09/01/2007 9.54.36 | Social Bookmark
E ci sono anche impronte che hanno la stessa forma dei corpi solidi, ma che in quanto a sottigliezza, superano di gran lunga gli oggetti che si manifestano. Infatti, non è impossibile che nello spazio circostante si verifichino dei flussi capaci di riprodurre parti cave e parti liscie, oppure degli effluvi che conservano la posizione reciproca e il movimento che avevano nei corpi solidi. Ebbene, a queste impronte noi diamo il nome di simulacri. Inoltre, anche il movimento attraverso il vuoto riesce a coprire ogni distanza concepibile in un tempo di impensabile brevità, per il fatto che avviene senza alcuna resistenza da parte di elementi che lo ostacolino; infatti, sono proprio la resistenza e la non resistenza a determinare rispettivamente la lentezza e la velocità. Inoltre, secondo i tempi concepiti dalla ragione, non può essere che un corpo in movimento raggiunga più luoghi contemporaneamente, questo è davvero impensabile e neppure può essere che, venendo da un punto qualsiasi dell’infinito in un tempo apprezzabile dai sensi, esso sia partito proprio da quel luogo da cui concepiamo il movimento.
In verità esso sarà corrispondente all’urto, anche se fino a quel momento abbiamo lasciato la velocità del movimento esente dagli urti. È quindi utile tenere ben presente anche questo punto basilare. Nessun fenomeno contraddice il fatto che i simulacri siano caratterizzati da una sottigliezza insuperabile. Perciò, hanno anche delle velocità insuperabili, poiché hanno ogni via di transito commisurata , oltre poco o nulla si oppone alla loro infinità, mentre se fossero molti o anche di numero imprecisato qualcosa si opporrebbe ad essi. E inoltre che la nascita dei simulacri si ha alla velocità del pensiero. E, nonostante non si intravveda diminuzione, il flusso dalla superficie dei corpi è continuo, poiché altre particelle riempiono i posti vacanti, e questo flusso mantiene la posizione e l’ordine degli atomi del corpo solido per lungo tempo, anche se qualche volta risulta confuso.
Anche le composizioni hanno origine molto velocemente nello spazio circostante, perché non richiedono un completamento nella dimensione della profondità: del resto vi sono pure altri modi che danno origine a tali nature. Nessuna di queste tesi è contraddetta dalle sensazioni, se solo si guarda al modo in cui esse dal mondo esterno riportano a noi le evidenze, e le corrispondenze. Bisogna anche ritenere che noi vediamo e pensiamo le forme per il fatto che c’è un certo apporto dal mondo esterno. Infatti, gli oggetti esterni non imprimerebbero in noi il sigillo della loro propria natura, del colore e della forma attraverso l’aria interposta, o attraverso raggi o qualche altra sorta di correnti che procedano da noi verso quelli, così come l'impongono attraverso certe impronte che entrano in noi a partire dagli oggetti e che hanno lo stesso colore e la stessa forma di questi ultimi, in ragione di una grandezza appropriata alla nostra vista e alla nostra mente. Tali impronte, inoltre, sono dotate di veloci movimenti, e per questa ragione danno l’impressione di un oggetto unico e continuo, e mantengono i reciproci rapporti che avevano nel corpo che era il loro sostrato e dal quale veniva ad essi un sostegno commisurato, prodotto dall’impatto degli atomi nel corpo solido, lungo la sua profondità. E qualsiasi rappresentazione noi riceviamo per contatto diretto con la mente o con gli organi di senso, sia della forma sia degli accidenti, questa altro non è che la forma dell’oggetto solido, la quale si costituisce in base alla massiccia consistenza del simulacro o ai suoi resti.
La falsità e l’errore risiedono sempre nell’aggiungersi dell’opinione di essere confermato o non smentito, mentre poi risulta non confermato. E la somiglianza delle rappresentazioni, per esempio quelle colte in un’immagine o prodotte in sogno o grazie a qualche altra intuizione della mente o degli altri criteri di conoscenza, non deriverebbe neppure dagli oggetti che si dicono reali e veri, se non ci fossero alcuni e tali elementi verso cui ci rivolgiamo: e pure l’errore, per parte sua, non si verificherebbe, se non cogliessimo anche un certo altro movimento in noi stessi, che si adatta, ma che rispetto a essa ha uno scarto: e secondo questo, qualora non riceva conferma o smentita, deriva la falsità, mentre, qualora riceva conferma e non riceva smentita, deriva la verità. Bisogna, allora, tenere ben salda questa dottrina, perché né siano eliminati i criterî fondati sull’evidenza, né d’altra parte l’errore una volta consolidatosi abbia a sconvolgere tutto.
