Diversi mesi fa casualmente ho letto la storia che segue che è straordinaria nella sua semplicità, in quanto consente di comprendere come a volte l’individuo si lascia facilmente imprigionare dal nulla e non riesce a sollevare la testa per vedere oltre quel piccolo mondo in cui si è rinchiuso.
E’ un fatto realmente accaduto, ma purtroppo non ricordo la fonte.
In un paese di cui non ricordo il nome, due ragazzi notarono che da diversi giorni, alcune aquile si recavano spesso presso un fiume vicino alla loro casa, per bere. Vedendo che alcune erano giovani e piccole, decisero di catturarne una per farla diventare il loro cucciolo.
Catturarono un topo, prepararono una gabbia e la lasciarono aperta nella parte superiore, con il topo legato dentro, in modo che l’aquila vedendolo cercasse di mangiarlo. Furono sufficienti pochi minuti e un’aquila cadde nel tranello ed entrò nella gabbia; a quel punto la gabbia venne chiusa e la giovane aquila rimase prigioniera al suo interno. I ragazzi soddisfatti, andarono via. Nei giorni successivi ritornarono per portare da mangiare all’animale che non appena li vedeva, si aggrappava alle sbarre emettendo suoni aggressivi, rifiutando il cibo.
Dopo tre o quattro giorni, pensando che l’aquila sarebbe morta di fame e non provando più soddisfazione nel seguire quello stupido gioco, i ragazzi decisero di aprire la parte superiore della gabbia per liberarla. Poiché l’aquila è un animale potenzialmente pericoloso, uno dei due la distrasse avvicinando un bastone alla gabbia, mentre l’altro la scoperchiò, ma accadde l’impensabile: l’aquila non usciva dalla gabbia. Il suo piccolo cervello, nei tre o quattro giorni di prigionia aveva schematizzato le pareti della gabbia come l’unico mondo esistente e a causa di ciò, non era più in grado di uscire, sarebbe stato sufficiente guardare verso l’alto per notare che la gabbia era aperta. I ragazzi ritornarono spesso per controllare, ma l’aquila era sempre lì. Si aggrappava arrabbiata alla gabbia ogni volta che li vedeva, ma non volava via. Sarebbe sicuramente morta di fame di lì a poco.
Per fortuna una guardia forestale, vedendo la gabbia e comprendendo cosa fosse successo, narcotizzò l’aquila e la portò in un ricovero per rapaci. Trovandosi in un nuovo ambiente e dovendosi riadattare, dopo qualche giorno l’istinto del volo prese il sopravvento e l’aquila ritornò libera.
Molto spesso l’individuo si comporta come quell’aquila, si lascia imprigionare dalle sue convinzioni e dai suoi pensieri che lo rinchiudono in un piccolo mondo. Infatti quando si è tristi o comunque in difficoltà, la mente ripiega su se stessa e diventa estremamente difficile essere consapevoli del proprio agire, in quanto la parte del cervello responsabile delle emozioni, prende in ostaggio il pensiero, facendolo continuamente rotolare su se stesso.
Le emozioni sono cose che ci accadono, perché noi non creiamo le emozioni, ma le situazioni in grado di modularle, purtroppo quando siamo tristi o comunque in difficoltà, diventano il movente per i futuri comportamenti. La sfiducia si trasforma in timore, il timore alimenta la paura, la paura diventa ansia, la rabbia ci spinge verso l’odio e le emozioni ci rinchiudono in una piccola gabbia.
Il dominio della ragione ha fornito all’individuo il controllo su se stesso e sugli eventi che gli accadono, mentre le emozioni a volte ci sorridono, ma molto spesso producono solo turbamenti e conflitti. Quindi apprendere a dialogare con la nostra emotività è fondamentale per la comprensione di noi stessi, in quanto l’intelligenza emotiva è la capacità a saper sfruttare le nostre risorse mentali, attraverso la gestione dell’emotività.
Abilità come la consapevolezza emotiva cioè la capacità di riconoscere e distinguere le emozioni, il controllo dell’emotività, la capacità a sapersi motivare, l’empatia cioè la capacità a riconoscere e comprendere le emozioni degli altri e la gestione efficace delle relazioni interpersonali, influenzano in modo determinante i nostri pensieri e i nostri comportamenti, perché ci consentono di valutare le emozioni degli altri al fine di intuire le loro intenzioni, e di predire il loro comportamento; ci preparano all’azione, perché ci consentono di comunicare e di percepire i messaggi che sono importanti per un agire socialmente intelligente.
Conoscere la nostra emotività, gli eventi significativi del nostro passato, il rapporto con le persone che sono emotivamente importanti per noi e le convinzioni che si sono determinate, è una tappa fondamentale nella comprensione di noi stessi. Occorre avere fiducia in se stessi per consentire alle nostre potenzialità di potersi liberamente esprimere. Noi siamo ciò che i nostri pensieri ci convincono di essere, per cui se non siamo soddisfatti, dobbiamo innanzitutto modificare i pensieri che ci remano contro, se vogliamo che gli eventi iniziano a sorriderci. Certo non è facile, ma questo non può essere una motivazione per non agire.
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12/09/2009 11.18.15 | Social Bookmark
Le immagini o le situazioni che ci terrorizzano nei sogni, sono emozioni o vergogne, connesse ad una grande sofferenza o ad un forte conflitto del vivere quotidiano, che tentiamo di reprimere, perché lo riteniamo pericoloso o malvagio. La paura, è usata dal nostro inconscio per portare alla coscienza questo conflitto, che tentiamo di rinnegare. Un incubo può procurare un brusco risveglio, può seminare in noi ansia e rabbia che a volte condiziona la nostra intera giornata.
In diversi casi chi sogna ha la sensazione di essere sveglio.