Inoltre, anche l’atto di udire si ha quando una corrente fluisce dall’oggetto che emette una voce o un suono o un rumore, o comunque produce un’affezione acustica. Ora, questa corrente è disseminata di particelle omogenee, le quali mantengono tra loro una determinata relazione reciproca e una unità specifica, che si estende all’oggetto che li ha inviati e che produce la sensazione relativa a quello o, altrimenti, si limita a renderne manifesto l’aspetto esteriore. Infatti, se non ci fosse una certa relazione che viene dall’oggetto, la sensazione non avrebbe luogo. Non bisogna, pertanto, ritenere che l’aria stessa assuma la forma del suono emesso o di qualcosa di simile è troppo debole per reggere una tale affezione da parte di quello, bensì l’impatto che si produce in noi ad ogni emissione di suono crea sùbito una tal piega nelle particelle da costituire un flusso analogo a quello del respiro, il quale è per noi responsabile della affezione acustica.
Ancora, bisogna ritenere che anche l’odorato, come pure l’udito, non produrrebbe mai nessuna affezione, se non ci fossero delle particelle che procedono dall’oggetto e che sono idonee a sollecitare questo organo di senso, le une disposte in modo da creare una reazione spiacevole e di rigetto, le altre una reazione piacevole e il desiderio di appropriarsene. E poi, occorre anche ritenere che gli atomi non sono portatori di nessuna qualità dei fenomeni, tranne la figura, il peso e la grandezza e tutto ciò che per natura è necessariamente connesso con la figura. Infatti, ogni qualità cambia; gli atomi invece, non cambiano sotto nessun aspetto, poiché nei dissolvimenti dei composti deve pur sussistere qualcosa di solido e indissolubile, il quale faccia sì che i cambiamenti non siano verso il non-essere e neppure vengano dal non-essere, ma si realizzino secondo spostamenti. Perciò è necessario che gli elementi spostati siano incorruttibili e che non condividano la natura di ciò che si trasforma, ma abbiano masse e configurazioni proprie: e ciò deve costituire una proprietà permanente.
E' infatti nelle cose che sotto i nostri occhi sono soggette a trasformazione, si può vedere che per quanto si sottragga la figura permane, mentre nell’oggetto che cambia le qualità non si mantengono come si mantiene la figura e vanno sparendo da tutto il corpo. Dunque, queste particelle che permangono sono in grado di creare le differenze dei composti, poiché è necessario che qualcosa continui a sussistere, e che non si dissolva nel non-essere. In verità, se non si vuole che i fenomeni attestino il contrario, non bisogna neppure ritenere che gli atomi abbiano qualsiasi grandezza. Piuttosto, si deve ritenere che ci siano certe differenze di grandezze; infatti, assumendo questo, si riuscirà a rendere miglior conto dei processi delle affezioni e delle sensazioni. Invece, il pensare che abbiano qualsiasi grandezza non è utile nemmeno ai fini delle differenze di qualità; e inoltre, gli atomi avrebbero finito col giungere a essere visibili da parte nostra: il che non risulta che avvenga, né è concepibile come possa avvenire.
Inoltre, non bisogna ritenere che nel corpo limitato vi siano particelle infinite e neppure di qualsiasi grandezza. Per tal motivo, non bisogna negare la suddivisione all’infinito in parti sempre più piccole, per non rendere inconsistenti tutte le realtà e per non essere costretti, nelle nostre concezioni degli aggregati, a forza di disgregare gli esseri, a dissolverli nel non-essere, non bisogna ritenere che negli esseri limitati ci sia alcuna trasformazione all’infinito, neppure verso il più piccolo. Infatti, neppure questo è pensabile una volta ammesso che in qualche essere le particelle sono infinite e di qualsiasi grandezza, perché, un tale essere, come potrebbe ancora essere determinato in grandezza? È infatti, chiaro che le particelle infinite hanno una certa misura e qualsiasi sia la loro misura, risulterebbe infinita anche la grandezza. Poiché ciò che è determinato ha un’estremità ben percepibile con la mente, anche se di per sé non è visibile, nulla vieta di pensare che anche quella che è contigua a questa lo sia e così, di contiguo in contiguo, avanzando sempre più, si può giungere allo stesso modo, con il pensiero, sino all’infinito.