Incubi, sogni terrificanti, possono voler significare insicurezza, paura di perdere qualcosa, timore di non riuscire ad essere quella che gli altri vorrebbero, non sentirsi in sintonia con se stessi, aver vissuto una esperienza traumatica che non si riesce a superare, terrore di perdere una persona di riferimento importante. Solo chi sogna è in grado di dare la giusta risposta ai suoi sogni.
Durante l’intera esistenza, ma più in generale durante il periodo di sviluppo della nostra personalità, possono verificare episodi, che per motivi diversi, vengono repressi mediante costrizioni, in quanto non compatibili con le regole del vivere quotidiano. La presunta educazione che spesso subiamo, ci condanna a vivere conflitti non risolti che vengono spinti nell'inconscio, per ritornare nel tempo sotto forma di immagini demoniache, per terrorizzare i nostri sogni. L’incubo è quindi un messaggio che il nostro inconscio ci invia per segnalarci un disagio o la presenza di un forte conflitto non risolto. Nostro compito dovrebbe essere quello di affrontare questo nemico, al fine di liberare la sua energia, cercando di scoprire cosa nasconde quel tormento.
Affrontare il nemico significa rivivere il sogno, ripercorrere le trame, dialogare con i diversi personaggi, al fine di cercare di risolvere le situazioni, modificando ciò che ci terrorizza, trasformando il finale terrificante del nostro sogno in episodi positivi. Riuscire in questa impresa costituisce un primo traguardo che si manifesterà sotto forma di annullamento della paura, in quanto i cambiamenti realizzati nel sogno, spesso modificano anche aspetti del nostro vivere quotidiano (risoluzione del conflitto). In seguito si può sperare di ritornare ad una vita più serena ed equilibrata.
E' molto importante cercare di comprendere il contenuto latente dei sogni che si manifestano a livello cosciente sotto forma simbolica. Purtroppo spesso i sogni non vengono considerati per paura o disinteresse. In questo modo continuiamo a rinunciare ad affrontare un problema che ci assilla e che continuerà a tormentarci sotto forma di incubo, mentre sarebbe opportuno imparare a vivere il sogno, per acquisire la consapevolezza che i personaggi mostruosi, sono solo un prodotto della mente che vivono solo nel sogno e che quindi non possono farcu nulla di male. Occorre ripetere a se stessi che la prossima volta non fuggirai, ti fermerai e li affronterai. Cercherai di fare amicizia con quelle immagini ostili, chiedendo loro di rivelarti cosa vogliono da te. In questo modo cercherai di riconciliarti con loro. Se questo approccio dovesse fallire, non fuggire ma difenditi, combatti per vincere.
Dopo la vittoria tenta di individuare la natura del conflitto e cerca una sua possibile risoluzione. Il sogno è un’attività fondamentale per la nostra salute emotiva. Nascono per inviarci messaggi sulle problematiche del vivere quotidiano. Non rinunciamo ad essi, considerandoli immagini senza significato. Essi ci offrono la possibilità di osservare dall’esterno ciò che ci tormenta dentro, consentendoci di innescare, un processo di consapevolezza, che può influire in modo positivo sul nostro vivere quotidiano, rendendoci padroni delle nostre azioni.
Tag: mente
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03/06/2008 0.00.00 | Social Bookmark
Il rimpianto è una sensazione, quasi una consapevolezza che nasce da un senso di colpa per le cose che si desiderava fare, ma che non sono state fatte. E’ ciò che riappare da un ricordo che cerca di riemergere, una fuggevole sorpresa, un interrogarsi per non cercare risposte. E’ la ricerca di una presenza che riempie la mente, un ricordo che vuole riemergere, per rendere presente ciò che ormai è passato. E’ la ricerca di un qualcuno a cui non è possibile rivolgersi, per cercare l’assenza di una risposta.
E’ un desiderio intenso privo di confini, un’alchimia di pensieri e ricordi, quasi un sentimento spiacevole di ciò che ormai appartiene ad un nostalgico passato che ci appare smarrito.
A volte è un pentimento, quasi un fastidio che si manifesta con irritazione o disappunto, rammarico o dispiacere, rimpianto o rimorso. E’ un’emozione morale, un giudizio critico che induce un analisi su azioni e sentimenti, nell’affannosa ricerca di quel senso di responsabilità per ciò che è stato, al fine di porre in atto un tentativo di rimedio a ciò che non è stato, per aver contribuito, con atti volontari, incontrollabili o del tutto accidentali, ad attivare situazioni ritenute dannose e indesiderabili.
A volte è nostalgia per un infanzia definitivamente smarrita, tristezza o rimorso, malinconia o dolore, amore o amicizia, opportunità o ricordo che porta con se, la consapevolezza di un tempo che non potrà ritornare, ma è anche rassicurante perché ci dona quel senso di continuità con il passato, necessario per costruire un’identità personale, legata con ciò che si è stato. Tuttavia se si trasforma in pensiero ossessivo, in intensa emozione, in troppo tempo trascorso a rimpiangere o in eccessiva importanza attribuita al contenuto, allora il dolore si trasforma in esitazione che si sostituisce all’azione.
Nell'immediato sono le azioni che creano il rimpianto, che si manifesta come bruciante sofferenza per gli errori commessi, che genera rabbia e ci porta a ritenere di essere stati degli stupidi; mentre nei tempi lunghi è nostalgia per ciò che non si è fatto e che si poteva fare, è un sentimento di amarezza, che crea una carica di desiderio misto a malinconia, a volte moderatamente piacevole, che richiede tempo per essere riconosciuto.
Tag: mente
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03/06/2008 0.00.00 | Social Bookmark
Stress, paura e ansia se li conosci li eviti.