Bisogna anche riflettere che il minimo nella sensazione non è né come ciò che può essere percorso da un capo all’altro, né completamente differente sotto ogni rispetto: piuttosto, ha una qualche comunanza con ciò che può essere percorso, pur non avendo una distinzione di parti; ma qualora, per la similitudine di questa comunanza, noi presumiamo di distinguere qualche parte dell’oggetto che può essere percorso, l’una di qui e l’altra un po’ oltre, allora deve essere che ci siamo imbattuti in un minimo uguale. Noi li osserviamo tutti di seguito, a cominciare dal primo e quindi non nello stesso né attaccando parte a parte come se fossero capaci, grazie alla loro individualità, di misurare le grandezze, poiché sono di più nelle maggiori e di meno nelle minori.
Occorre ritenere che di questa proporzione si avvalga anche il minimo che si trova nell’atomo; infatti, è evidente che è solo una questione di piccolezza ciò che lo differenzia dall’oggetto che può essere percepito con la sensazione, mentre il rapporto di proporzione è il medesimo. In effetti, è proprio sulla base di questo rapporto con gli oggetti che ricadono sotto i sensi che abbiamo dichiarato l’atomo come dotato di grandezza, semplicemente procedendo sempre più sulla scala della piccolezza. E ancora: occorre considerare che i minimi e le parti non mescolate sono limiti delle lunghezze i quali da se stessi, in quanto originari, forniscono l’unità di misura, sia per le lunghezze più grandi sia per le più piccole, secondo l’argomentazione teorica che riguarda gli oggetti invisibili a occhio. Infatti, quello che i minimi hanno in comune con le cose che non si possono percorrere da un capo all’altro è sufficiente a garantire ciò che fino a questo punto si è detto, ma non è in grado di provare che da questi, una volta dotati di movimento, si realizzi un raggruppamento.
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11/01/2007 9.34.36 | Social Bookmark
E inoltre, dell’infinito non si deve predicare il su o il giù come se ci fosse un punto più alto e uno più basso in assoluto; e comunque, lo spazio che abbiamo sopra la testa non ci apparirà mai, perché si estende dal punto in cui ci troviamo fino all’infinito; e così teoricamente prolungando all’infinito lo spazio che è sotto di noi, questo sarà nel contempo tanto sopra quanto sotto rispetto allo stesso punto di riferimento. Ma ciò è inconcepibile. In tal senso, è possibile assumere un solo movimento, che teoricamente si prolunghi verso l’alto all’infinito, e uno solo diretto verso il basso, anche se estendendo il movimento mille e mille volte, ciò che procede da noi verso i luoghi situati al di sopra della nostra testa dovesse raggiungere i piedi di quelli che sono sopra, oppure quanto procede da noi in giù dovesse raggiungere la testa di quelli sotto. Ciò non di meno, il movimento nel suo complesso, viene concepito come fosse esteso all’infinito, in direzioni opposte l’una rispetto all’altra.
E, inoltre, è necessario che gli atomi abbiano anche una medesima velocità, tutte le volte in cui avanzano attraverso il vuoto senza che nulla si opponga: né, infatti, il pesante si muoverà più velocemente del piccolo e leggero, finché nulla si scontri con essi, né il piccolo andrà più lentamente rispetto al grosso, quando attraversi passaggi idonei, sempre che anche in questo caso nulla faccia resistenza: né sarà diverso il loro movimento verso l’alto né quello laterale, provocato dalle collisioni, e neppure quello verso il basso, dovuto ai pesi proprî. Infatti, tanto dura ciascuno dei due movimenti, altrettanto il movimento sarà veloce come il pensiero, almeno finché non si opponga un qualche urto, dipendente dal corpo esterno o dal proprio peso. Ma anche quando sono nei composti non si dirà che alcuni sono più veloci di altri, perché gli atomi hanno la medesima velocità, per il fatto che gli atomi che si trovano negli aggregati continuano a procedere verso un unico posto per un brevissimo attimo e poi non più verso quell’unico posto; infatti, si scontrano frequentemente, finché alla sensazione risulta un moto continuo. Infatti, l’opinione relativa all’invisibile che anche i tempi discernibili con la ragione avranno la continuità del movimento, non è vera in questi casi: perché è vero tutto ciò che viene visto intuitivamente o colto con la mente.