Un dato statistico consente di comprende l’importanza delle emozioni distruttive; infatti, circa il 25% degli individui adulti soffre di una qualche manifestazione ansiosa. Nella vita degli individui due emozioni distruttive sono il Senso di Colpa per ciò che è accaduto e l’Inquietudine per ciò che potrebbe accadere, mentre quando si è preoccupati e inquieti si trascorre il tempo a lasciarsi ossessionare da eventi futuri, per cui si diventa facili preda del Timore.
La Paura (che è diversa dal sentimento di paura) è invece una reazione ad uno specifico stimolo di pericolo presente nell’immediato, che si innesca quando accade qualcosa di inatteso. E’ un sistema di comportamento difensivo di assoluta priorità per l’organismo, il cui fine è di consentire di determinare il potenziale di un pericolo reale. I modelli di risposta alla paura sono geneticamente programmati nel cervello e si sono evoluti prima dei sentimenti coscienti, per questo motivo le risposte emotive possono verificarsi senza coinvolgere i sistemi neuronali relativi al pensiero razionale (cognitivo). Tuttavia il sistema razionale contribuisce all’azione dell’emozione, in quanto fornisce la possibilità di scegliere l’azione da attuare, cioè di reagire, in funzione della situazione contingente.
Quando la Paura aumenta di intensità, si trasforma in Terrore o Panico, mentre quando diminuisce diventa Apprensione. Se si verifica un evento inatteso (situazione o fatto) si prova Sorpresa, il fine è di costringere l’individuo a spostare l’attenzione, per consentirgli di valutare l’eventualità di cambiare comportamento. Quando la Sorpresa si miscela con la Paura, si prova Spavento.
La Rabbia è invece una reazione alla frustrazione, anche se molto spesso la frustrazione non genera rabbia, in quanto su di essa influisce la responsabilità che viene attribuita alla persona che è fonte di frustrazione per l’individuo. In altri termini, la rabbia esplode prevalentemente quando l’individuo diventa consapevole che intenzionalmente qualcuno sta limitando la realizzazione dei suoi bisogni. La reazione di rabbia fornisce all’individuo la motivazione e l’energia necessaria per rimuovere l’ostacolo. In altri termini la paura immobilizza l’individuo, mentre la rabbia lo spinge ad agire.
Le Fobie sono paure patologiche verso oggetti, situazioni o persone, invasive ed esagerate rispetto all’entità reale del pericolo che queste rappresentano. Si manifestano quando uno stato di eccitazione attuale e un evento del passato (o incidente) che aveva attivato il sistema della paura, si fondano insieme nel presente, dando origine allo stimolo fobico. Ciò significa che le fobie sono apprese ed espresse indipendentemente dalla coscienza, per questo motivo appaiono spesso apparentemente irrazionali.
In diversi casi, i disturbi ansiosi si manifestano anche senza il ricordo di una esperienza traumatica, che tuttavia continua ad esistere nella mente, anche se non vi è consapevolezza, in quanto esclusa dalla coscienza perché inaccettabile, cioè il ricordo è stato rimosso. Questo evento o oggetto rimosso che genera paura, è all’origine dei disturbi fobici, (in cui senza un valido motivo si ha paura per un qualcosa) o all’origine dei disturbi ossessivi, (nei quali senza una ragione nota si fa di tutto per non fare qualcosa).
Le caratteristiche principale delle fobie sono la sproporzione della paura nei confronti della situazione da affrontare, la consapevolezza insita nella costatazione dell’intensità della reazione emotiva indotta e la tendenza ad evitare di esporsi allo stimolo fobico; tutto ciò impedisce all’individuo di poterle eliminare con il ragionamento.
La vita mentale è creata dal cervello
Quando i Pensieri, le Emozioni e le Motivazioni si dissociano è probabile che la personalità dell’individuo inizi a disgregarsi e la salute mentale a deteriorarsi. Se i Pensieri sono completamente dissociati dalle Emozioni e dalle Motivazioni, la personalità si trasforma drasticamente e si è preda della schizofrenia, mentre se le Emozioni riescono a sfuggire al controllo della Corteccia Prefrontale, l’individuo diventa preda dell’ansia e della depressione; ciò significa che in questi casi l’individuo deve cercare di potenziare, mediante la produzione di nuovi pensieri, le attività della Corteccia Prefrontale, al fine di poter dominare l’elaborazione emotiva dell’Amigdala.
Quasi tutti gli individui attraversano periodi in cui si sentono tristi, soli, infelici o un po’ ansiosi, in quanto ciò che ci accade a volte interferisce con l’equilibrio emotivo. Tuttavia, quando questi stati d’animo perdurano nel tempo (settimane o mesi) e non si riscontra il ritorno di una visione positiva e serena della vita, potrebbe significare che si è preda della depressione, mentre quando il comportamento psicologico quotidiano e le relazioni interpersonali risultano compromessi da apprensione, tensione, disturbi del sonno, irritabilità o disturbi somatici, allora è probabile che possa insorgere un disturbo d’ansia.
L’Ansia è una preoccupazione per ciò che potrebbe accadere, è uno stato cognitivo attivato dalla mente e alimentato dal Sistema Emotivo. Si produce quando il sistema della paura si libera dei controlli corticali che solitamente tengono a bada gli impulsi primitivi. I disturbi dell’ansia comprendo anche fobie, attacchi di panico, disturbo post-traumatico da stress, disturbo ossessivo compulsivo.
In una situazione di possibile pericolo vengono liberate Serotonina e Norepinefrina nei sistemi neuronali che definiscono chi siamo e perché siamo in quel determinato modo (Corteccia Prefrontale, Ippocampo e Amigdala), in modo che la rilevazione del pericolo da parte dell’Amigdala possa influenzare direttamente la Memoria di Lavoro (cioè, le memorie di eventi o fatti che sono presenti nella mente quando si pensa).