Dopo di che, è necessario considerare con riferimento alle sensazioni e alle passioni così, infatti, si darà più salda credibilità, che l’anima è un corpo costituito da parti sottili, disseminato per l’intero aggregato, estremamente simile a un soffio dotato di una mescolanza di calore, in alcuni casi più affine a questo, in altri a quello. C’è, però, una certa parte dell’anima che si è andata nettamente distinguendo per via della finezza anche di queste particelle, e tanto più, per tale motivo, è in stretta relazione con il resto dell’aggregato. E tutto questo, sono le facoltà dell’anima a mostrarlo, e pure le affezioni, la facilità dei movimenti, e i processi mentali: insomma, ciò senza del quale moriamo. Inoltre, occorre tenere come punto fermo che la causa della sensazione è per lo più l’anima: ma essa, in verità, non l’avrebbe ricevuta se non fosse stata in qualche modo rinchiusa dal resto dell’aggregato. Ora, il resto dell’aggregato, pur conferendo all’anima una tale causa, ha parte anch’esso di questa proprietà per opera di quella, ma in forma accidentale e poi non partecipa di tutte le proprietà che quella possiede: ecco perché, una volta che l’anima si è separata, non riesce a mantenere la sensazione. Infatti, il resto dell’aggregato non possedeva in se stesso questa facoltà, ma era l’altra parte a fornirgliela: certo, una parte nata insieme che, grazie alla facoltà in esso attuata attraverso il movimento, e alla immediata realizzazione per sé dell’accidente della sensazione, l’ha trasferita anche a quello come dissi, in virtù di una vicinanza e di una stretta relazione. Perciò, l’anima, finché è dentro il corpo, per quanto qualche altra parte se ne vada, non rimarrà mai priva di sensazioni, ma, se pure alcune parti di essa abbiano a perire, e ciò che la recinge si dissolva o totalmente o in parte, nella misura in cui permane, manterrà la sensazione. Il restante aggregato, invece, pur rimanendo sia tutto sia in parte, non riesce a conservare la sensazione, una volta che se ne sia andato quel numero di atomi, qualsiasi sia, che nell’insieme costituisce la natura dell’anima. Però, una volta dissoltosi l’intero aggregato, l’anima si disperde e non ha più le stesse facoltà, e neppure si muove, cosicché non possiede più nemmeno la sensazione. Non è, infatti, possibile pensare la facoltà senziente, se non è in questo dato composto e se non compie questi movimenti, e neppure se l’involucro che la circonda non sia più quello che, mentre si trova ancora in esso, le permette siffatti movimenti. Ma, in verità, anche su questo bisogna pur meditare: che l’incorporeo si ha qualora il nome sia concepito di per se stesso. Ora, non è possibile concepire di per se stesso l’incorporeo, a parte il vuoto. Ebbene, il vuoto non può né fare né subire nulla, ma si limita a offrire ai corpi la possibilità di muoversi attraverso di sé. Cosicché, quanti dicono che l’anima è incorporea, dicono delle sciocchezze. Infatti, se fosse tale, non potrebbe né agire né subire mentre è evidente che entrambe queste proprietà appartengono all’anima. Pertanto, se si riportano tutti questi ragionamenti sull’anima alle passioni e alle sensazioni, senza dimenticare ciò che si è detto al principio, ci si renderà conto che la questione è stata adeguatamente inserita nella traccia generale in vista di una trattazione sicura anche nella prospettiva di un approfondimento dei particolari.
Ma, inoltre, anche le figure, i colori, le grandezze e i pesi, e quanti altri caratteri sono predicati di un corpo in quanto si accompagnano o a tutti i corpi o a quelli visibili e sono conoscibili mediante la percezione dello stesso corpo, non bisogna giudicare che siano nature di per sé ciò infatti è impensabile, ma neppure negare che esistano, oppure che siano alcune altre realtà incorporee che si aggiungono al corpo, o parti di quest’ultimo; invece, bisogna ritenenere che l’intero corpo, nel suo complesso, tragga la propria natura durevole da tutti questi caratteri, e non possa essere costituito dalla loro aggregazione (come se un aggregato maggiore fosse costituito da queste particelle, siano esse primarie o semplicemente parti del tutto, più piccole di esso), ma soltanto, come vado dicendo, che debba la propria natura durevole a tutti questi. E tali caratteri sono oggetto di intuizioni paticolari e di apprensioni, ma in modo che sempre l’aggregato si accompagni per intero e che essi non ne risultino mai divisi in nessun caso, bensì assumano la predicazione secondo la nozione complessiva del corpo.