In altri termini, quando si è preoccupati e inquieti, si trascorre il tempo a lasciarsi ossessionare dall’elaborazione di un evento futuro e si diventa facile preda dell’Ansia. Ciò accade perché i sistemi dell’elaborazione emotiva hanno captato una possibile situazione di pericolo, per cui monopolizzano, con pensieri logoranti, la Memoria di Lavoro. L’obiettivo è di disporre questa memoria, in modo che continui con insistenza ad occuparsi di ciò che, in quel preciso istante è emotivamente importante per l’individuo (pensieri, condizionamenti, decisioni, azioni). Questa invasione influenza il modo con cui le funzioni esecutive della mente, selezionano le informazioni che provengo dagli altri Sistemi Neuronali, al fine di elaborare decisioni sulle azioni da intraprendere. Uno di questi sistemi neuronali è l’Ippocampo, in quanto fornisce alla Memoria di Lavoro le informazioni relative all’esperienza attuale (cioè, relazioni fra stimolo e contesto attuale) e le associazioni relative alle esperienze passate, memorizzate nella memoria degli eventi personali dell’individuo. Se nell’elaborare questa situazione di pericolo si è incerti su cosa sta per accadere o sulla strategia da adottare, allora subentra l’Ansia.
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12/09/2009 11.17.58 | Social Bookmark
Per vincere l’ansia occorre apprendere a trasformare la paura in coraggio.
Nella depressione lo stato emotivo dell’individuo è caratterizzato da un senso di vuoto, d’inutilità e di dolore morale, ma l’aspetto più inquietante è rappresentato dall’affievolirsi della volontà e dall’umore triste e cupo. La convinzione dell’inutilità dell’agire, il disinteresse e la disperazione, intesa come mancanza di proiezione sul futuro. Talvolta l’umore depresso è sostituito da una generale incapacità di provare gioia o piacere, in quanto l’individuo ha acquisito la certezza che tutto è negativo ed è convinto che è indispensabile che sia così.
Come si determina tutto ciò?
I principali Sistemi Neuronali che controllano il rilascio degli ormoni associati allo stress (di cui il più importante è il Cortisolo) sono Ipotalamo, Ipofisi e Surrene. Questi sistemi intervengono per supportare l’organismo nelle situazioni di emergenza di breve durata, che turbano il normale equilibrio fisiologico dell’organismo (ad esempio a seguito di una ferita, nelle liti, nel caso di mancanza di acqua o cibo, ecc). La funzione del Cortisolo è quella di mobilitare le risorse dell’organismo per un breve periodo, al fine di consentire il ripristino della normalità fisiologica.
Il perdurare di una situazione di stress, anche se di natura psicologica, può compromettere la normalità fisiologica, in quanto può aumentare il rischio di malattie e indurre disturbi mentali quali ad esempio la Depressione. I disturbi mentali sono quindi costituiti da squilibri chimici all’interno del cervello o meglio da un’alterazione delle proprietà chimiche cerebrali.
La mente è espressione funzionale del cervello
La mente è il risultato dell'attività del cervello, le cui strutture e funzioni sono direttamente influenzate dalle esperienze interpersonali. Ciò significa che gli Stati Mentali sono il risultato di complessi pattern, cioè strutture funzionali mentali, di elaborazione dell’informazione tra i diversi circuiti neuronali, interconnessi mediante le Sinapsi. Anche se le sostanze chimiche presenti nel cervello, intervengono nella regolazione e nella modulazione della trasmissione fra le sinapsi che costituiscono i Sistemi Neuronali, sono i pattern di trasmissione all’interno di questi circuiti che determinano lo stato mentale. Ciò significa che sono le variazioni al livello delle sinapsi che costituiscono la base dei disturbi della mente, in quanto i problemi psicologici sono generalmente il risultato dell’esperienze di vita e non la conseguenza di un cattivo funzionamento dei sistemi neuronali. Quindi, sistemi neuronali ed esperienze psicologiche sono due modi diversi utilizzati per descrivere gli stessi processi mentali.
Nelle situazioni stressanti l’Amigdala ed altre aree cerebrali secondarie sollecitano i neuroni dell’Ipotalamo a rilasciare, dai loro terminali situati nell’Ipofisi (o ghiandola Pituitaria), un peptide denominato CRF (Fattore di Rilascio della Corticotropina), che sollecita l’Ipofisi a liberare l’ormone ACTH (Adrenocorticotropo) che induce la Ghiandola Surrenale al rilascio del Cortisolo, che diffondendosi nel sangue viene trasportato fino a raggiungere i diversi organi e tessuti del corpo sensibili alla sua influenza, per esempio le ghiandole salivari (non a caso il livello del cortisolo può essere misurato esaminando la saliva).
Il Cortisolo si lega ai recettori di diverse aree del cervello, fra cui anche a quelli dell’Ippocampo; quando un numero sufficiente alto di questi recettori, risultano essere stati influenzati, viene segnalato all’Ipotalamo di interrompere il rilascio di CRF. Ciò significa che l’Ippocampo regola la risposta di stress innescata dall’Amigdala, al fine di mantenere il Cortisolo ad normale livello di sicurezza. Quindi, nel suo normale funzionamento, consente prima di mobilitare le risorse dell’organismo, al fine di fronteggiare una situazione di pericolo e successivamente di bloccare la reazione allo stress, per evitare che la persistenza dell’eccitazione possa compromettere la salute fisica e psicologica dell’individuo.
Infatti, se la situazione stressante perdura nel tempo, può compromettersi la capacità dell’Ippocampo di attuare la sua azione di controllo, in quanto in uno stato di stress prolungato si svuotano i suoi neuroni dal glucosio (la loro principale fonte di energia) compromettendo così la loro funzionalità, in quanto divengono particolarmente sensibili al Glutammato (neurotrasmettitori eccitatori), causando quell’intensa attività neuronale, che appare evidente a livello cosciente nell’individuo, durante le condizioni di stress.
Il perdurare della condizione di stress può causare anche la diminuzione dei dendriti delle cellule neuronali dell’Ippocampo, che degradandosi possono degenerare e quindi morire (cioè l’Ippocampo irrimediabilmente si riduce), compromettendo la capacità mnesica del Lobo Temporale è la formazione delle Memorie relative all’esperienze soggettive. Inoltre, si alterano anche le funzionalità della Corteccia Prefrontale, per cui l’individuo si distrae facilmente durante lo svolgimento delle attività ed è quindi indotto a prendere cattive decisioni, a causa dell’alterazione dei processi decisionali e delle funzioni esecutive della mente. Ma l’aspetto più inquietante è che il perdurare dello stress, potenzia l’intervento dell’Amigdala, contribuendo così a farla sfuggire al controllo della Corteccia Prefrontale, rendendo l’individuo più sensibile alla paura e allo stress.
Essenzialmente, la cura antidepressiva mediante farmaci, tende a ridurre il livello del Cortisolo, in modo da attenuare lo stress e neutralizzare la depressione che costringe l’individuo in uno stato psicologico, in cui la capacità del cervello di aprirsi al mondo esterno e alle nuove esperienze, risulta essere attenuata. Di fatto i farmaci si sostituiscono alla formazione di nuovi pensieri e vanno ad aumentare direttamente, la quantità di calcio presente all’interno delle cellule nervose, mediante l’attivazione di messaggeri secondari, che stimolano i geni delle cellule neuronali alla produzione di adeguate proteine.
Mediante questo artifizio, la mente è indotta attraverso l’inganno, ad uscire dallo stato di isolamento in cui è caduta, spingendo l’individuo ad acquisire nuove esperienze di vita. La cura antidepressiva quindi, ripristina la plasticità dei neuroni, rendendo il cervello più adattivo e quindi potenzialmente in grado di superare lo stato di pericolo in cui è stato intrappolato, per l’eccessiva produzione di cortisolo. Ovviamente questo tipo di cura non crea nuove memorie (pensieri, azioni, idee), ma pone il cervello in uno stato in cui si rende, biologicamente possibile, l’acquisizione di nuovi stati mentali (o comportamenti), in grado di sovrapporsi a quelli che hanno imprigionato la mente a causa della depressione, spingendo così l’individuo potenzialmente verso nuove esperienze di vita.
Le terapie non cancellano i ricordi, semplicemente aiuta a controllarli, impedisce agli stimoli di liberare la risposta alla paura. Ovviamente è utile che il cervello memorizzi nel tempo, ciò che nel passato è stata fonte di pericolo, tuttavia queste memorie possono trasformarsi in dannose intrusioni, quando interferiscono con il normale corso dell’esistenza. Freud riteneva che l’ansia fosse causata da esperienze traumatiche in grado di favorire ricordi ansiogeni, per cui suggeriva di rendere l’individuo cosciente dell’origine del conflitto interiore.
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12/09/2009 11.29.29 | Social Bookmark
Per una migliore esposizione delle diverse funzionalità relative ai Sistemi Neuronali, è opportuno introdurre alcune semplificazioni, sia nella terminologia, sia nella descrizione, in modo da evitare di perdersi in inutili dettagli, senza tuttavia alterare il valore dei contenuti.
Come si diventa ciò che si è (Nietzsche)
La più grande illusione è di credere che le nostre scelte siano indotte dalla conoscenza e guidate dalla ragionevolezza, mentre in realtà siamo inconsapevolmente dominati da processi automatici che cercano di mediare le funzioni di due diversi Mondi, quello interno al nostro corpo e quello che è fuori di noi, al fine di realizzare il senso di una identità personale, da collocare in un contesto relazionale e sociale.
Il mondo interno può essere suddiviso in due distinti sistemi in cui, nel primo si formano i ricordi emotivi impliciti, guidati da fattori inconsapevoli e mediati da diversi sistemi, fra cui i più importanti sono l’Amigdala, l’Ippocampo e il Tronco Encefalico, mentre nel secondo si formano i ricordi emotivi espliciti, cioè la parte cosciente dell’esperienza emotiva, mediata quasi esclusivamente dal Lobo Temporale, situato nella corteccia cerebrale.
Semplificando possiamo ritenere il nostro cervello formato da un Sistema Emotivo e da un Sistema Cognitivo (o Razionale) che pensano ed operano in parallelo, ma poiché utilizzano linguaggi diversi, non sono in grado di comunicare fra loro. Inoltre, i pensieri (cioè gli eventi non-emotivi) possono facilmente attivare le emozioni (cioè, le funzioni biologiche del sistema nervoso), ma non sono in grado di placare l’eccitazione dell’Amigdala; infatti generalmente l’emozione prevale sul pensiero. Ciò significa che il sistema emotivo domina e controlla quello razionale, in quanto l’influenza dell’Amigdala sulla Corteccia è superiore rispetto al percorso inverso, a causa del maggior numero di connessioni che vanno dall’Amigdala alla Corteccia.
Ciò spiega perché, quando si è emozionati è molto difficile concentrarsi su altri pensieri o attività, in quanto l’alta eccitazione imprigiona la mente nello stato emotivo in cui siamo. Questa eccitazione, contribuisce a potenziare diverse funzioni mentali (attenzione, memoria, emozione, risoluzione di problemi, ecc.), al fine di rendere l’individuo consapevole di ciò che accade, ma se questa eccitazione è troppa intensa o se perdura nel tempo, l’individuo diventa facile preda dell’ansia. Ciò significa che l’eccitazione deve arrestarsi al giusto livello, affinché l’individuo possa comportarsi al meglio delle sue possibilità.