In verità, spesso accade che anche ai corpi si accompagni un carattere non durevole, che non rientra nel novero degli invisibili e neppure che sia incorporeo. Per tale motivo, impiegando questo nome nel senso più comune, rendiamo manifesto che gli accidenti non hanno né la natura di quell’intero che noi chiamiamo corpo, concependolo tutto insieme come un conglomerato, e neppure la natura delle proprietà che lo accompagnano durevolmente, senza le quali non è possibile che un corpo sia pensato. E ciascuno di essi potrebbe essere predicato grazie a determinate intuizioni, sempre che l’intero composto si accompagni e quando ciascuno di essi si pari innanzi al nostro sguardo, dato che gli accidenti non sono attributi durevoli. E non bisogna eliminare dal reale l’evidenza che gli accidenti non hanno la natura del tutto al quale si accompagnano, e neppure va cancellata l’evidenza delle proprietà che ad esso stabilmente si connettono, ma che non possono considerarsi di per se stesse ciò, infatti non è neppure pensabile, né per gli accidenti né per le proprietà che si accompagnano ai corpi durevolmente; invece, come risulta evidente, essi vanno considerati tutti come accidenti di un corpo che non lo accompagnano stabilmente e non hanno dignità di natura a se stante, bensì risultano essere esattamente nel modo in cui la sensazione li attesta.
E, in verità, anche ciò che segue si deve meditare seriamente: il tempo non va indagato come tutto le altre questioni che ineriscono ad un oggetto, riconducendolo alle prolessi che si colgono in noi stessi, bensì va considerata l’evidenza stessa, secondo la quale definiamo il tempo molto o poco e ciò va fatto per via di analogia, riportandolo a qualcosa che gli è congenere. Né occorre cambiare espressioni cercandone di migliori, ma bisogna usare quelle che già ci sono e che lo riguardano; neppure del tempo si deve predicare qualcos’altro, come se questo ne condividesse l’essenza e la specificità eppure certuni lo fanno, ma bisogna soltanto e in particolar modo pensar bene a che cosa lo connettiamo e con che cosa lo commisuriamo. E questo, infatti, non ha bisogno di ulteriore dimostrazione, bensì di una riflessione su base empirica: noi connettiamo il tempo ai giorni e alle notti e alle loro parti, come anche alle passioni e agli stati di impassibilità, a movimenti e condizioni di quiete, intuendo che sempre, in tutti questi casi, c’è un accidente preciso, questo stesso, secondo il quale diamo il nome al tempo.
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15/01/2007 4.13.07 | Social Bookmark
Oltre a ciò che si è detto in precedenza, occorre pensare che i mondi e ogni aggregato delimitato, simile a quelli che vediamo di frequente, siano nati dall’infinito: in particolare, tutti questi si sono costituiti per scissione da aggregati proprî, più o meno grandi. E, di nuovo, tutte le realtà si dissolvono, le une più velocemente, le altre più lentamente, le une subendo questo processo per opera di certi fattori, le altre per opera di altri. Inoltre, anche riguardo ai mondi, non bisogna pensare che di necessità abbiano una sola configurazione infatti, nessuno sarebbe in grado di dimostrare che in un certo mondo potrebbero anche non essere contenuti semi tali da dare origine alla costituzione degli animali, delle piante e di tutti quanti gli altri esseri che vediamo, mentre in un certo altro non potrebbero esserci.
Ma in verità occorre ritenere che anche la natura sia stata costretta a imparare molti e svariati insegnamenti da parte dei fatti | stessi e che il raziocinio, poi, elabori con precisione gli oggetti che gli vengono presentati dalla natura e che faccia ulteriori scoperte, in alcuni casi più velocemente, in altri più lentamente e in alcuni periodi e tempi, in altri invece, anche minori. Perciò, anche i nomi, in principio, non venivano attribuiti secondo convenzione, ma le stesse nature degli esseri umani, per ciascun popolo, provando determinate affezioni e ricevendo determinate rappresentazioni, emettevano dalla bocca in determinati modi l’aria inviata da ciascuna affezione e rappresentazione, anche in ragione della differenza relativa ai luoghi in cui erano stanziati questi popoli. Successivamente, all’interno di ciascun popolo i varî suoni furono fissati in modo comune, allo scopo i rendere meno ambigue e più concise le indicazioni che venivano scambiate reciprocamente. E quelli che, consapevolmente, volevano introdurre visioni fino ad allora non condivise, per esprimerle diffusero determinati nomi, talora perché erano forzati a pronunciarli, talora, invece, per averli scelti con il ragionamento, assecondando la motivazione preponderante ad esprimersi in tale modo.
E poi, per quanto concerne i fenomeni celesti, bisogna pensare che movimento, solstizio, eclissi, levata e tramonto e i fenomeni simili a questi, non avvengano perché qualcuno li dirige o li ordina o li abbia ordinati e intanto goda di ogni beatitudine, unitamente alla incorruttibilità (infatti, non si accordano con la beatitudine le occupazioni e le preoccupazioni, le ire e i favori, ma tali cose avvengono nella debolezza, nella paura e nella dipendenza da chi ci sta accanto), né d’altra parte, bisogna pensare che, essendo gli astri masse di fuoco ripiegato su se stesso e in possesso della beatitudine, possano assumere questi movimenti a loro piacimento. Tuttavia, bisogna mantenere ogni solennità in tutti i nomi applicati a questi concetti, perché le opinioni che ne derivano non risultino opposte a tale solennità. In caso contrario, questa stessa opposizione provocherà il più grande turbamento nelle anime.
Pertanto, occorre pensare che questa necessaria evoluzione dei fenomeni si compia fin dalla nascita del mondo, secondo l’originario modo di riunirsi di questi agglomerati. E ancora, bisogna ritenere che sia il compito specifico della filosofia della natura quello di cogliere con precisione la causa dei fenomeni più importanti e il fatto che la beatitudine sta proprio qui, nella conoscenza di quali nature si rivelano in questi fenomeni celesti e tutte le nozioni che contribuiscono alla conoscenza precisa rivolta a questo scopo della beatitudine. E ancora, bisogna ritenere che in questo genere di fatti non ci sia una pluralità di cause, né la possibilità di un qualche altro modo d’essere, ma, semplicemente, che in una natura incorruttibile e beata non c’è nessuno dei fattori che inducono scompiglio o turbamento. E questo può essere compreso semplicemente con l’uso della ragione. Ma ciò che rientra nella ricerca specifica sul sorgere e sul tramontare, sui moti celesti, le eclissi e i fenomeni simili, non ha più nulla a che vedere con la beatitudine, tant’è vero che coloro che ben conoscono queste cose, ma che non sanno quali siano le loro nature e quali le cause più importanti, hanno ugualmente paura, come la avrebbero se non avessero tali conoscenze; anzi, quasi quasi provano anche più paura, quando avviene che la curiosità suscitata da questa ulteriore conoscenza non permetta di giungere a una soluzione e di cogliere l’ordine delle realtà fondamentali.
Quindi, anche quando trovassimo più di una causa per i solstizi, i tramonti, le levate, le eclissi e per i fenomeni simili, come anche per gli eventi particolari, non bisogna pensare che in questo campo non si sia raggiunta una profondità sufficiente alla nostra tranquillità e beatitudine. Cosicché, osservando in quanti modi, presso di noi, nella nostra esperienza quotidiana, accada lo stesso fenomeno, occorre cercare le cause dei fenomeni celesti e di ogni cosa non direttamente percepibile con i sensi, disprezzando quanti non distinguono ciò che è o avviene in base a una causa sola e ciò che capita in base a molte cause e trascurano che la rappresentazione viene da lontano, a distanza, e quindi, ignorano anche in quali condizioni non è possibile stare tranquilli. In tal modo, se pensiamo che il fenomeno può avvenire anche in certi altri modi rispetto ai quali, è possibile stare ugualmente tranquilli, riconoscendo appunto questo, che esso avviene in molti modi, manterremo la serenità come se sapessimo che esso avviene in questo certo modo.
Oltre a ciò, nel complesso, occorre considerare che il maggiore turbamento per le anime umane consiste nel ritenere che tali corpi siano, sì, beati e incorruttibili, eppure abbiano al contempo volizioni, azioni e causazioni contrarie a queste caratteristiche, e consiste altresì nell’attendersi o nel sospettare, alla luce dei racconti mitologici, qualcosa di terribile nell’eternità, oppure nel timore della mancanza di sensibilità che si verifica nella morte, come se essa ci riguardasse. E pensare che queste sofferenze non si fondano su giudizi, bensì su una certa convinzione irrazionale, per la quale, non sapendo definire questo terribile, sono soggetti a pari o ancor più grave turbamento rispetto a chi formulasse opinioni a caso, su tale argomento. L’imperturbabilità, invece, consiste nell’essersi liberati da tutte queste ansie e nell’avere in mente, di continuo, gli asserti generali e i più importanti.
Di conseguenza, dobbiamo prestare attenzione alle circostanze presenti e alle sensazioni, in generale per le generali e individualmente per le individuali, e a ogni evidenza che si presenti, secondo ciascuno dei criterî di verità. Se infatti, vi presteremo attenzione, riusciremo a comprendere chiaramente la causa da cui sorgevano il turbamento e la paura, e ce ne libereremo, indagando le cause dei fenomeni celesti e pure degli altri che ci càpitano abitualmente e che, nel complesso, spaventano a morte gli altri uomini.