Educazione al Pensiero
Quindi, ai fini dell’elaborazione dei processi della mente, il cervello è governato dal Sistema Cognitivo,sede della logica e della razionalità e dal Sistema Emotivo,sede dell’emotività e dell’affettività.
In genere è il Sistema Cognitivo ad avere il controllo del cervello, ma purtroppo non sempre riesce ad avere anche il controllo sui comportamenti, in quanto nei momenti di difficoltà, il Sistema Emotivo assume, in modo autoritario, il compito di dirigere le nostre azioni. A seguito di ciò iniziano per l’individuo i problemi, che spesso si trasformano in tragedie. Compito dell’educazione al pensiero è di apprendere a moderare l’arroganza del sistema emotivo.
Il Sistema Emotivo assume, in modo autoritario, il compito di dirigere le nostre azioni. Il Sistema Emotivo è supportato dalla componente istintiva, che è organizzata secondo schemi rigidi e automatici che, una volta attivati da uno stimolo, tendono ad essere condotti a termine con una modesta capacità di modulazione o di arresto, in quanto associati ad una sequenza di riflessi memorizzati in una memoria relazionale di tipo procedurale. Questo tipo di azione è molto efficiente ed è indispensabile in moltissime situazioni dell’agire quotidiano, in quanto ci preserva dai pericoli e ci consente di svolgere nello stesso istante diversi compiti, senza dover richiedere l’intervento del Sistema Cognitivo, per soddisfare i bisogni dell’organismo. Tuttavia, occorre aggiungere che il Sistema Emotivo non è completamente istintivo, in quanto comprende anche la possibilità di creare una relazione con l’ambiente, in grado di arricchire gli schemi di azione rispetto ai comportamenti istintivi, dotandoli di una memoria episodica in grado di favorire la categorizzazione e quindi un’organizzazione fondata sul riconoscimento.
Evoluzione del Cervello
In generale, l’evoluzione tende ad intervenire sui singoli Sistemi Neuronali o sulle loro funzioni, tuttavia eccezionalmente potrebbe anche agire sull’insieme, per esempio potrebbe far crescere le dimensioni dell’intero cervello o di ampie zone. Inoltre, anche se le diverse emozioni sono mediate da differenti unità neuronali, nel cervello esiste un sistema di modulazione unificato dell’emozioni, per cui un suo miglioramento potrebbe influenzare in positivo diverse emozioni; per esempio, una migliore capacità nell’avvertire il pericolo potrebbe migliorare l’espressione della depressione, ira, fobie, paure, ecc.
Dalla Società Industriale a quella della Conoscenza
La storia ha dimostrato che il nostro cervello è in continua evoluzione, per cui è ragionevole supporre che la sua successiva tappa evolutiva possa consistere in un aumento del numero di connessioni che vanno dalla corteccia all’amigdala, consentendo così al sistema razionale di poter meglio controllare quello emotivo. Una ipotesi più affascinante è quella che un eventuale evoluzione, nella direzione di un equilibrio nella connettività tra i due sistemi, sia in grado di favorire una collaborazione fra cognizione ed emozione, al fine di concretizzare una più armoniosa integrazione fra ragione e passione, dando origine così ad un Homo Super-Sapients. Ciò si tradurrà in un salto di consapevolezza, cioè in un nuovo modo di percepire la realtà individuale e collettiva, che modificherà in modo profondo la struttura della società, trasformando la Consapevolezza del sé in Riconoscimento del sé, favorendo così il potenziamento della coscienza, che contribuirà a liberare l’individuo da qualsiasi tipo di condizionamento, rendendolo sempre più consapevole delle sue reali potenzialità, nel senso che non sarà più passivo spettatore vittima delle circostanze, ma regista e attore della propria esistenza.
Henry Markram, neuroscienziato svizzero, ritiene che al massimo fra 10 anni sarà possibile replicare in laboratorio il cervello, sia da un punto di vista tecnico che biologico, in modo da poterlo usare come modello per studiare e comprendere le malattie cerebrali, in quanto la complessità del cervello è dovuta prevalentemente ai miliardi di neuroni, ai trilioni di sinapsi, agli oltre 1000 miliardi di cellule gliali, ai milioni di proteine e alle migliaia di geni. Markram ritiene che oggi è già disponibile una sofisticata tecnologia in grado di imitare la complessità del cervello; inoltre sono anche disponibili, grazie alle scoperte neuro scientifiche, notevoli conoscenze e informazioni che non sono mai state integrate ed elaborate nel loro complesso. Solo unendo tutte queste informazioni sarà possibile comprendere come funzionano alcuni sistemi importanti del cervello; senza la loro integrazione e conoscenza non sarà possibile sviluppare un modello del cervello, al fine di poter comprendere, per esempio, come le strutture elettriche, magnetiche e chimiche del cervello, si convertono nella percezione della realtà.
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13/11/2009 14.49.52 | Social Bookmark
Il nostro cervello è essenzialmente costituito da una struttura gerarchia che comprende tre principali unità: Sistema Omeostatico, Sistema Emotivo e Sistema Razionale.
Il Sistema Omeostatico è essenzialmente situato nel Tronco Encefalico, cioè nella parte filogeneticamente più antica del cervello. La sua funzione è di controllare e gestire, in modo autonomo, il funzionamento equilibrato di tutti i sistemi fisiologici, cioè la maggior parte delle funzioni vitali dell’organismo, quali ad esempio la pressione del sangue, la frequenza cardiaca e respiratoria, l’equilibrio posturale, ecc. Il suo funzionamento è silenzioso, nel senso che l’individuo è assolutamente inconsapevole della sua attività; infatti quando l’equilibrio dei sistemi fisiologici subisce delle perturbazioni che possono compromettere l’integrità dell’organismo, questa unità del cervello assume il controllo assoluto delle operazioni, al fine di guidare l’intero organismo a ripristinare l’equilibrio omeostatico (cioè, funzionamento equilibrato dei sistemi fisiologici).