Eccoti qui riassunti o Erodoto, gli insegnamenti principali sulla natura di tutte le cose, cosicché, se mai qualcuno tenesse a mente con precisione questo efficace discorso, a mio giudizio, assumerebbe una robustezza incomparabile rispetto a tutti gli altri uomini, anche se non si addentra in tutti i dettagli precisi e minuti. Infatti, non gli mancherà la possibilità di rendere limpidi anche per conto proprio molti dei punti puntualmente precisati da noi nel corso dell’intera trattazione, e queste stesse nozioni, poste nella memoria, lo aiuteranno continuamente. Esse, infatti, sono tali che quanti le conoscono con precisione anche quanto basta, nelle varie parti o anche alla perfezione, possono intrapprendere la stragrande maggioranza degli studî su tutta la natura, risolvendole per via di analisi in tali intuizioni. Quanti, d’altra parte non vi sono ancora perfezionati completamente in questi studî, possono, grazie a tali nozioni e senza nemmeno bisogno di ripetersele a voce, fare rapidamente con il pensiero il giro dei punti più importanti, al fine di ottenere una condizione di quiete.
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17/01/2007 4.14.38 | Social Bookmark
Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: per questo è detto democrazia.
Le leggi assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo i meriti dell'eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora egli sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, non come un atto di privilegio, ma come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l'uno dell'altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se preferisce vivere a modo suo. Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati e le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono un'offesa.
Ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte la cui sanzione risiede solo nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso. La nostra città è aperta al mondo; noi non cacciamo mai uno straniero. Noi siamo liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private.
Un uomo che non si interessa dello Stato non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché soltanto pochi siano in grado di dar vita a una politica, noi siamo tutti in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione un ostacolo sulla strada dell'azione politica. Crediamo che la felicità sia il frutto della libertà e la libertà sia solo il frutto del valore.
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29/03/2010 12.48.06 | Social Bookmark
I popoli, anche nell’era moderna, non si considerano cittadini, ma sudditi privi di diritti
Dio è tutto ciò che la nostra mente non riesce a vedere, perché siamo immersi in una eternità, che il singolo individuo non può indagare e conoscere, che spesso fa smarrire il senso della realtà. E’ da questa cecità della mente che nasce il mito dell’occulto, che alimenta il bisogno religioso degli individui.
Apparentemente, l’ingenuità fiabesca di Adamo ed Eva, che immaginano poteri straordinari in una pianta, è in realtà una naturale fragilità della mente umana che, nei momenti di difficoltà, attribuisce ad una realtà ad essa esterna, straordinari poteri. E’ in questa attribuzione ingenua di poteri che da sempre lucrano le caste sacerdotali.
Non a caso il più piccolo stato del mondo, che produce il nulla, è anche la più grande potenza politica ed economica dell’universo.
Sembra che siano numerosi i preti cattolici che non credono in Dio, ma per la posizione sociale che occupano, nascondono ciò che pensano, predicano ciò che considerano non vero. Non so se questa notizia sia vera, personalmente credo di si, ma sono anche convinto che sia marginale a fini di una ricerca della verità storica, sulle origini delle religioni.
Diversi studiosi, ritengono che vi sia un collegamento tra il monoteismo amarniano e quello d’Israele, da cui successivamente si sono sviluppate le religioni monoteiste e quindi anche quella cattolica. Infatti, sembra che il popolo ebreo si sia formato da una fusione di diverse tribù semitiche degli Hyksos e da altre minoranze etniche, al seguito del faraone Akhenaton e della sua casta sacerdotale Yahùd.
La religione cattolica non è una religione rivelata da un essere divino fattosi uomo, ma ha il suo ideatore nel faraone Amenophis IV, che verso la metà del XIV sec. a.C., in virtù dell’invenzione di un nuovo credo religioso in onore del Dio Sole Aton, cambiò il suo nome in Akhenaton e pose le basi per le moderne forme religiose monoteiste.
Per fondare questo nuovo rivoluzionario culto religioso, in onore di un unico Dio, Akhenaton diede vita al primo esodo della storia del mondo, paragonabile a quello biblico di Mosè, spostando il centro del suo regno a 500 km più a nord, dove fece costruire una nuova città nel deserto, dedicata al Dio Aton, che chiamò Tell el Amarna. In questa nuova città radunò il suo popolo (formato da Hyksos e altre minoranze etniche) sotto il culto del Dio Aton, i cui raggi solari, che contenevano secondo Akhenaton l’essenza della vita, venivano recepiti dal sovrano e da questi trasmessi all’Egitto e quindi al mondo intero.