Il Sistema Emotivo, è situato nella parte centrale del cervello. Comprende i diversi sistemi neuronali che generalmente sono raggruppati sotto il nome artificioso di Sistema Limbico. La sua funzione è di regolare l’espressione delle emozioni, cioè di coordinare le risposte fisiche, umorali e comportamentali delle reazioni emotive dell’individuo. Svolge molte delle sue funzioni in automatico, con un alto livello di autonomia, nel senso che non è condizionato dalla consapevolezza e dalla razionalità dell’individuo. Anche le emozioni svolgono una funzione di regolazione omeostatica, al fine di assicurare l’integrità dell’individuo. Per questo motivo possono assumere il comando assoluto delle operazioni, rispetto al sistema razionale, quando si creano le condizioni che possono compromettere l’integrità dell’individuo.
Il Sistema Razionale di più recente formazione è costituito principalmente dalla Corteccia Prefrontale, che presenta diffuse connessioni con il reso del cervello e si basa sulla memoria di lavoro. La sua principale funzione è di dirigere il comportamento, di proteggere dalle distrazioni e di impedire le reazioni inadeguate, al fine di consentire all’individuo di agire secondo una precisa strategia, piuttosto che reagire alle semplici contingenze dell’ambiente. Inoltre, le cellule della corteccia prefrontale, mantengono le informazioni che il cervello utilizza, per strutturare il comportamento.
Le strutture cerebrali, da cui dipendono le nostre capacità e comportamenti, non sono la concretizzazione di un perfetto progetto ideato da un super architetto divino, ma il risultato di un lungo e casuale processo evolutivo, costituito da diversi sistemi neuronali che condizionano l’interazione fra cognizione ed emozioni, in cui i principali sono: i Lobi Prefrontali, il Tronco Encefalico, l’Amigdala e l’Ippocampo.
Il Tronco Encefalico, è la struttura anatomica di collegamento tra il Midollo Spinale e la Corteccia Cerebrale. Costituisce il nucleo più interno, è la parte più primitiva ed estremamente rigida del nostro cervello. La sua principale funzione è di gestire le attività fisiologiche, i ritmi della vita, gli stati di emergenza (rabbia, ansia, depressione), i battiti del cuore e del respiro, i movimenti corporei, le impressioni sensoriali e i bisogni primari (fame, sonno, desiderio sessuale) necessari per l’istinto di sopravvivenza dell’Io.
Il Tronco Encefalico non è solo una struttura sensoriale, ma costituisce anche la sorgente della nostra coscienza (o consapevolezza); inoltre consente di percepire le emozioni sulla base dell’attribuzione di valori, al fine di guidare le azioni mediante comportamenti istintivi, che sono espressioni delle emozioni e che non prevedono la capacità di inibirsi, cioè la possibilità di non compiere l’azione per cui sono stati sollecitati. Questa caratteristica è utile nei casi in cui è indispensabile prendere decisioni in modo estremamente rapido, cioè senza doverle pensare.
Ciò significa che questo Sistema Neuronale è completamente autonomo, per cui lo sviluppo di un sistema di interferenza di più alto livello, poteva svilupparsi solo sulla base di meccanismi inibitori. Questi meccanismi inibitori sono localizzati nei Lobi Prefrontali, sede in cui vi è l’essenza dell’essere umano. Infatti, l’azione dei Lobi Prefrontali consente di controllare, sia gli istinti primitivi ereditati, sia quelli acquisiti su base emozionale. In altri termini, anche se a volte è indispensabile prendere decisioni in modo rapido e istintivo, in diversi casi è meglio ritardare le decisioni, al fine di sottoporle alla verifica di una ulteriore facoltà basata sull’agire immaginario (cioè, provare un’azione senza eseguirla), che in questo caso è costituito dal pensiero.
I Lobi Prefrontali, sede della personalità e del pensiero cosciente, sono una sovrastruttura che regolano il cervello nella sua totalità, cioè governano e dirigono il comportamento. Prevalentemente maturano intorno all’età di due e cinque anni, ma il loro sviluppo continua, anche se lentamente, per i primi 20 anni di vita. L’operatività di questa struttura cerebrale è letteralmente plasmata da ciò che i genitori fanno e da ciò che dicono, attraverso un meccanismo neuronale, simile a quello dei Neuroni Specchio, che può essere sintetizzato con la seguente frase: ciò che il bambino vede è ciò che il bambino fa.
Infatti, i bambini internalizzano ciò che i genitori dicono mediante un meccanismo che trasforma le proibizioni in inibizioni, in quanto il linguaggio costituisce uno straordinario strumento di autoregolazione. Questa precoce esperienza di apprendimento è decisiva per lo sviluppo della personalità, in quanto guida i processi percettivi del bambino, per cui le memorie che si creano durante questi primi anni di vita, prendono la forma di convinzioni e di abitudini di come funziona la vita e non come ricordi espliciti, cioè come episodi che descrivono la storia personale dell’individuo e gli eventi che si sono verificati.
Questo meccanismo attraverso il quale i bambini internalizzano il comportamento dei genitori, consente di stabilizzare i programmi esecutivi della mente, attivandoli ripetutamente attraverso l’osservazione, senza che i comportamenti ritenuti rilevanti debbano essere concretamente eseguiti. In questo modo, la passività viene trasformata in attività auto-inibita, mentre simultaneamente l’azione si trasforma in pensiero e quindi in convinzioni.