Probabilmente, questo esodo fu necessario per destituire le potenti classi sacerdotali tebane, legate alle numerose divinità del pantheon egizio, privandoli di ogni loro bene e funzione. In questa opera fu aiutato dalla bellissima moglie Nefertiti, sua valida consigliera politica.
In questo nuovo regno, Akhenaton diede ordine di eliminare tutte le immagini e i culti degli altri Dei, provocando una completa rottura con il politeismo. Nello stesso periodo egli enunciò anche alcuni principi della sua nuova dottrina, una prima formulazione paragonabile a quella dei dieci comandamenti è la seguente:
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Era consentito venerare un solo Dio
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Furono banditi tutti gli idoli
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Furono aboliti tutti i rituali legati alla morte
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Universalità di culto
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Le sepolture effettuate senza beni materiali
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Abolizioni di miti e incantesimi
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Monogamia
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Tutte le rendite delle altre divinità egizi furono fatte confluire in un unico tesoro, dedicato al Dio Aton.
In questo rivoluzionario monoteismo, il faraone non era più considerato una rappresentazione di Dio, ma un suo servitore, cioè colui che era utile a Dio.
Akhenaton mantenne saldo il suo potere per altri anni, fino a quando una cospirazione, pilotata dalla potente casta sacerdotale tebana, non ripristinò l’antico politeismo, cancellando il sogno e la storia di Akhenaton. Con il ripristino dei vecchi culti, il faraone del sole fu dichiarato eretico tanto da essere cancellato dalla lista dei re. Secondo alcuni studiosi, l’essenza di questa rivoluzionaria religione non ebbe alcun collegamento diretto con le correnti filosofiche greche mentre lasciò notevoli influenze nel pensiero e nella religione di Israele.
L’originalità di questa nuova religione non è solo nel concetto rivoluzionario di monoteismo, ma nell’introduzione nella religione, di un contenuto trascendente, astratto. Infatti, la divinità non era identificata nel sole vero e proprio, ma in una forza misteriosa trascendente, che si sprigionava dai suoi raggi e tramite questi raggiungeva il sovrano, che a sua volta la proiettava, non solo al popolo dell’Egitto, ma all’intera umanità. E’ attraverso questa sua funzione, che il faraone acquisiva le capacità divine, contrariamente al precedente credo in cui i sovrani erano considerati divinità dell’olimpo locale.
In questa nuova visione, il faraone quindi era nello stesso tempo figlio e incarnazione dello spirito di Dio. Infatti, non a caso il nome Akhenaton significa spirito, incarnazione di Aton. Quindi, alla concezione dell’unicità di Dio, viene affiancato il principio della trinità divina che scaturisce dal concetto di Dio come padre dell’umanità intera, sovrano figlio del Dio, portatore del messaggio. Quindi Aton, non e' solo il Dio degli egizi (a quei tempi le divinità proteggevano solo chi le adorava), ma di tutta l'umanità, anche dei nemici dell'Egitto, per i quali occorreva avere il massimo rispetto.
Ciò significa che, alla concezione dell’unicità del Dio Aton, si associa anche il principio di una forma di trinità divina, che scaturiva dal concetto del Dio Aton padre dell'umanità e dell'universo intero, sovrano figlio del Dio, portatore del messaggio e dallo spirito di incarnazione del Dio stesso nel sovrano (significato del termine Akh). Quattordici secoli dopo, quell’antico concetto di universalità, di unicità del Dio e nello stesso tempo di trinità, lo ritroviamo nel cristianesimo.
La religione di Amarna predicava la non violenza e l’amore per il prossimo, esaltava la gioia per la vita. Non a caso, durante il regno di Akhenaton, fu proibita la pena di morte, non furono fatte campagne militari. Probabilmente, questi principi di non violenza indebolirono l’impero.
Un altro aspetto, rivoluzionario per i tempi, fu l’abbandono del culto dei morti, in quanto alla vita terrena, veniva contrapposta la promessa di una dimora eterna, che ciascun individuo doveva conquistare con le buone azioni.
Gli storici ritengono Akhenaton un grande rivoluzionario, precursore troppo innovativo per essere compreso dai suoi contemporanei, è il primo grande pacifista ed ecologista della storia. Infatti, alcuni versi dell’inno ad Aton, somigliano molto ai fioretti di San Francesco d’Assisi. Inoltre il contenuto delle sacre scritture in alcuni punti risulta molto simile ai versi dell’inno ad Aton.
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Antonio Sammartino |
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13/05/2010 0.30.40 | Social Bookmark