Lo stress può alterare le facoltà cognitive associate alla Corteccia Prefrontale e rendere l’individuo distratto e disorganizzato, favorendo così la manifestazione di comportamenti inadeguati ed impulsivi, in quanto la Corteccia Prefrontale è molto sensibile alle sostanze neurochimiche presenti nell’ambiente circostante e può essere attivata o disattivata del livello di Dopamina e di Noradrenalina liberate nel cervello dallo stress. La disattivazione della corteccia prefrontale favorisce il sopravvento di reazioni automatiche e istintive, mentre un danno ai Lobi Frontali può provocare gravi alterazioni della personalità e del comportamento, che si traduce nella difficoltà a prendere una decisione o inducono violenti cambiamenti di umore. Lo stress, che è ormai una componente costante della vita quotidianità è secondo Nichole Lighthall, gestita in modo diverso dai due sessi, specie nelle situazioni in cui è alto il rischio e la ricompensa; infatti mentre gli uomini sono più impetuosi, in quanto tendono a rischiare per raggiungere il massimo risultato possibile, le donne in genere sono più riflessive, in quanto cercano di agire con maggiore calma e prudenza. Secondo la Lighthall ciò è dovuto al fatto che per l’uomo (in senso evolutivo) è forse più vantaggioso, nelle situazioni di stress, avere un atteggiamento aggressivo; tuttavia in diversi casi, questo atteggiamento, potrebbe rivelarsi autodistruttivo.
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12/11/2009 18.16.14 | Social Bookmark
La perdita di una persona emotivamente importante, la perdita del lavoro, le incomprensioni familiari che potrebbero compromettere legami affettivi o indurre il timore per la fine di una relazione, sono forme diverse di lutto, dovute alla perdita di un qualcosa, in grado di scatenare turbamenti ed emozioni contrastanti.
In senso psicoanalitico, l’elaborazione del lutto per la perdita di una persona, evidenzia lo sforzo individuale ad accettare un evento del mondo esterno all’individuo, al fine di effettuare le relative modifiche al proprio mondo interiore. Affinché ciò possa realizzarsi occorre che la mente sia in grado di accettare il principio della realtà e che il Sistema Neuronale Razionale sia in grado di esercitare un parziale controllo sui processi emotivi.
Generalmente nell’adulto, il periodo di tempo ritenuto normale per elaborare e risolvere un lutto, cioè il tempo che l’individuo si concede per soffrire, è di circa 13 mesi, in quanto l’anniversario è ritenuto un elemento importante per la risoluzione psicologica del lutto. Quindi, la risoluzione o elaborazione del lutto è il tempo necessario per uscire dallo stato depressivo, al fine di interiorizzare che la persona non può più essere parte del nostro mondo, ma può vivere solo attraverso il ricordo non nostalgico. Se lo stato depressivo si prolunga negli anni, non rappresenta più una fase necessaria per la risoluzione del lutto, ma deve essere considerato come un elemento patologico della personalità.
Ovviamente non esistono in assoluto, tempi e modi giusti per elaborare un lutto, in quanto dipende da diversi fattori, fra cui l’importanza emotiva della persona perduta, l’età di chi elabora il lutto, se la morte è stato un evento improvviso o preannunciato, le credenze sociali, ecc.
Secondo Bowlby, l’elaborazione del lutto segue diverse fasi: all’inizio prevale l’incredulità, una fase di ricerca della persona caratterizzata da irrequietezza fisica e da eccessiva preoccupazione per la persona deceduta, cioè un meccanismo di difesa che consiste nel tentativo psicologico di negazione dell’evento, a cui segue un intenso dolore psichico di angoscia da separazione, un senso di colpa per aver lasciato questioni irrisolte o non aver fatto tutto il possibile per il defunto. In questi casi l’individuo, attraverso l’idealizzazione attiva un meccanismo di difesa il cui fine è di attenuare la rabbia e spesso un inconsapevole senso di colpa.
Il sognare la persona morta o il vederla fra la folla o percepirne la presenza, costituisce a livello inconscio, un ingannevole tentativo di tener vivo il legame.
Il superamento del dolore, mediante il meccanismo di interiorizzazione, coincide con l’accettazione che la persona non è più parte della realtà del mondo esterno, ma continua ad esistere nel nostro mondo interno, consapevoli ormai che non possiamo più perderlo. Ciò significa che la realtà inizia ad essere accettata, anche se è vivo il senso di delusione per la scomparsa di una persona importante, che può essere presente solo attraverso il ricordo. Ciò significa che il dolore comincia ad attenuarsi, l’individuo ritorna alla vita normale, mentre la persona perduta viene interiorizzata e ricordata con un senso misto di gioia e tristezza. Non a caso, la speranza di una esistenza ultraterrena, costituisce per il credente, un aiuto nell’elaborazione del lutto.
A volte la perdita di una persona emotivamente importante può risvegliare un senso di doloroso abbandono che potrebbe risalire ad episodi del passato, risvegliati da eventi vissuti nel presente, quindi è importante non negare le dolorose emozioni di rabbia, rimpianto e stato di abbandono, ma far si che questi sentimenti emergono e soprattutto riconoscerli, in quanto respingere nell’inconscio le emozioni che provocano dolore, rischia di far accrescere lo stress e di rallentare il processo di elaborazione del lutto.
In genere è possibile individuare, nei confronti dell’evento della morte, due fondamentali atteggiamenti estremi: alcuni tendono a minimizzare o nascondere il dolore, spesso mentendo anche a se stessi, al fine di poter continuare un’esistenza essenzialmente fondata sul benessere, caratterizzata dall’intolleranza al dolore, dalle debolezze dell’individuo o dalla distanza dal luogo in cui è avvenuta la morte, mentre altri assumono un atteggiamento eccessivo o nevrotico, che può trasformarsi in lutto isterico o patologico, caratterizzato da apatia, assenza, indifferenza verso il mondo esterno, causato dall’incapacità dell’individuo a saper riparare il proprio mondo interno
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